Cannes 2021. I vincitori: Palma d’oro (discutibile) a TITANE, benissimo gli altri premi

Nadav Lapid, premio della giuria per ‘Ha’Berech’

Quel che si temeva o almeno io temevo è successo. Ha vinto il film (apparentemente) meno cannense del concorso, il più divisivo, il più selvaggio. Insomma lo scandalo annunciato e programmato – ce ne vuole sempre uno ai festival acciocché pubblico e stampa si accapiglino sui social e si generino hype e traffico – di Titane, orrorifico di molte pretese e ambizioni e molti messaggi dentro su patriarcato, fluidità gender, post-umano, secondo film della Julia Ducournau messasi in luce qualche anno fa sempre qui a Cannes, ma se ricordo bene alla Semaine de la critique, con il suo esordio Raw: genere, intendo Raw non Titane, cannibal per disvelare i meccanismi sociali di controllo e dominio. Era buono, promettente assai, restava nel perimetro di un piccolo, inventivo film di sperimentazione e incroci di linguaggi e generi e di alto-basso. Mentre Titane è infinitamente meno agile e più grande, grosso, gonfio e tronfio e anche più pesante, perfino bolso, e più ricco di mezzi, il che ha forse spinto Ducournau a debordare e strafare. Erano mesi che si parlava, si favoleggiava di questo film, subito dato tra i favoriti non appena si è appreso del suo inserimento nella line-up di Cannes. E Palma d’oro è stata. Fischi robustissimi in Salle Debussy dove si è assistito su schermo alla cerimonia di premiazione (indignati alcuni ragazzi giapponesi seduti davanti a me per la Palma scippata al loro Hamaguchi), fischi pure qualche sera fa in Salle Bazin alla proiezione stampa, anche da parte di molti giovani non certo sospetti di babbionismo da boomer. Violentissimo, truce, ribaldo e trucibaldo, Titane non è comunque film banale e povero di senso, solo non è quel capolavoro di cui i suoi devoti parlano, non è un film-svolta (assomiglia troppo ad altri film, da Neon Demon di Refn al Cronenberg di Crash a Beau Travail e High Life di Claire Denis, oltre che ad almeno due vecchi Luc Besson, Léon e Nikita), temo non segni neanche una tappa storica di empowerment femminile. Narrativamente fragile ed episodico, con una prima parte (Alexia serial killer, Alexia che si fa, ma perché?, penetrare da una macchina sessuata e ne resta incinta) che non c’entra con la seconda tutta sulla relazione tra figlio/figlia, ovvero Alexia trasmutatasi in Adrien, e padre, uno strepitoso Vincent Lindon che lui sì si carica addosso il film e lo conduce in porto. Il tempo dirà se la giuria, che temo abbia scelto più per adesione ideologica a un cinema neo- o post-femminile che per convinzione profonda, abbia visto giusto o preso uno dei molti abbagli di cui è costellata la storia dei festival. Io credo che di abbaglio si tratti, di omaggio a mode transeunti, di Palma dettata dalla tempesta culturale in cui da qualche anno siamo immersi o sommersi, intendo wokeness, gender culture, metooismo etc., anche se spero di sbagliarmi.
Ecco, se non ci fosse la Palma a Titane questo sarebbe un gran bel palmarès. Ci sono entrati anche i miei due fim preferiti (vedi la mia classifica), Annette con il premio, questo sì sacrosanto altro che quello alla Ducournau, a Leos Carax per la regia. E, proprio non ci speravo, ci è entrato perfino il potente, rabbioso Ha’Berech dell’israeliano Nadav Lapid cui è andato il premio della giuria. Condiviso ex aequo con Apichatpong Weerasethakul, un maestro vero, già vincitore di Palma con Zio Boonmee e qui rientrato in palmarès con Memoria, non il suo film migliore ma inconfondibilmente suo, con impresso il segno del suo talento, della sua visione, del suo sguardo in grado di cancellare i confini tra il qui e l’oltrevita, tra il sonno e la veglia, tra la ragione e il delirio. Con un incipit perfino da thriller alla Dario Argento (la tecnologia avveniristica per decifrare il mistero come in Quattro mosche di velluto grigio o in L’uccello dalle piume di cristallo) o alla Brian De Palma (Blow-out).
