Cannes 2021. Recensione: COMPARTMENT No 6, un film di Juho Kuosmanen. Quasi una rivelazione

Compartment No 6 (Hitty Nro 6 – Scompartimento n. 6) di Juho Kuosmanen. Con Seidi Haarla, Yuri Birisov. Finlandia. Concorso. Voto 7+
Una buona sorpresa del concorso. Per qualcuno il miglior titolo della sezione (esagerati, diciamo un ottimo prodotto medio). Il suo regista, il finlandese Juho Kuosmanen, aveva  vinto qualche anno fa qui a Cannes – presidente di giuria Marthe Keller – Un Certain Regard con un film in bianco e nero, il che dà sempre una chance in più ai festival, su un pugile del suo paese che aveva osato sfidare un campionissimo: senza speranza di farcela ma con una qualche speranza di uscire dal mucchio e prendersi qualche lira. Titolo, The Happiest Day in the Life of Olli Mäki. Film se non ruffiano certo furbo del genere consolidato del boxeur sfigato che però ci prova (Rocky ora e sempre), difatti vinse senza peraltro convincere davvero.
Devo però ammettere che questo Scompartimento numero 6 (il riferimento è al treno che da Mosca va su fino a Murmansk, città-porto sul mare Artico, passando da San Pietroburgo: siamo nei primi anni Novanta) è assai meglio, con dentro concentrata una grande abilità di regia, sceneggiatura, montaggio. Un film che aggiorna l’archetipo Breve incontro, inteso come David Lean, nionché il meraviglioso Prima del tramonto di Richard Linklater di cui comunque non raggiunge, meglio dirlo subito, l’altitudine: vale a dire un uomo incontra una donna o una donna incontra un uomo in circostanze casuali sapendo che finito quello spicchio di vita condivisa poi arriverà l’inevitabile separazione.
Il regista cava la storia da un libro a me sconosciutissimo, non so neanche se sia mai stato pubblicato in Italia, da lui ampiamente riadattato (i fatti vengono spostati dagli anni dell’Unione Sovietica ai già post-sovietici primi anni N0vanta della disillusione e del senso di frustrazione e sconfitta del popolo russo, il che conferisce una cornice rugginosa, di fine inesorabile, di disfacimento al film, uno sfondo inquietante che dialoga ininterrottamente con i personaggi e ne condiziona l’agire).
Laura, finlandese, a Mosca per studiare russo, si innamora della sua professoressa Irina con cui avrà una storia: importante per lei, meno per l’amica. È anche per sfuggire a quell’amore instabile che decide di intraprendere un viaggio in treno verso Murmansk, profondissimo Nord russo, dove lei, archeologa, vuol vedere certe incisioni su pietra di mano umana risalenti a diecimila anni fa. Siamo nella Russia post-imperiale impoverita, senza più lo status di di superpotenza, li si sente, quegli anni, nei treni sporchi e inefficienti, nel malservizio, nei paesaggi desolati, nei falansteri di cemento che si vedono dai finestrini. Prende posto nello scompartimento che le è stato assegnato, il numero 6, e deve subito vedersela con il compagno di viaggio, un ragazzo di massima rozzezza, misogino, il macho medio russo di cui deve subire l’assalto, “quanti soldi vuoi per farti toccare la tua vagina?”. Ma sarà solo l’inizio di una conoscenza (quasi carnale) che passerà dal rigetto e dall’insofferenza, soprattutto da parte di Laura per Alyo, questo il nome di lui, a un reciproco conoscersi, un cauto capirsi. A una costellazione frastagliata di sentimenti e umori complessi e non sempre decifrabili, anche contraddittori. Proibito svelare che cosa succeda, l’andamento ondulatorio e sussultorio, il cardiogramma tra picchi, rovinose cadute e subitanee risalite di quello che intercorre o no tra quel ragazzo e quella ragazza. Il viaggio verso un Nord a lei sconosciuto, mentre, scopriremo, lui a Murmansk lavora come minatore, si fa anche spostamento progressivo all’interno della loro relazione e all’interno di ognuno di loro. Ci saranno soste, ci sarà una tappa fondamentale a San Pietrburgo (è uno degli elementi che ci consentono la datazione dei fatti. Fossimo ai tempi dell’Urss la città si chiamerebbe ancora Leningrado). Salirà un terzo passeggero, e sarà per Laura l’occasione per rifare i conti su di sé, su Alyoa, sul mondo, per guardare finalmente oltre i pregiudizi e le convenzioni.
Il cinema in/sul treno è genere illustrissimo, ora declinato in chiave thriller ora, come in questo e altri casi celebri (Il treno della notte di Jerzy Kawalerowicz, per dire), come microcosmo e luogo chiuso in cui mettere in scena tensioni, amori, repulsioni, conflitti, alleanze. Insomma la commedia umana. C’è tutto questo in Scompartimento numero 6, concentrato in spazi minimi e intorno a due soli personaggi. Ma la sceneggiatura è notevole nell’alternare pieni e vuoti, scontri distacchi e riavvicinamenti, la regia di una finezza  che non ci si sarebbe aspettati, la coppia di attori una meraviglia (e lui, Yuri Birisov, visto anche nel film di Kirill Serebrennikov Petrov’s Flu sembra destinato a carrera importante e in questo personaggio di ragazzo deragliato, violento e mansueto, resistente e fragile ricorda un’infinità di cattivi-ma-buoni ragazzi dello schermo, James Dean, ovvio, ma soprattutto un attore che segnò il cinema nuovo polacco degli anni Sessanta con la sua recitazione nevrotica da non riconciliato, Zbigniew Cybulski. C’è aria di un premio, intorno a questo film. Magari a uno dei due attori. O a entrambi (ma la concorrenza è numerosa e qualificata).

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