Cannes 2021. Recensione: LINGUI (Les Liens Sacrés), un film di Mahamat-Saleh Haroun

Lingui (Les Liens Sacrés – I legami sacri), un film di Mahamat-Saleh Haroun. Con Achouack Abakar Souleymane, Rihane Khalil Alio. Ciad. Concorso. Voto 4 e mezzo
Désolé, non sono riuscito a farmelo piacere, benché sia piaciuto a tutti o quasi. Talmente programmatico e anche compiaciuto nell’indicare e ovviamente ‘denunciare’ una serie di disgrazie femminili e di malefatte della società patriarcal-africano-islamica da somigliare più a un manifesto ideologico che a un grido di dolore, al resoconto partecipato di vite derelitte. Destando il sospetto (nei malpensanti come me) che si tratti di un film apparecchiato più che per il pubblico locale per quello occcidentale che adora indignarsi e fremere di fronte allo spettacolo del sottosviluppo culturale, economico, sociale con tutti i suoi derivati, condizione subalterna della donna in primis, e di un’operazione a sangue freddo per rastrellare consensi ai festival. Una perfetta macchina da premi, Lingui. Potrebbe perfino essere anche Palma d’oro per questo film del Ciad però coprodotto con Francia, Germania e Belgio, anche se resta più probabile un riconoscimento tipo migliore attrice alla Mère Courage interpretata da Achouack Abakar Souleymane. Magari  allargato a Rihane Khalil Alio che nel film è la figlia Maria.
Lingui – Legami sacri si inscrive nell’aborto-movie – la definizione è rozza, ma non me ne viene in mente un’altra migliore -, sottiogenere da molto tempo consolidato e frequentato, per raccontare chi l’aborto lo pratica (Un affare di donne di Claude Chabrol, Vera Drake di Mike Leigh) o, più spesso, le donne in cerca disperata di chi l’aborto glielo possa praticare in un contesto dove è ancora un reato o un peccato (o tutte e due le cose). Il capolavoro di riferimento resta 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni di Cristian Mungiu, Palma d’oro qui a Cannes, ma si dovrebbero citare almeno anche l’archetipico Una storia milanese di Eriprando Visconti e il molto recente Never Rarely Sometimes Never dell’americana Eliza Hittman, Gran premio della giuria alla Berlinale 2020.
Stavolta siamo a Ndjamena, capitale del Ciad. A volere a ogni costo abortire è l’adolescente Maria, già espulsa dalla scuola per la sua gravidanza e terrorizzata dalla prospettiva di diventare una paria per tutta la sua vita futura. Sarà la madre – una madre-single -, Amina (per campare realizza ceste col fil di ferro ricavato dagli pneumatici), a sbattersi per trovare una via d’uscita. Lo schema narrativo è quello classico, tra personaggi maschili perlopiù ignobili, ipocrisie, vizi privati e pubbliche virtù, cui si aggiunge in Lingui la pervasività di un islamismo non certo jihadista ma sempre più rigido nelle sue norme rappresentato da un imam occhiuto e in perenne osservazione della moralità dei suoi fedeli. Il film è abile, sa toccare le giuste corde nello spettatore peraltro assai ben disposto a farsi coinvolgere, ha un discreto ritmo, ma resta prevedibile e schematico in ogni suo snodo e svolta. Molta sorellanza-solidarietà femminile, neanche fossimo in un manifesto femminista anni Settanta. Ma il regista nella sua ansia, anche legittima e sacrosanta, di denunciare deborda, aggiungendo al tema dell’aborto altre questioni sensibili come lo stupro e l’escissione (termine più corretto di infibulazione) delle ragazzine. Un film quasi militante, in cui il messaggio finisce col divorare la forma, lo stile, la visione, insomma il cinema. Il guaio è che Haroun non sceglie un registro, oscilla tra il melodramma il cinema etnografico e paradocumentaristico e quello di propaganda senza mai definirsi davvero.

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