Film imperdibile stasera in tv e su RaiPlay: BERGMAN 100: LA VITA, I SEGRETI, IL GENIO di Jane Magnusson – venerdì 6 agosto 2021

Bergman 100: la vita, i segreti, il genio, docufilm di Jane Magnusson (2018). Rai 3, ore 1:30, venerdì 6 agosto 2021. Anche su RaiPlay.

Docu per niente agiografico, anche se non sorretto da adeguata visione critica, anche se non così penetrante e definitivo come si sarebbe voluto su uno dei cienasti maximi di sempre, proiettato se ricordo bene in prima mondiale a Cannes 2018. In occasione, come sugerisce la data, dei 100 anni dalla nascita del Genio (maiuscola, please!). Non arrivai proprio a vederlo, figuriamoci, era un fuori concorso, la categoria più sacrificabile a un festival, e non riuscii a incastrarlo in un calendario al solito pazzeesco: l’ho poi recuperato su una qualche piattaforma (era Prime Video? o RaiPlay, dove peraltro è ancora rintracciabile e si spera resti parecchio?) e non è stato tempo buttato via, anzi.
Adesso eccolo qui, stanotte in un Fuori orario dedicato al cinema docu sul cinema, e quindi prima un’intervista a Coppola, quindi questo about Ingmar Bergman, infine l’ancora più imperdibile Ciao, Federico! (about Fellini, ovvio) di Gideon Bachmann.
Bergman 100: la vita, i segreti, il genio mantiene quanto promesso dal pettegolo titolo italiano (essendo quello originale Bergman. A Year in a Life, più avanti se ne capirà il senso). Tutto quello che non sapevate e avreste voluto sapere sul maestro dei maestri lo trovate qua dentro, un ghiotto catalogo di retroscena e dettagli e rivelazioni sulla vita pubblica ma anche, soprattutto, privata. Probabilmente la regista Jane Magnusson non passerà alla storia del documentarismo per avere rifondato il genere, mica è Frederick Wiseman, ma è certo riuscita a realizzare qualcosa da cui nessun biografo futuro o semplicemente ammiratore o curioso del signor Ingmar potrà più prescindere. Si parte, per poi allargare a cerchi via via più ampi della vita e della carriera di IB, dall’anno mirabile, mirabilissimo, miracoloso del 1957. Lui ha 39 anni – leva del 1918, fine guerra -, ha 13 film alle spalle compreso un succès de scandale che gli ha dato vsibilità anche in America, Monica e il desiderio, ma non è ancora il totem del cinema che conosciamo. Non lo è ma lo sta per diventare. In quell’anno cruciale – è L’anno in una vita del titolo originale – escono due capolavorissimi suoi, forse i due titoli con cui tutt’oggi lo si identifica, Il settimo sigillo e Il posto delle fragole. Ma, con una voglia di conquista, con un’ambizione, una fame di gloria insospettabili, in quello stesso arco di tempo realizza un importante lavoro per la televisione e due spettacoli a teatro, compreso uno storico Peer Gynt. Ha già tre figli, ne avrà altri sei, da varie compagne e mogli. Su questo versante privato-personale il film della Magnusson è assai generoso di informazioni. Nessuno dei lati oscuri del Sommo Regista viene taciuto. I suoi libri autobiografici come La langerna magica vengono definiti senza troppe perifrasi inattendibili, pieni di falsità e depistaggi, pura – e accorta – autocostruzione della propria leggenda. Apprendiamo anche come si fosse dato da fare, riuscendo pienamente nell’intento, perché la tv svedese non trasmettesse la versione integrale dell’intervista rilasciata dal fratello maggiore Dag, intervista solo di recente sdoganata e resa pubblica. Dove Dag ricorda come Ingmar avesse mentito sulla loro infanzia nel peraltro meraviglioso Fanny & Alexander, spacciandosi agli occhi dello spettatore per il bambino maltrattato e preso a frustrate dal fanatico patrigno, mentre a subire gli abusi era stato in realtà lui, il fratello grande.
Tutto, nevrosi sofferenze viste o subite diventa cinema, materiale attraverso cui IB edificherà il piedestallo del proprio monumento. Se in L’uovo del serpente ricostruisce gli anni più bui di Weimar evocando lo spettro del nazismo incombente e già pronto a ingoiarsi la fragile Germania della democrazia, nella realtà e nella vita Ingmar nasconde la macchia di una passata stagione di simpatie filohitleriane, non si sa nemmeno se e quando rinnegate. Come tanti suoi coetanei svedesi era stato mandato adolescente in un campo estivo in Germania, e tanto era bastato perché si impregnasse delle mitologie, dei riti, della propaganda del nazismo. Da cui non si libererà tanto presto: un familiare di un ebreo tedesco riparato in Svezia e accolto dai Bergman nella loro casa ricorda nel docu della Magnusson come il giovane Ingmar non facesse niente per nascondere la sua ammirazione per il Terzo Reich. Il resto della sua vita publica e privata, che è ancora tanta roba, è meglio che lo scopriate vedendolo, questo film. Tutt’altro che genuflesso, anzi qua e là pericolosamente inclinante verso il gossip benché d’alta gamma. Ma come lo si guarda volentieri, e chi mai lo avrebbe detto di un docu intorno a un monumento, perdipiù scandinavo che raramente è sinonimo di leggerezza, del cinema. Intanto a Cannes 2021 si è visto in concorso Bergman’s Island di Mia Hansen-Løve, una coppia – lui regista, lei scrittrice – in visita devota all’isola baltica di Faro dove Bergman abitò e girò parecchi dei suoi film (non bisogna troppo dannarsi per cercare informazioni: esiste il Bergman Tour organizzato, anche su torpedone per turisti, si può perfino affittare la stanza in cui fu girato Scene da un matrimonio e dormire nel letto di Liv Ullman e Erland Josephson). Cinema sul cinema, ma meno prevedibile di quanto ci si aspettasse, fortunatamente non così manieristicamente bergmaniano. E chissà se questo sottile omaggio a un maestro troverà un’uscita italiana.

 

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