Cannes 2021. Recensione: VORTEX, un film di Gaspar Noé (che non sembra Noé )

Vortex di Gaspar Noé. Con Dario Argento, Françoise Lebrun, Alex Lutz. Cannes Première. Voto 8 e mezzo
Il Noé che non ti aspetti (come, in questo Cannes 2021, il Moretti di Tre piani non è stato il solito Moretti, il Bruno Dumont di France non il solito Dumont). Non più uno dei suoi viaggi lisergici al termine della notte e degli incubi, dentro gli antri oscuri del suo e nostro inconscio, nei deragliamenti psichici e psicotici da sostanze alteranti, un film invece di massima semplicità a tasso visionario trattenuto, a bassa intensità, su una coppia di vecchi coniugi che si avviano alla fine. In un appartamento parigino angusto e occupato da libri si aggirano lei, affetta da demenza senile, con momenti di lucidità alternati ad altri di completa alienazione da sé, e lui, critico cinematografico italiano trapiantato in Francia (lo interpreta Dario Argento, per la prima volta a 82 anni attore, e già questo), dalla salute pericolante ma ancora attivo, non domo, non rassegnato nel suo paziente realismo, intento a scrivere un libro su cinema e sogno. Si apre con Françoise Hardy che canta in video Mon Amie la Rose, a datare l’era in cui i due si sono probabilmente conosciuti e amati ed è l’unica inquadratura del film a pieno schermo, perché per il resto è split screen, una macchina da presa su di lei, una su di lui, a restituire in contemporanea le due vite ora parallele, ora a confliggere e intersecarsi o allontanarsi. Un dispositivo mai celibe, mai fine a se stesso, mai autistico e vezzo autoriale, messo invece al servizio dei personaggi per catturare il loro essere due e nello stesso tempo uno (questo è eminentemente un film sul tempo), inestricabilmente una cosa sola. Per due ore e venti, con lunghi piani sequenza a restituire il tempo reale, senza strappi narrativi troppo evidenti, anche senza apparente drammaturgia, una drammaturgia come pudicamente (mai avrei pensato di parlare di pudore a proposito di un film di Noé) diluita nel qualunque quotidiano. Con un figlio tossico (i personaggi sono indicati semplicemente, a sottolineare il loro essere archetipi, idealtipi, come la Madre, il Padre, il Figlio) che si introduce nella casa senza riuscire a renderla meno soffocante, né a sotrarre alla clausura i genitori, senza riuscire a arrestare il loro declino, l’inesorabilità del loro ultimo tragitto. Si dirà: ma è un clone di Amour di Haneke. No, il (doppio) percorso è tutt’altro, la lingua cinematografica adottata è diversa, l’uso della mdp pure, siamo in quella terra di mezzo tra docu inteso come visione del reale e fiction che il cinema recente ha dissodato e esplorato e che Noé adatta a sé stesso, ai propri fantasmi, alle proprie urgenze. Si resta avvinti ai due personaggi, ci si commuove. Il film meno à la Noé e forse il suo migliore. In un’intervista rilasciata a IndieWire e pubblicata due giorni prima dello screening a Cannes il regista ha detto di aver rischiato l’anno scorso la vita a causa di un’emorragia cerebrale. Questo Vortex (si potrà parlare dopo i precedenti Climax e Lux Aeterna di Trilogia della X?), che si mostra letteralmente come un referto mortuario, è probabilmente il risultato di quell’esperienza estrema.
Nonostante la rinuncia di Noé ai suoi estremismi e radicalismi, i fili a unire Vortex ai suoi film precedenti ci sono e sono saldi: anche questo è cinema dell’abisso, dell’inesorabile, dell’irreversibile. Dario Arrgento lo si ama da subito, nonostante il suo francese scolastico e basico da italiano, di una povertà lessicale e sintattica a volte imbarazzante (Noé, perché non gli hai scritto delle battute vincolanti?) ed è forse il solo limite del film. Immensa Françoise Lebrun, già attrice-feticcio di Jean Eustache. Proiezione notturna alla Salle Debussy come si addice a un Noé-movie: inizio oltre mezzanotte, fine alle 2 e mezzo. Lui presente in sala e applaudito da un pubblico misto stampa composto soprattutto di ragazzi, che pure a Dario Argento hanno decretato una standing ovation. Fosse stato in concorso, avrebbe potuto legittimamente aspirare alla Palma, altro che Ducournau.

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