Cannes 2021. Recensione: THE FRENCH DISPATCH, un film di Wes Anderson

The French Dispatch di Wes Anderson. Con Benicio Del Toro, Bill Murray, Léa Seydoux, Adrien Brody, Timothée Chalamet, Frances McDormand, Tilda Swinton, Mathieu Amalric. Usa. Concorso. Voto 6
Più passano i giornipiù calano il mio interesse e gradimento verso questo assai atteso nuovo Wes Anderson, pronto da chissà quanto tempo ma rimasto ai blocchi di partenza per più di un anno causa pandemia (insieme a Moretti e qualcun altro Wes Anderson è tra i fedelissimi a Cannes che hanno preferito tener fermo il film e non darlo ad altri festival per poterlo mostrare qui in prima mondiale; Frémaux e Lescure ringraziano per la fedeltà dimostrata).
Alla visione qualche sera fa in Salle Bazin clima di eccitazione come poche volte in questa edizione. E poi, a epifania avvenuta, la sensazione che si sia trattato del solito Wes Anderson, nient’altro che del solito Wes Anderson. Che replica sé stesso ai piu alti livelli, ma ormai senza invenzioni, in una autoreferenzialità e maniera che anche i più adoranti cominciano a trovare stucchevole. Certo, pure Fellini rifaceva all’infinito sé stesso, succede a chi ha fondato un nuovo paradigma nel fare cinema e cambiato la nostra visione e il nostri sguardo. Quindi perché non lui?, dicono i suoi irriducibili, quelli che hanno orgasmato per Moonrise Kingdom per non dire di Grand Budapest Hotel (in effetti il suo capolavoro) e ora non intendono demordere nella laude. Bene, scrutiamo più da vicino questo suo smagliante, figurativamente formidabile The French Dispatch, di una bellezza da Sindrome di Stendhal ma esangue, sterile, celibe, autoreferenziale, calligrafico (ritiriamolo fuori questo aggettivo vetusto che negli anni Sessanta veniva usato per screditare gente di solidissimo mestiere che oggi ad avercene, come Mauro Bolognini). Inerte, glaciale. Ispirandosi chiarissimamente al New Yorker, bibbia del giornalismo bello-e-intelligente, alla sua tradizione di alta scrittura e stile e engagement ((Truman Capote! Hannah Arendt! Saul Steinberg!) che ne ha fatto il magazine di riferimento per decadi della borghesia elegante e inevitabilmente liberal non solo americana, Anderson ci porta dentro la redazione e le pagine – dovremmo essere negli anni Sessanta del secolo acorso – di The French Dispatch,  grafica e disegni mirabili uguali uguali a quelli del succitato TNY, nato con altro nome nel Kansas, non proprio il luogo più fine e intellettuale d’America. Poi, dopo la scoperta da parte del suo editore (o del figlio del fondatore? non ricordo bene) dell’Europa durante il classico viaggio di formazione di ogni giovane dabbene, e in particolare della way of life francese, spostato in una località della Francia profonda di nome Ennui proprio come noia – in realtà gli esterni sono stati girati a Angoulême – e ribattezzato The French Dispatch. Ovvio che ci scrivano sopra le più brillanti e acuminate penne, ovvio che tutti i miglior expat americani a Parigi ne siano i collaboratori. Abbonati in tutto il mondo, quindi si immaginano fiumi di denaro convogliati nelle casse dell’editore e però reinvestiti prontamente, mica come oggi, nella qualità del prodotto. Ecco, immaginate gli entusiasmi e le nostalgie di coloro che sono cresciuti da lettori con la meglio carta stampata, che magari ci hanno pure lavorato, e adesso si ritrovano spaesati e incazzati nel mondo infame del giornalismo al tempo del web (precariato, liceziamenti di massa ecc.). The French Dispatch è il loro film, una celebrazione di com’era bella e grande l’editoria di prima (non è vero, mica era come il New Yorker o questa sua copia wesandersoniana).
Dopo adeguato prologo-presentazione in cui facciamo conoscenza dell’editore-padre-padrone Bll Murray (più che un attore-feticcio per WA), il film ci racconta, anzi mette in scena, tre chiamiamole inchieste o stories della rivista, la prima della sezione arte, la seconda mi pare – non ricordo bene e io non prendo appunti – di quella politica, la terza delle pagine food. Wes Anderson radicalizza e porta a definitivo compimento la messa a punto di un cinema a due dimensioni, cinema che scorre davanti ai nostri occhi come fogli di un giornale, come tavole di un fumetto. I personaggi perdono ogni consistenza e profondità, diventano solo figure e figurine piatte anche se magnificamente disegnate (non c’è differenza in fondo tra le parti animate che vengono qua e là introdotto dal regista, pare ispirate a TinTin, e le sequenze live action abitate più che interpretata da tutti i fedelissimi del clan Anderson). In un cinema che torna a quello di Buster Keaton nei momenti più alti, allo slapstick-e-basta negli altri. Per carità, c’è spazio anche per questo cinema, ci deve essere come no, ma si potrà parlare a proposito di Wes Anderson di progressiva perdita di senso e impoverimento ispirazionale? Si resta ammaliati dalle figurine ricche di rimandi squisitissimi a una sterminata iconografia, compreso il calligrafismo cinese e giapponese (come già nell’Isola dei cani, ma almeno quello era animazione dichiarata, non dissimulata come stavolta). E però il vero limite di questo film è la narrazione. Se il primo segmento, quello della sezione arte con la parabola del pittore pazzo rinchiuso in una prigione francese e dell’abile e astuto mercante che lo trasforma in mito vivente dell’espressionismo astratto resta godibile, il secondo e il terzo collassano e implodono in uno storyrelling confuso, contorto, labirintico, trame che si aggrovigliano e si stenta a seguire. Pessimo il  segmento “Politics”. Una ricostruzione à la Anderson di una rivolta studentesca francese tipo maggio, però mescolata alla rivolta esstenziale e un po’ esistenzialista, alla rivoluzione sessuale, pure a quella estetico-artistica (il leaderino in questione, un ottimo Timothée Chalamet, vuole stendere il manifesto di non si capisce quale nuova corrente o utopia. Del tutto improbaile. Se questo è Le Joli Mai secondo Anderson e i suoi sceneggiatori, tra cui il fedelissimo Roman Coppola, urge per loro qualche utile ripasso su quella parte di storia del Novecento. Quanto al terzo segmento (sezione Food), è talmene intricato che non saprei nemmeno da dove cominciare per darne anche solo una vaga idea. Chiudo. Mentre abbasso ulteriormente il voto: sono partito da un tra il 7 e l’8, poi sceso a 7 e mezzo. Adesso 6. Dopodomani chissà.

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