Film imperdibile stasera in tv: ADDIO MIA CONCUBINA di Chen Kaige (domenica 29 agosto 2021)

Addio mia concubina di Chen Kaige, 1993 (165 minuti), Cielo, ore 21:15. Domenica 29 agosto 2021.
Capolavoro della prima onda del cinema cinese in Occidente, quella che vide tra tardi Ottanta e primi Novanta l’emersione ai festival e nei circuiti arthouse di film che allora parvero esotici e impressionanti, finestre su mondi (non solo) meravigliosi da scoprire a occhi apertissimi. Film che imposero due autori su tutti, Zhang Yimou e Chen Kaige, del quale incantò, con una forza quasi ipnotica, questo Addio mia concubina, vincitore della Palma d’oro a Cannes 1993 (ex aequo con Lezioni di piano di Jane Campion). Da rivedere oggi per capire quanto il tempo ci abbia lavorato sopra, quanta polvere ci abbia depositato (temo non poca). Allora sembrò un travolgente melodramma, allestito con uno sfarzo e un senso classico dello spettacolo di cui nel cinema d’Occidente si stavano perdendo le tracce (erano qualità ancora coltivate tutt’al più da Bertolucci, dallo Scorsese dell’Età dell’innocenza), di sfolgorante bellezza e con una carica di ambiguità sessuale assai evocativa e morbida. Che oggi, nei tempi di rivendicazioni e esibizioni in pieno sole e senza ombre dei gaysmi, sembra appartenere a un’altra età geologica. In questo film di Chen Kaige il discorso LGBTQI+, pur in presenza di uno dei protagonisti esplicitamente omosessuale, resta quello arcaico e pre-liberazionista, mediato da infiniti filtri, nella fattispecie i modi, usi e costumi (anche vestimentari) della mitologica Opera di Pechino: teatro istituzionale e identitario di cui Addio mio concubina è insieme la celebrazione e la denuncia per quanto di crudele si porta dentro, per la vocazione a una disciplina fanatica ai confini del disumano (come nelle scuole russe di balletto).
Due bambini ci si ritrovano  come alunni. Diventano amici, resteranno sempre legati secondo una relazione dalle sfumature di volta in volta cangianti. Attraverso la loro storia passa anche la storia grande del paese, più di mezzo secolo tra anni Venti e quasi Ottanta del Novecento, una lunga striscia di rivolgimenti epocali. La caduta della vecchia Cina, l’insorgenza del nazionalismo, l’invasione giapponese, la sconfitta degli invasori e il ritorno dei nazionalisti, la loro disfatta per opera del comunismo, l’avvento del maoismo, la rivoluzione culturale. Siamo dalle parti dell’affresco in forma di melodramma, della dialettica tra storia massima e storie minime e private come nel Novecento di Bertolucci, film cui Chen Kaige potrebbe aver guardato, pur restando nel perimetro della differenza cinese, anche (soprattutto) figurativa. Altra clamorosa analogia con Novecento: anche in questo film il tragitto di una nazione si incrocia con le vite parallele e le evoluzioni fino all’età adulta di due amici d’infanzia. Douzi e Shitou si incontrano nella durissima scuola dell’Opera di Pechino. Al primo andranno ruoli delicati e sfumati, al secondo di forza e dominio. Da grandi, nell’opera più amata dal pubblico, Addio mio concubina, il secondo sarà l’imperatore, il primo la sua favorita, ovviamente en travesti, perché all’Opera, come nel teatro ai tempi di Shakespeare, le donne non sono amessee. Douzi è omosessuale, ama Shitou senza esserne riamato. Il dramma interpretato in scena si riverbera sulle loro realzioni interne, plasmandole e venendone a sua volta plasmato, in quel mirroring assai praticato in cinema e teatro novecenteschi tra vita e rappresentazione. Tra loro si intodurrà una prostituta, una Gong Li che si afferma qui come star massima del cinema cinese, che Shitou sposerà. Ci saranno resistenze e collaborazionismi con l’invasore giapponese, ci saranno processi ai due attori durante la Rivoluzione cukturale. Ma le infinite svolte di questo mélo epico quanto intimo vanno scoperte in corso di visione. A suo tempo si restò folgorati dalla sicurezza della regia di Chan Kaige, in grado di controllare un racconto fluviale e di passare dallo smisurato all’infinitamente piccolo con la massima naturalezza e senza lasciar vedere le suture, si restò soprattutto sedotti dalla sfolgorante visualità.

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