Cannes 2021. Recensione: BENEDETTA, un film di Paul Verhoeven

Benedetta di Paul Verhoeven. Con Virginie Efira, Daphne Patakia, Charlotte Rampling, Lambert Wilson, Clotilde Courau, Olivier Rabourdine, Louise Chevillotte. Francia. Concorso. Voto tra il 6 e il 7
Si passa da “ignobile pattume” a ”è già un classico”. Insomma ci siamo capiti, siamo ai soliti opposti estremismi da web. Intorno al tanto atteso disvelamento di Benedetta – lavorazione complicata e pare anche interrotta causa problemi personali di Verhoeven, prima mondiale già programmata per Cannes 2020 poi saltato causa estensione e proliferazione del Sars-Cov-2 – si è scatenato ancora una volta il kulturkampf da social con spargimenti di sangue cinefilo da una parte e dall’altra. Divisivo? Di più. Io dico: è un Verhoeven che non ha più nessuna voglia di andare oltre se stesso (anche se con Elle, mica una vita fa, era solo il 2017, ce l’aveva fatta a sorprenderci), che torna sulle sue ossessioni e rifà certe sue cose lontane come Carne e sangue dove già c’era molto di quanto ritroviamo qui, massacri, pestilenze, fanatismi, guerre, torture, luridi giochi di potere. E se là si era in Italia nel primissimo Cinquecento, qui siamo ancora in Italia, in Toscana, però nel Seicento della Controriforma e dell’Inquisizione imperante. Tutto già visto, in un clima filmico che sembra retrodatato e non si capisce se si tratti di uno sberleffo programmato da parte di un Verhoeven o se ancora dalle sue parti si sia convinti che raccontare e mettere in scena le sozzerie di Santa Madre Chiesa di Roma sia rivoluzionario e, ahinoi, trasgressivo.
E però quanto ci si diverte con certi dialoghi e goffaggini di sceneggiatura, con questo spettacolone spudorato e scatenatissimo, con questa graphic-novel pulpeggiante (ma Verhoeven preesiste a ogni tarantinata, ricordiamocelo) a due sole dimensioni priva di ogni complessità e profondità, delle più corrive per uso e abuso di cliché (sull’Italia, sul cattolicesimo) nonché piena di effettacci, momentacci goduriosissimi, exploitation del corpo ora sanguinolento ora ipersessuato. Basta che non lo si prende troppo sul serio come film di ‘denuncia’. Oddio, a vederlo sembra di aver inforcato una macchinetta del tempo e di tornare ai tardi anni Sessanta e Settanta, quando sotto vari soli e lune impeversava quella che i cinefili di nuovo conio chiamano nunsploitation e i vecchi tonaca-movies. Orrori, sadismi, masochismi e tanto sesso specie lesbico, e possessioni, esorcismi, demoni che penetrano e escono da corpi insospettabili, soprattutto di monache fatte e novizie. Si partì allora dal cinema cosiddetto alto (I diavoli di Ken Russell, La religiosa di Jacques Rivette, aggiungiamoci il bellissimo e dimenticatissimo La monaca di Monza di Eriprando Visconti), si continuò con la replica seriale e bassa di quei prototipi e fu il genere, furono Storia di una monaca di clausura e Le monache di Sant’Arcangelo di Domenco Paolella e molto altro. Perché oggi Verhoeven riprenda quel cinema resta un mistero. Certo ci sono consonanze robuste con tutta la sua filmografia del corpo e della materia corrotti, lividi, sanguinolenti e purulenti come in tanta pittura fiamminga, certo conterà anche stavolta lo storico antipapismo del Nord Europa protestante, quasi un tratto antropologico, tutto un proiettare su Roma e il Papato i propri fantasmi psichici trasformandoli nel simbolo perfetto del Male e nella sentina di ogni vizio.
Intanto un inciso: smettiamola di dire e scrivere sui social (come ho letto anche recentemente) che la moglie di Emanuele Filiberto, Clotilde Courau, è un’attrice di serie B. Scherziamo? Ma l’avete vista in L’ombre des femmes di Philippe Garrel? Comparsa recentemente anche nel rispettabile Il cattivo poeta e adesso eccola qui, in questo Verhoevn 2021, quale madre della protagonista. Stop alla digressione e veniamo a Benedetta. Che, salvatasi miracolosamente alla nascita da morte certa, viene promessa dai geniyori a Dio e ancora bambina consegnata, con tanto di cospicua dote (la badessa, una Charlotte Rampling segaligna più che mai, è abilissima nella contrattazione), a un monastero toscano, vicino a Pescia. Non conoscerà altro mondo se non quell’interno di un convento. Diventerà, da giovane donna, amica di una ragazza maltrattata e abusata che lì ha trovato riparo e la introdurrà ai misteri della carne. Lei intanto si sente promessa sposa a Cristo con deliri di desiderio e sesso (niente di nuovo, in fondo la commistione eros-misticismo c’era già tutta nel lontano Like a Prayer di Madonna, intendo il video: qui si va solo più in là). Le compariranno su mani, piedi e torso le stimmate, ma si tratta di opera di Dio, del demonio o di simulazione? Il materialista Veehieven, non certo sospetto d cedimenti spiritualistici (i suoi film li conosciamo, giusto? Sono terreni, terragni, ferrigni, costruiti di materia solida, pesante, palpabile), propende per l’ultima ipotesi, mentre magari la sceneggiatura conservava ancora un qualche margine di ambiguità .Che lui, l’Olandese tonante come lo chiama Andrea Bruni, spazza via. Tutto il film è affondato nella concretezza dei corpi, degli umori, degli effluvi c’è anche una seduta delle due monachelle amiche al cesso con tanto di rumori intestinali assai percepibili). Sangue, secrezioni vaginali, merda. Manca lo sperma, il convento è monosessuato, non ammette maschi, Benedetta e la sua amica andranno sul lesbismo spinto. Quando è posseduta, e anche qui il sospetto è che ci marci, la nostra monaca sostumata parla con un vocione tipo Laura Betti as Linda Blair nell’Esorcista, e immaginatevi il godimento dei ragazzacci delle più estreme fanzine.
Incredibilmente Verhoeven con questa baracconata di gran mestiere e con qualche momento di ispirazione vera e cinema grande (le processioni con tanto di flagellanti al momento della peste sono magnifiche, per non parlare dei roghi) non ci annoia un attimo. Momento di massimo trash: una statuetta della Madonna trasformata con qualche abile tocco in sex toy penetrante. Da rivedere almeno una volta, perché Benedetta è un voluto filmaccio dentro il quale si nascondono passaggi a alto tasso di visionaretà. Certo, lo avremmo preferito sotto i cieli plumbei di Fiandra, non nelle dolcezze paesaggistiche toscane.

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