Cannes 2021. Recensione: TOUT C’EST BIEN PASSÉ di François Ozon

Tout c’est bien passé di François Ozon. Con André Dussollier, Sophie Marceau, Géraldine Pailhas, Eric Caravaca, Charlotte Rampling. Concorso. Voto 7+
Ci sono registi la cui opera complessiva vale più della sommatoria dei singoli film. Caso eminente: Truffaut. Nella categoria rientrano oggi nomi come Hong Sang-soo e François Ozon. Il cui curriculum è ricchissimo di progetti piccoli, perfino minimi, che acquistano senso e valore se connessi e visti come parte di un insieme che li trascende, che si collegeno e comunicano tra loro secondo segrete o manifeste affinità in una sorta di rete o rizoma che solo con il passare del tempo appare evidente. Di opere grandi, programmaticamente maggiori, Ozon ne ha girato poche, negli ultimi anni solo Grâce à Dieu. Con Tout c’est bien passé torna alla dimensione da camera o da appartamento, così congeniale a quello che per me resta uno dei più sottostimati autori francesi. Essendo la casa, con le sue trame di famiglia (non esistono famiglie perfette, esistono in Ozon e probabilmente nella vita solo famiglie disfunzionali, ognuna a modo suo), il terreno di coltura e di indagine della macchina narrativa ozoniana. Stavolta c’è un padre ottantacinquenne che ha sempre vissuto ricercando il piacere, il bello, il confortevole, riuscendoci benissimo. E che, colpito da un ictus, si rende conto che non potrà mai ritornare alla vita, e all’efficienza, al godimento, precedenti. Sicché non ha la minima esitazione a chiedere a una delle due figlie, Emmanuelle, la più devota a lui e da lui la preferita, di aiutarlo a morire. Si finisce in Svizzera, ovvio, giacché in Francia la buona morte o eutanasia o suicidio assistito è severamente proibita mentre di là nei cantoni si può (niente iniezione letale, invece una pozione somministrata al chiamiamolo paziente). Storia già letta, vista, sentita, raccontata anche nel cinema francese: ricordo che a Locarno Stéphane Brizé portò, prima di girare i suoi meravigliosi film operai, Quelques heures de printemps con un Vincent Lindon che accompagnava in Svizzera la madre pure lei decisa ad andarsene. Se in Brizé eravamo in una famiglia working class qui siamo nella borghesia parigina di ottime sostanze e gran cultura e gusto, di un ebraismo assai laicizzato, ma le dinamiche che intercorrono tra i personaggi non sono poi così dissimili. Emmanuelle resiste, tergiversa, poi cede perché “mio padre è un uomo cui non si può dire di no” (il film è tratto da una storia vera, certificata con tanto di libro-bestseller scritto dalla figlia). Ozon impagina come sa fare lui, con sicurezza e stile – ma senza mollezze e birignao – e levità, in una conduzione registica discreta fino all’invisibilità, che lascia la ribalta tutta ai personaggi e alle loro storie. E però sempre con quel tocco ozoniano di sottile disincanto anzi crudeltà, di chi è consapevole come pure gli affetti siano tarati, gravati da cumuli di non detto, rimosso, segrete intenzioni e interessi.
C’è una storia, tuttosommato semplice e lineare, che scorre davanti ai nostri occhi fino all’ultimo prevedibile atto e un’altra più impalpabile e celata: un matrimonio mai davvero voluto dal padre e da lui pigramente accettato, una ex moglie, la madre di Emmanuelle e di Pascale, devastata dalla depressione ma ancora di più dalla certezza di non essere mai stata davvero scelta e amata dal marito. Che ha sempre avuto anche una seconda vita, nemmeno tanto clandestina, di relazioni omosessuali, con tanto di ex amante che adesso lo tormenta e perseguita. Negli interni di Ozon niente è mai al suo posto, anche dove l’ordine regna apparentemente sovrano. Succede anche qui, mentre man mano il quadro si distorce, si complessifica, si squarcia su prospettive ignote. Un film pro suicidio assistito? Spero che Tout c’est bien passé non venga usato come arma propagandistica e contundente in una qualche campagna mediatica. Questo non è un film militante, Ozon non lo è mai, nemmeno lo era in Grâce à Dieu dove sembrava scendere in campo contro le malefatte pedofile insabbiate dalla chiesa di Lione. Grazie a Dio Ozon è regista dell’ambiguità, non delle certezze ideologiche. Nulla è mai come sembra nelle case ozoniane, nemmeno qui. Pro eutanasia? Basta il personaggio inquietante di quella che io chiamerei Madame Morte, la signora cui Emmanuelle si rivolge per poter realizzare in Svizzera il desiderio del padre di farla finita. La traghettatrice verso l’oltretomba. Tutto è posto, tutto in ordine, tutto è chiaro in quello che madame – interpretata da una sinistra Hanna Schygulla che mette paura solo a guardarla – racconta dice promette organizza. Ma basta appunto osservarla per sentire la morte al lavoro. La morte di sempre, quella bergmaniana del Settimo sigillo, quella delle danse macabre medievali. Altro che la buona morte. Sophie Marceau è bellissima e brava e però quando è Dussollier di scena, anche allettato, anche dormiente, anche provatissimo dalla malattia, è lui a prendersi il film. Charlotte Rampling è la moglie depressa e incattivita (questo è anche il suo Cannes: l’abbiamo vista difatti pure nel fumettaccio Benedetta di Verhoeven).

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