Venezia 2021. Recensione: È STATA LA MANO DI DIO, un film di Paolo Sorrentino. Bello a metà

È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino. Con Filippo Scotti, Toni Servillo, Teresa Saponangelo, Marlon Joubert, Luisa Ranieri, Renato Carpentieri, Massimiliano Gallo, Beti Pedrazzi. Concorso. Voto tra 6 e mezzo (8 alla prima parte)

Le foto spono di Gianni Fiorito.

L’ennesimo irresistibile bozzettone napoletano – quanti ne abbiamo visti? -, però, a garantirne circolazione globale e autorialità ecco la firma di Paolo Sorrentino. Che, nel suo ostinato rifare e rifarsi a Fellini (non è più neanche magnifica ossessione, è ossessione e basta; oppure Sorrentino vuol farci credere alla reincarnazione?) arriva alla tappa Amarcord, con dentro anche qualcosa di Roma, L’intervista, perfino I Vitelloni (la partenza in treno a segnare il taglio definitivo con la città-madre e matrigna). Su questo suo È stata la mano di Dio, approdato al Lido al secondo giorno di concorso, si è per un bel po’  equivocato (almeno io ho equivocato, forse voi eravate più informati) pensandolo un film su Maradona e relative imprese sul e fuori dal campo, invece no, per fortuna, visto che che sull’argentino già ha detto tutto benissimo Asif Kapadia con il suo documentario. Poi certo che Maradona c’entra, ma nel senso che vedrete più avanti. Targato Netflix (anni fa quando appariva il logo a Venezia scattava l’applauso per quello che veniva ritenuto come il nuovo mecenate del cinema d’autore, adesso dopo le tante bufale si resta infastiditi o indifferenti), il nuovo Sorrentino è stato accolto benissimo alla proiezione press con stampa international, applausi come fino a quel momento non s’erano sentiti. Abilissimo, furbo, almeno nella sua prima parte. Potrebbe intascare il Leone d’oro e poi, con o senza Leone, compiere il balzo verso il mercato internazionale se solo la N rossa su fondo nero decidesse di farlo uscire decentemente in sala. Aggiungo: pure possibili Oscar, almeno in nomination. In fondo è il film più accessibile e metabolizzabile, più intrattenente di PS dai tempi di La grande bellezza, anche il più intimo e trasparente, il meno artefatto, con dentro, a farne un prodotto da esportazione, la rappresentazione dell’Italia come eterna commedia, l’Italia delle tavolate e delle baruffe, l’Italia vernacolare e colorata che gli stranieri vogliono vedere al cinema. Anche se qui, si obietterà, non si mette in scena l’Italia ma Napoli. Che pero è, almeno sul piano dell’espressività spettacolarizzata, Italia all’ennesima potenza.
Io mi sono molto divertito e molto ho riso e sorriso fino ai fatti che imprimono una svolta drammatica al film. Il quale, come ampiamento già detto e scritto quindi non mi si accusi di spoileraggio, è autobiografia sorrentiniana, ma forse si dovrebbe dire autofiction (il main character porta un altro nome, quello di Fabio ‘Fabietto’ Schisa), è autoritratto di sé stesso artista da giovane (il ragazzo ha visto solo 3 o 4 film al cinema in vita sua, però ha già deciso: farà il regista cinematografico). A fare da fondale e coro a Fabio e al suo racconto di formazione ci sono i familiari (papà comunista, mamma, un fratello più grande che non ha nessuno voglia di uscire dalla sua bolla di eterno adolescente, una sorella che non esce mai dal bagno e che vediamo solo nell’ultimissima scena: ma che vorrà mai dire? che sia uno dei simbolismi o delle metafore che da sempre Sorrentino ci somministra?), c’è la Napoli piccoloborghese con ampi squarci su quella lumpenproletaria (ah, quell’inseguimento degli scafisti contrabbandieri da parte della finanza che sembra di stare in un poliziottesco partenopeo anni Settanta con Mario Merola): una Napoli che, al di là delle differenze interne, impazzirà compatta per Maradona e i suoi gol miracolosi. E quando segna di mano tutti a gridare: è la mano di Dio! Poi una fuga di ossido di carbonio nell’appartamento appena acquistato in montagna, a Roccaraso, si porta via papà e mamma di Fabio. Il passaggio all’età adulta per lui ormai non è più procastinabile.
Sorrentino per almeno un’ora riesce a mettere il film al riparo dalla sua malmostosità, dai propri manierismi, dalle citazioni bolse e trombone, dalla sentenziosità compulsiva, dalla tendenza irrefrenabile alla pretenziosità arty, insomma dal sorrentinismo. Ed è un piacere vedere un autore così talentuoso al lavoro con tanta fluidità, evitando gli ingorghi e gli intoppi cui ultimamente ci ha abituato. Scene quotidiane dalla famiglia Schisa, dalle case dei vicini dove abbondano bizzarrie e segreti, e le gite fuori porta, le vacanze al mare, le tavolate con parenti e amici. Anche se l’inizio è sorrentinismo puro, con l’incontro tra la zia matta con San Gennaro e il munaciello da cui riceve la grazia di restare incinta. Poi è pura commedia. Dialoghi brillanti e benissimo scritti, tempi perfetti, attori toccati dalla grazia, scenette da applausi come ai tempi di Totò, Peppino, Dolores Palumbo, Tina Pica. Poi il film si scurisce e nella seconda parte Sorrentino perde quella magnifuca fluidità, ci fa pagare il divertimento che ci ha dato nella prima. La tragedia di Roccaraso cambia radicalmente il tono, sicché È stata la mano di Dio diventa una sorta di calco, di negativo di come è stato dino a quel momento. E se anche qui ci sono sequenze bellissima come l’esplosione di rabbia di fabio all’ospedale o la separazione a Stromboli dal fratello Marchino, a tenere banco è la scoperta da parte del neo-orfano della propria vocazione al cinema. Troppo improvvisa per non sembrarci implausibile, troppo compiaciuta e esibita per non essere fastidiosa. Ecco che il film si avvolge e intorcina intorno ai tormenti del giovane Fabio. La prima volta laidissima con una signora più che settantenne, i primi inamoramenti. La folgorazione incrociando per caso il set di un film di Antonio Capuano. Il quale, interpretato da un attore, entrerà poi in scena ammannendo a Fabio lezioni di cinema e di vita: se non altro, È stata la mano di Dio consacra definitivamente Capuano, il regista di Luna rossa e Pianese Nunzio, come totem, icona, capostipite, padre fondatore, nume tutelare del cinema napoletano a partire dagli anni Ottanta. Anche se poi il cinefeticcio massimo per Sorrentino resta, ovvio, Fellini, non solo omaggiato in infinite strizzate d’occhio e citazioni (la zia matta che prende qui il posto dello zio altrettanto matto di Amarcord, lo sciecco com vistosa amante in giro per Capri che non può non rimandare a quello circondato dal suo harem sempre in Amarcord), ma protagonista lui stesso della sequenza, benché se ne senta solo la voce, di un casting cui partecipa il fratello del protagonista. A conti fatti, un film bello, anche bellissimo, a metà, poi si soffre un po’, ecco. Sempre meglio però degli insopportabili Loro 1 e Loro 2. Il titolo: lo avrete già letto e sentito ai tiggì, ma una spiega in più non fa male. È stata la mano del divino Maradona a segnare un gol indimenticabile, ma anche a salvare la vita di Fabio. Che sarebbe dovuto andare a Roccaraso con mamma e papà, rimasto invece a Napoli per non perdersi Dieguito nella partita con l’Empoli.

 

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