Film stasera in tv: ‘QUASI NEMICI – L’importante è avere ragione’ di Yvan Attal (mercoledì 4 agosto 2021)

Quasi nemici – L’importante è avere ragione (Le Brio), Rai 3, ore 21:20. Mercoledì 4 agosto 2021.
Titolo italiano demenziale, solo per sfruttare, come se servisse a qualcosa, la scia del gran successo di Quasi amici (titolo già demenziale di suo), con cui peraltro niente condivide se non l’incontro-scontro tra caratteri opposti anche – soprattutto – per diversità profonde di provenienze e appartenenze culturali e sociali. Scontro che qui si svolge secondo le regole della commedia francese bon ton e borghese, genere che da noi non ha mai goduto di grandi fortune (da noi se non c’è quel che di plebeo il pubblico scappa), tant’è che anche questo Le Brio – tale il titolo originale – pur venendo da ottime accoglienze in patria da noi se l’è andato a vedere, correva l’anno 2017, solo qualche spettatore di buona volontà, non certo le masse da blockbuster. Eppure, al di là della professionale quanto convenzionale confezione – nessun azzardo nella forma, il che ha reso inviso il film ai nuovi e vecchi critici –, Le Brio non è banale e ha parecchie ambizioni, innanzitutto rappresentare nei modi della french comedy di costume e dai dialoghi acuminati e ben scritti il tema alquanto sensibile da Calais a Marsiglia passando per Parigi, ma direi per tutta l’Europa, dei minimi scontri di civiltà, minimi ma non per questo meno cruenti, all’interno del vivere quotidiano, fuori e dentro le istituzioni: in questo caso in una delle università di Parigi, la Panthéon-Assas, sito di eccellenza per chiunque voglia affrontare studi giuridici. Ci arriva anche la proletaria, figlia di immigrati magrebini, Neïla Salah, volitiva, capace, decisa a non perdere quell’ascensore sociale per cavarsi dalla banlieue in cui è cresciuta. Ma il disastro si annuncia già al suo primo giorno: il temuto professore Pierre Mazard, un burbero per niente benefico anzi pronto a colpire nei punti deboli con la sua lingua velenosa alunni e colleghi, la insolentisce davanti a tutti per il ritardo con cui si è presentata a lezione. Seguirà una orribile scenataccia in cui il prof. darà il peggio di sé umiliando Neïla non senza grevi e imperdonabili riferimenti alle sue radici arabe. Ed è subito, attraverso un video diffuso in rete, accusa di razzismo. Che se succedesse oggi il Mazard verrebbe lapidato sulla pubblica piazza dei social e costretto all’esilio in Antartide (ma forse neanche lì gli concederebbero asilo). Invece siamo a metà degli anni Dieci, qualche chance di redenzione viene ancora concessa, e la chance data al cattivo è: farai da tutor per tutto l’anno a Neïla, le fornirai tutti gli strumenti del sapere di cui necessita per diventare un’ottima studentessa. Anzi, si impone a Mazard di essere il suo trainer in vista della gara di eloquenza che ogni fine anno si svolge in università. Costretti a condividere tempo e spazi i due, come vogliono le regole della commedia, finiranno col conoscersi, stimarsi, andando ciascuno oltre i propri pregiudizi sull’altro e il suo mondo. L’overdose di melensaggine e correttezza è in agguato, però bisogna dire che il regista Yvan Attal, anche cosceneggiatore, riesce a evitare le trappole peggiori inbastendo un duello tra l’arrogante altoborghese e l’energica figlia della banlieue ricco di momenti di interesse. I cliché e gli stereotipi non vengono taciuti (stavo per dire buonisticamente taciuti), piuttosto abbordati frontalmente con decisione e allegramente decostruiti. Ma il film è anche l’omaggio all’arte perduta dell’eloquenza, all’esercizio della retorica, alla capacità tanto importante in chi eserciti l’avvocatura di sedurre e persuadere attraverso la parola e l’uso accorto dei codici sociali. Una lezione in cui il prof. Mazard non manca di citare e tirare in ballo qualche gigante come Shakespeare (il Giulio Cesare, se ricordo bene) e Schopenhauer. Inserendosi in quel particolarissimo sottogenere del cinema francese in cui, attraverso vari dispositivi narrativi, i figli dell’immigrazione si confrontano anche duramente, e però senza mai rifiutarlo anzi accettandolo e modellandolo su di sé, con il grande archivio del pensiero e della cultura occidentali (e francesi in primis, ovvio). Trovai commovente molti anni fa la grazia con cui i ragazzini di periferia di uno dei primi, bellissimi film di Abdellatif Kéchiche, La schivata, mettevano in scena in una scuola Marivaux. Ecco, anche qui si sente l’eco di quello scontro che diventa poi confronto e poi ancora incorporazione e acculturazione, nel processo con cui Mazard inizia Neïla al sapere. Curiosamente, Le Brio è uscito quasi in contemporanea con un altro film, sempre francese, sui contest di eloquenza, A voce alta – La forza della parola, documentario realizzato a quattro mani da Stéphane De Freitas e Ladj Ly: che di lì a non molto sarebbe diventato famoso e ultrapremiato azzeccando il film della vita, Les Misérables. In Le Brio a tenere testa al burbero Daniel Auteuil c’è Camélia Jordana, nata come cantante pop in un talent e poi approdata felicemente al cinema. Ha grinta, energia, è brava, come si vedrà dopo questo film anche nel meraviglioso e rohmeriano Les choses qu’on dit, les choses qu’on fait di Emmanuel Mouret, selezionato per Cannes 2020 e poi incappato nei guai pandemici. In Francia è stato un piccolo ma non insignificante evento, in Italia non è mai uscito né in sala né su piattaforma, ed è un peccato.

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