Il grande favorito della vigilia, e quindi il grande sconfitto della serata perché insignito solo del premio per la sceneggiatura, è il giapponese Ryusuke Hamaguchi. Il suo Drive My Car aveva convinto tutti, ma non ce l’ha fatta a vincere con una giuria troppo ansiosa di cavalcare l’onda delle nuove sensibilità inclusiviste. Quanto all’iraniano Asghar Farhadi, gloriosa carriera alle spalle, neanche stavolta è riuscito a prendersi la Palma. Se ne torna a casa con il Grand Prix per il suo assai bello A Hero, e però condiviso, un altro ex aequo!, con il finlandese Juho Kuosmanen di Scompartimento n. 6. Una sorpresa, questo? Macché. La giuria ha solo ratificato il consenso ottenuto trasversalmente alle generazioni dal suo film, forse il Grand Prix, che nel ranking cannense significa secondo posto, gli sta un po’ largo, ma non è il caso di gridare allo scandalo. Va bene anche il riconoscimento di migliore attore a Caleb Landry Jones, il ragazzo deragliato dell’australiano Nitram, film che non sono riuscito ad amare, e però lui di indiscussa bravura e adesione perfino fisica al suo personaggio. Ritirando il premio non è riuscito a proferire verbo, non è sembrato molto compos sui, insomma in controllo di sé: come già a inizio cerimonia il presidente di giuria Spike Lee. Così smarrito, sconnesso e confuso da – se ne parlerà per chissà quanto tempo – commettere l’irreparabile, farfugliando anziché il premio al migliore attore, come previsto da scaletta, il titolo del film Palma d’oro. Francamente io da quel suo biascicare non ho afferrato granché, ma tanti assicurano che abbia commesso lo spoiler del secolo rivelando in anticipo la vittoria di Titane. Converrà riascoltare con attenzione il file audio. Certo che Spike Lee non ne esce bene, non ha fornito l’immagine di un presidente di giuria affidabile e in controllo della situazione, a me è sembrato anzi che la vera leader occulta del gruppo fosse Mélanie Laurent, ma è un’impressione, niente di più. Rimpiango Cate Blanchett, lei sì che nel 2018 fu una magnifica presidente. Quanto agli sconfitti: non entrano in palmarès, giustamente, né Wes Anderson né tantomeno Nanni Moretti. Fuori anche il Paul Verhoeven di Benedetta, quello sì sconveniente e maudit, altro che Titane.

I PREMI del festival di Cannes 2021, 74esima edizione

Palma d’oro
Titane di Julia Ducournau (Francia)

Grand Prix (ex-aequo)
Ghahreman (A Hero) di Asghar Farahdi (Iran)
Hitty No 6 (Compartment No 6) di Juho Kuosmanen (Finlandia)

Premio per la regia
Leos Carax per Annette (Francia)

Premio per la sceneggiatura
Ryusuke Hamaguchi e Oe Takamasa per Drive My Car (Giappone)

Premio della giuria (ex-aequo)
Memoria di Apichatpong Weerasethakul (Thailandia)
Ha’Berech (Le Genou d’Ahed) di Nadav Lapid (Israele)

Migliore interpretazione femminile
Renate Reinsve per Verdens Verste Menneske (Julie (en 12 chapitres)) di Joachim Trier (Norvegia)

Migliore interpretazione maschile
Caleb Landry Jones per Nitram di Justin Kurzel (Australia)

Palme d’or d’honneur (Palma alla carriera)
Jodie Foster (Stati Uniti)
Marco Bellocchio (Italia)

Caméra d’or (per la migliore opera prima)
Murina di Antoneta Alamat Kusijanivic (Croazia) presentato alla Quinzaine des Réalisateurs

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