Cannes 2021. Recensione: GHAHREMAN (A HERO), un film di Asghar Farhadi. Un (grande) autore ritrovato

Ghahreman (A Hero) di Asghar Farhadi. Con Amir Jadidi, Mohsen Tanabandeh, Fereshteh Sadrorafaii, Sahar Goldust. Iran. Concorso.Vincitore del Grand Prix ex-aequo con Compartment No 6. Voto 7 e mezzo
Il Farhadi ritrovato. Il gran regista di A Separation, uno che ha influenzato come pochi con le sue trame labirintiche e i suoi dialoghi precisissimi, chirurgici e insieme reticenti, allusivi, ambigui, lo scrivere cinema degli ultimi dieci-dodici anni, sembrava in avvitamento e rapido decino dopo il suo ultimo film. Quel Tutti lo sanno girato in Spagna con  la troppo divistica coppia Javier Bardem-Penelope Cruz dove non riusciva mai a trovare gli accenti di urgenza e verità dei suoi film iraniani, come capita a certi autori che sradicati dalla loro nicchia ecologica perdono l’anima, non ce la fanno a acclimatarsi in nuovi mondi e panorami umani (mentre ce ne sono altri che ovunque li trapianti si adattano benissimo, Billy Wilder, Fritz Lang, Roman Polanski solo per fare qualche nome). Anche il suo precedente The Salesman (In Italia Il cliente), pur rispettabile, aveva mostrato qualche crepa nella di solita impeccabile e implacabile macchina narrativa farhadiana, qualche incongruenza, qualche passaggio stridente. Ma questo Ghahreman (A Hero) ce lo restituisce oltre che totalmente reimmerso negli umori del suo paese (stavolta però non siamo a Teheran la tentacolare ma, se ho capito bene, a Shiraz) in perfetto controllo della costruzione drammaturgica, e non adagiato nei propri manierismi, di nuovo inventivo, capace di intercettare il ontemporaneo, il qui e ora, introducendo per dire i social come coro, corpo collettivo, fabbrica incessante e minacciosa di opinioni, giudizi, pregiudizi.
Non un film esplicitamente politico – Farhadi non ne ha mai fatti, non si è mai messo in urto irreparabile con i poteri del suo paese – nel quale però il regista sa abilmente introdurre lateralmente, senza troppo gridarli, temi altamente sensibili come la pena di morte (l’Iran è dopo la Cina il paese con il più alto numero di esecuzioni capitali: vedi rapporto di Amnesty International). Quanto alle disparità sociali, altro soggetto non propriamente gradito al regime, già erano clamorosamente presenti, fino a farsi matrice, punto di innesco, in A Separation, che era a modo suo anche un film benché schermato sulla lotta di classe. Tornano anche in Ghahreman le differenze tra la ‘povera gente’, per usare un linguaggio vetero-neorealista non così inadatto al cinema di Farhadi, e chi ‘sta bene’, con un protagonista in carcere per debiti non onorati neanche fossimo nel dickensiano David Copperfield – dal film si direbbe che in Iran la giustizia è spietata con chi non paga, mica come nell’indulgente nostra Europa, oltretutto Rahim, il giovane uomo al centro della storia non si è neanche reso responsabile di chissà quali reati finanziari, è solo un poveraccio un po’ troppo sconsiderato che non è riuscito a rimborsare chi gli aveva prestato i soldi per avviare un’attività poi fallita.
Allora: Rahim, anche per la sua buona condotta, ha ottenuto di poter uscire di galera per qualche giorno. È in quell’occasione che, sostiene lui, ha trovato a una fermata d’autobus una borsa con dentro un neanche così piccolo tesoro, un bel po’ di monete d’oro. Che gli avrebbe fatto comodo vendere, ma che, nonostante tutti i suoi debiti, ha deciso di restituire alla proprietaria (trattasi di una borsa inequivocabilmente femminile). Con l’aiuto della sorella e del cognato distribuisce volantini e attacca manifesti dappertutto lasciando il proprio recapito telefonico, chiedesno alla proprietaria della borsa di farsi viva. E una signora telefona, descrive a Rahim esattamente il tipo di borsa e il contenuto, dunque non può che essere lei ad aver perso il tesoretto. Che le verrà restituito non da Rahim, tornato in galera visto che il permesso è scaduto, ma dalla sorella.
Tutto bene? Per niente. Siamo in un film di Farhadi, gran cineasta del disincanto e gran sabotatore di ogni distinzione netta tra verità e menzogna, sicché le cose si complicheranno. Rahim è intanto diventato un eroe popolare, additato alla pubblico opinione e celebrato dai sociale quale detenuto esemplarmente pentito e redento, perfino adottato quale emblema da un’associazione che si batte per i diritti dei carcerati, in primis dei condannati a morte. Ma emergono fatti nascosti, i dubbi su Rahim, prima solo sussurri e boatos, diventano un tornado, e qui mi taccio.
A Hero, quasi senza che ce ne accorgiamo, si trasforma via via in un affresco sempre più ampio, di più storie e personaggi, in cui il bel gesto di Rahim si fa pardadssalmente detonatore di dinamiche distruttive di ogni ordine e equilibrio. Tutti hanno qualcosa da nascondere, tutti hanno interesse a manipolare i fatti e a distorcerli a proprio favore. Se le perplessità su Rahim si moltiplicano – da eroe a idolo infranto il passaggio è veloce – nessuno di chi gli sta intorno, familiari, amici, nemici, direttore del carcere – mantiene la propria innocenza. Insomma, per chi già lo conosce e ama, purissimo Farhadi, in grado come nessuno di mettere a punto un dispositivo narrativo ad alta complessità e insieme avvincente, travolgente, senza mai uno strappo, un ingorgo, un inciampo. Si parte come sempre nel suo cinema dal semplice, dal  dettaglio – qui il bel gesto di Rahim – per disegnare una trama, anzi più trame, a rete, una rete che si espande, cattura, annette sempre più personaggi, ambienti, pulsioni e ossessioni individuali e collettive. Ripetitivo? Sì. ma quando, pur replicando per l’ennesima volta il proprio fare cinema, Farhadi rasenta come in questo caso la perfezione non si può che restare ammirati. A Hero è uscito da Cannes 2021 con il Grand Prix, il secondo nel ranking del festival, però ex-aequo con il finlandese Compartment No 6. Certo che la Palma l’avrebbe meritata più del furbetto e modaiolissimo Titane di cui tra un anno, tutt’al più un anno e mezzo, ci si sarà già dimenticati.

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