Cannes 2021. Recensione: VERSTE MENNESKE (The Worst Person in the World), un film di Joachim Trier

Verdens Verste Menneske – The Worst Person in the World – (Julie (en 12 chapitres)), un film di Joachim Trier. Con Renate Reinsve, Herbert Nordrum, Anders Danielsen Lie. Norvegia. Concorso. Voto 6+
Sceglietetc il vostro titolo tra: quello originale in norvegese, quello in english per il mercato international, quello in francese per i francesi. Quanto al regista: mai amato il danese traslocato in Norvegia Joachim Trier, che m’è sempre parso uno scandinavo minore quanto sopravvalutato, un nipote lontano dei grandissimi zii e nonni e bisnonni (ingombranti) come Dreyer e Bergmn. Di cui condivide la propensione all’indagine dei sentimenti complicati e delle anime in subbuglio, ma non, pur nello sfoggio di maniere e stilemi altoautoriali, la profondità di sguardo. O se preferite il genio. Assai elegante, come no, con quei panorami e sfondi profondo-nordici senza mai una traccia di polvere, tersi e trasparenti come cristallo, dove tutto è nitido, tranne, ovvio, i grovigli psichici dei personaggi. Ricordo qui a Cannes in concorso nei primi anni Dieci un suo pretenzioso e sussiegoso terribile film, Louder Than Bombs, con una Isabelle Huppert fotoreporter di guerra, mentre chissà perché ho solo vaghi ricordi del suo più recente Thelma, visto e subito rimosso per chissà quali meccaniche inconsce (Sigmund dove sei?). Insomma visti i precedenti mi aspettavo il peggio da questo suo nuovo Verdens Verste Menneske, invece meglio del previsto. Mi potrei perfino spingere nel mio voto fino a un sei e qualcosa, al di sopra della soglia di galleggiamento. Merito soprattutto di un’attrice di nome Renate Reinsve di cui Cannes è caduta subito innamorata, bellissima, di quella bellezza luminosa e mai torva neanche nei momenti sconsolati, e nonostante i suoi dilemmi e il suo agire non lineare e il suo ‘ho bisogno innanzitutto di realizzarmi’ pure assai simpatica. In corsa per la migliore interpretazione femminile con buone chance di farcela.
Renate Reinsve si appropria letteralmente del suo personaggio, Julie, una ragazza sull’orlo dei trent’anni indecisa a tutto nel lavoro, con gli uomini, sul suo futuro (non oserei spingermi come qualcuno ha fatto a vederla come l’emblema dell’irresolutezza dei millennial), la cui storia si snoda in un prologo, dodici capitoli dai titoli bizzarri, un epilogo. Che è anche un modo astuto di Trier di apporre un sigillo arty e ‘alto’ con quel subliminale richiamo all’articolazione del romanzo classico a una commedia contemporanea (non solo commedia, perché man mano il tono si scurisce tendendo con decisione al dramma, anzi al drama). Certo, quando leggi la sinossi e ti scontri con l’ennesima parabola di autorealizzazione femminile ti cascan le braccia e ti vien voglia neanche di entrare in sala. Sbagliato. Renate Reinsve vale lo sforzo. Quanto al film: dopo lo strano e anche audace Thelma in cui mescolava autoconsapevolezza lesbica, superpoteri e i soliti tormenti post-post-bergmaniani, Trier prosegue nella lodevole ricerca di andare oltre il dramma bene impaginato ma convenzionale delle sue cose di una decina di anni fa. Continuo a pensare che sia un autore derivativo, senza un’impronta personale marcata, attento a seguire la corrente delle mode, ma gli riconosco che stavolta la sua Julie tenta di raccontarla in modo obliquo, sghembo, con torsioni punk abbastanza inattese. Ottime intenzione cui non corrisponde sempre il risultato convincente. È terribile, per dire, la sequenza del ‘fermate il tempo che corro dal mio nuovo amore’ con una Julie a muoversi in una Oslo di persone come pietrificate ed è ancora peggio l’orrenda parte lisergica su quattro disgraziati (tra cui la protagonista) sotto l’effetto di funghi allucinogeni.
Nel tentativo di raccontare un romanzo di formazione ‘al femminile’ e una rom-com diversamente allegra Trier sfiora pericolosamente ahinoi l’effetto Toni Erdmann, salvo poi ritornare nella parte finale sulle sponde più sicure del melodramma. Ha due amori fondamentali, la nostra cara Julie. Prima con un graphic-novellista inventore di un gattaccio sporcaccione ossessionato dal sesso (Dio santo, ma eran cose che si facevano già negli anni Sessanta del Novecento, mai sentito parlare di Fritz il gatto caro Trier?) – e però lui, il graphic-novellista, è un più che trentenne assai perbene e bon ton nonostante le apparenze bohemien. Il secondo amore è invece un barista assai meno intellettuale e assai più carnoso oltre che perfetta macchina del sesso. Sarà per Julie un pendolarismo tra uno e l’altro, senza mai davvero scegliere (ci penseranno le cose e gli altri a decidere per lei). Oltre a tenere d’occhio Renate Reinsve, ricordatevi anche dell’attore che è Aksel il fumettista. Si chiama Anders Danielsen Lie e lo si è visto in questo Cannes pure in Bergman Island di Mia Hansen-Løve. Come si diceva qualche decade fa: un emergente.

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