Il film imperdibile stasera in tv: IL DISORDINE di Franco Brusati (1962) – sabato 31 luglio 2021

Il disordine, un film di Franco Brusati (1962). Rai Storia, ore 21:10, sabato 31 luglio 2021. Anche su RaiPlay.

Franco Brusati sul set con Antonella Lualdi e Louis Jourdan

Dimenticare Brusati. Fin troppo facile parafrasare uno dei suoi più celebri titoli, cui capitò perfino di sfiorare l’Oscar come migliore film straniero. Ma sembra proprio questa la tacita mission che si son dati tutti, critici di vecchia e nuova o nuovissima generazione, curatori di rassegne di massimo o minimo status, archeologi della celluloide pronti a proporre retrospettive e speciali anche degli autori più marginali: dimenticare quello che fu autore di rispetto, pur nell’andamento sussultorio dei risultati di volta in volta conseguiti. Lui, Franco Brusati, scomparso nel 1993 dopo una carriera di irregolare tra regia cinematografica, sceneggiatura, drammaturgia teatrale, resta in attesa del riscatto, della riscoperta. Tutt’al più si riesuma su qualche schermo televisivo o piattaforma il suo film più amato dal pubblico, Pane e cioccolata, qualcuno tenta anche eroicamente una qualche serata-tributo in suo onore ma con scarsa o nulla eco mediatica. Rovistando nella rete mi sono imbattuto in una personale dedicatagli dalla Viennale, ma non ho capito quando, e non ho capito nemmeno, vista la scarsità di informazioni al riguardo, se ci sia già stata o se sia in programma per la prossima edizione.
Ecco, per non cancellarlo dalla memoria, dalle memorie individuali e da quella collettiva, intanto si veda stasera su Rai Storia – e su RaiPlay – questo raro Il disordine, suo secondo lungometraggio da regista, risalente al remoto 1962 e purtroppo malvisto e maltrattato allora da stampa e pubblico. Anche per colpa della balorda idea di lanciarlo, sperando di sfruttare l’effetto Fellini, come la versione milanese de La dolce vita, e quando si creano attese di quel tipo poi la delusione è inevitabile. Come difatti fu. Oggi bisogna guardare a Il disordine senza quelle lenti ingannatrici, per quello che vale, per quello che è, per quello che voleva essere, non certo il calco di un altro film, o almeno per come ci appare oggi. Allora se ne possono apprezzare le finezze narrative, la capacità rara nel cinema italiano di consegnarci un ritratto della nostra borghesia al di là dei cliché caricaturali di tanta commedia del e sul boom.
Brusati era un borghese, conosceva quel mondo, dalla borghesia milanese proveniva, anche se era poi approdato nella Roma plebea del cinema anni Cinquanta e Sessanta, forse senza mai addattarvisi davvero, mantenendo come una distanza di rispetto, di autodifesa, tentando sempre un fare cinema anomalo, di densità intellettuale ma anche a modo suo popolare, di sofisticata scrittura, di impeccabile costruzione drammaturgica. Il disordine resta uno dei suoi vertici insieme, a mio parere, al capolavoro I tulipani di Haarlem (film che amai follemente e che oggi evito di rivedere temendo di doverci rifare i conti, di restare deluso). Siamo, nel Disordine, più che dalle parti di Fellini in zona Antonioni, con quella villa aristocratica fuori Milano (è la Borromeo di Arcore: no, non casa Berlusconi) fotografata in bianco e nero con dentro i suoi padroni, i servi, con gli ospiti di una festa notturna che non può non ricordarci quella della Notte. Film corale, film affresco, di storie e persone che si intersecano, si incontrano e si riperdono, e a fare da pivot il giovane uomo Mario (lo interpreta Renato Salvatori, allora all’apice della carriera) che, in cerca di un lavoro per mantenere se stesso e la madre malata e non più autonoma, finisce nelle cucine dei ricchi (mi pare che in origine il suo personaggio fosse barista, ma mi potrei sbagliare: ho il vizio, credo di averlo già detto, di non prendere mai appunti quando vedo un film, nemmeno ai festival). Che è punto di osservazione privilegiato, come sempre nei film di servi e padroni (un’infinità, da La règle du jeu a Gosford Park), verso tipi umani di ogni tipo. Qui: un amico di giovinezza che ora Mario ritrova nell’alto della scala sociale. Una borghese annoiata e isterica dai pessimi rapporti familiari (erano gli anni delle alienazioni e delle alienate in senso antonioniano per l’appunto). Un uomo che sta morendo senza essersi riconciliato con chi gli è stato vicino. Una signora ingabbiata nelle regole rigide della sua classe sociale. In questo quadro puntiforme non manca il côté proletario con echi del di poco precedente Rocco e i suoi fratelli di Visconti, non solo nel character di Mario ma soprattutto nella tranche de vie di periferia con un prete che ha deciso di vivere con gli ultimi. Ma Brusati resta lontano da ogni cinema di indignazione, rivendicazione, denuncia civile (quel covo di reietti intorno al prete è alquanto ambiguo, niente a che fare con le figurine edificanti della propaganda proletaria), a lui interessano solo i complicati arabeschi tracciati dalle esistenze, le delusioni, le illusioni, gli inganni, la felicità sempre perseguita e mai raggiunta. E la penombra più che la piena luce. Una voce, la sua, che se anche a risentirla oggi può sembrarci nobilmente datata resta di sicuro unica, originale, non assimilabile ad altre, neanche quando le affinità sembrano clamorose. Brusati qui più che mai è un borghese che osserva e registra i vizi perlopiù nascosti dietro alle maschere e alle ipocrisie della sua classe, ma senza pronunciare scomuniche, senza moralismi facili. Solo vivisezioni e osservazioni impassibili di un mondo incapace di grandezza e anche di autentica tragicità, sempre a rischio di mediocrità, il suo vero limite, la sua condanna. Cast incredibile, come solo il cinema italiano delle coproduzioni di quegli anni poteva permettersi. Dove non manca colei che a mio parere è la più grande attrice di cinema del nostro Novecento, Alida Valli. E poi Susan Strasberg, Curd Jürgens, Louis Jourdan, Tomas Milian nella sua fase engagé, Georges Wilson, Sami Frey, Jean Sorel, Antonella Lualdi. Dimenticavo: c’è pure una sottotrama, benché più allusa che mostrata, omosessuale.

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