Venezia 2021. Recensione: THE CARD COUNTER, un film di Paul Schrader. Dategli il Leone, please

The Card Counter di Paul Shrader. Con Oscar Isaac, Tye Sheridan, Willem Dafoe. Concorso. Voto 9
Riuscirà Paul Schrader non dico a vincere il Leone che pure meriterebbe e che gli venne clamorosamente negato qualche anno per First Reformed (capolavoro!), ma almeno a entrare nel palmarès? È assodato, le giurie non lo amano. Speriamo che stavolta il presidente Bong Joon-ho apra gli occhi suoi e quelli dei giurati tutti e proceda secondo giustizia (e coscienza). The Card Counter (ma perché il balordo titolo italiano Il collezionista di carte?) è, semplicemente, Schrader in purezza. Tutti i suoi temi, le sue eossessione, le linee di forza del suo cinema – come sceneggiatore e regista – confluiscono qui a comporre la summa, il compendio perfetto. Peccato (o, se preferite più laicamente, delitto, misfatto), colpa, espiazione, redenzione. Cadute e risalite. Del maestro Bresson in The Card Counter Schrader non riprende solo la tensione etica, il tema dell’innocenza traviata, il senso della colpa, ma anche la figura di un uomo che traffica tra legalità e illegalità, che si situa al bordo dell’abisso, sospeso tra normalità sociale e devianza. Il Pickpocket bressniano roso dalla compulsione al furto qui si trasmuta nel giocatore d’azzardo di professione – poker in tutte le sue varianti, black jack – a modo suo terso, pulito, ma inesorabilmente parte di un mondo corrotto, compromesso in un sistema demoniaco dove il denaro è tutto e il resto niente, dove l’inganno e il mascheramento sono la modalità relazionale dominante. Del resto nella galleria schraderiana quanti peccatori troviamo? Il prostituto di American Gigolo, i professionisti del porno di Hardcore, lo spacciatore di Light Sleeper. Willem Tell (nome d’arte) passa da un casinò all’altro, da uno sato all’altro, perché tutta l’America è una Las Vegas espansa, capillarmente dffusa e inquinante (apprendiamo dei Racino, ovvero i casinos sorti accanto alle piste per le corse dei cavalli). Non è un truffatore, non cava fuori gli assi dalla manica, lui è un ingegnere dell’azzardo e del rischio, calcola, algoritmizza, pesa le probabilità, e perlopiù vince. Non troppo, per non dare nell’occhio, per non allarmare. Che ci sia l’ombra nel suo passato lo capiamo ben presto, almeno da quando un giovane uomo lo accosta. Cirk, questo il suo nome, vuole vendicarsi per il suicidio del padre, militare addestrato per gli interrogatori intensificati di terroristi e altri nemici dello stato, mandato a massacrare nella prigione-lager di Abu Ghraib da un uomo che ha fatto di lui una macchina di tortura e di morte. Ecco, il ragazzo vuole ritrovare quell’uomo, colui che ha sconvolto gli equilibri mentali di suo padre e lo ha indotto a morire. Avvicina Willem Tell perché se che anche lui è stato addestrato e usato come agente di torture dallo stesso demoniaco trainer a Abu Ghraib, a Bagram (sì, la base militare in Afghanistan recentemente abbandonato dai soldati Usa), e poi condannato a otto anni di carcere militare dopo lo scandalo affiorato sui media e il priocesso che ne è seguito. Non si può dire di più. Quello che vediamo è un uomo che, dopo la lunga rimozione del proprio passato, dopo il tentativo di dimenticare e di rifarsi un’impossibile innocenza, ora vuole riattraversare la parte oscura e ritrovarsi faccia a faccia con il Male (maiuscola, please). In una sorta di ordalia. In questa discesa all’inferno così schraderiana (ricordate la scala che in American Gigolo portava al sottosuolo di un club di massima promiscuità?) tutto si compie, fino alla partita ultima. Film dalla perfetta, geometrica costruzione, che procede inesorabilmente secondo le spirali tracciate dall’onnisciente regista-demiurgo. Una sacra rappresentazione laica dove il peccatore-eroe va dalla tenebra alla luce, ma senza mai potersi disfare davvero dell’ombra. Siamo in zona capolavoro e se i giurati non se ne accorgono peggio per loro.

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