Venezia 2021. Recensione: THE POWER OF THE DOG, un film di Jane Campion. Il ritorno della regista di ‘The Piano’ delude

The Power of the Dog di Jane Campion. Con Benedict Cumberbatch, Jesse Plesmon, Kirsten Dunst, Kodi Smit-McPhee, Thomasin McKenzie. Concorso. Voto 5
Netflix fa bene al cinema? Dopo aver visto questo ritorno di Jane Campion al grande schermo con tanto di N rossa su fondo nero in apertura a rivendicare la proprietà del prodotto viene qualche corposo dubbio. The Power of the Dog è a oggi la peggio delusione di Venezia 78 (però noto che a molti, soprattutto a molte, qui è garbato parecchio e che la stampa anglofona ha detto compatta di sì). Un prodotto anodino, finto audace e smussato di ogni vera asperità, con i paesaggi ovviamente maestosi da western classico (dovremmo, come da romanzo ispiratore di Thomas Savage, essere in Montana a inizio Novecento, ma le location sono tutte neozelandesi) a fare da dolcificante estetico, a diluire ogni tensione. Si è parlato di Malick a proposito di questo film, ma qui le figure diventano figurine perse nello schermo, là, nel grande Terenzio, il paesaggio racconta, agisce, non è solo sfondo o frame, dialoga con i personaggi, li avvolge, interferisce con le loro storie. In The Power of the Dog siamo solo all’illustrativismo, benché non manchi in certi dettagli l’impronta della regista di Lezioni di piano,  il suo sguardo per così dire muscolare, come in quel fiore finto bruciato e buttato ad affogare nel bicchiere di birra (o è whisky?). Però che tempi inutilmente dilatati in una contemplatività arty che finisce col penalizzare una storia già schematica di suo. Immagino che il romanzo abbia avuto a suo tempo una sua esposività con il focalizzarsi sulla relazione sotteranea tra omosessualità repressa e mascolinità detta tossica (volgarizzando: in ogni supermacho si nasconderebbe un gay che non sa di esserlo o si rifiuta di ammetterlo), adesso pare invece una lezioncina virtuosamente corretta con cliché narrativi e psicologistici d’accatto e depotenziati di ogni carica rivelatrice.
Si ricicla l’archetipo dei due fratelli uno buono l’altro cattivo però indissolubili, trasportando lo schema nel West al confine tra vecchio e nuovo dei primi anni del NIvecento, dove i calessi sono stati sotituiti da poco dalle macchine. I Burbank, Phil e George, sono ricchi rancheros, allevatori di cavalli, soprattutto di bovini. Mandrie sterminate, Se Gerge nutre una qualche ambizione di uscire da quel mondo rude, Phil è l’übermacho di casa, il rigido custode della tradizione (un Benedict Cumberbatch clamorosamente miscast per quanto si impegni allo spasimo), naturalmente misogino, lavoratore infaticabile che se necessario non esita a buttarsi nel fango e nel letame come gli altri lavoranti. Pure in grado di castrare centinaia di bufali in una sola giornata. Cresciuto all’ombra di un certo Bronco Henry, suo mentore, colui che tutto gli ha insegnato, da lui adoratissimo (che ci sia qualcosa di sospetto in tanto amore lo si intuisce subito). I già precari equilibri di famiglia si spezzano allorquano George sposa e si porta a casa la giovane vedova Rose e il di lei figlio tardoadolescente, uno che, delicato e ammodo com’è, e che amando molto i fiori e i centrotavola e i ricami, in quell’ambiente di zotici vien subito tacciato di omosessualità. Scopriremo che anche Phil il macho ha i suoi segreti (certe riviste di culturismo, per non dire della venerazione per il defunto Bronco Henry) e che se è così rude, violento, misogino e omofobo è perché signora mia lui reprime il suo desiderio gay. Che se solo si lasciasse andare un attimino agli impulsi, ci suggerusce il film, tutto sarebbe risolto.
Non è così semplice, la realtà ha più sfumature di quante ne consentano le ideologie e i film e i libri con messaggistica incorporata, eppure Jane Campion con The Power of the Dog sembra crederci davvero. Con il risultato di un prodotto senza un momento di autenticità, tutto astratto, programmatico, congelato nella bellezza delle immagini ma privo di ogni soffio vitale dentro. Campion sa girare e mettere in scena, come no, ma tanto mestiere viene messo al servizio di un racconto polveroso. Se si vuole trovare qualcosa di buono in The Power of the Dog bisogna arivare al finale, che è davvero un colpaccio di scena e si discosta, finalmente!, col ribaltamento dei ruoli vittima-carnefice, dalla banalità. Benedict Cumberbatch non è mai credibile come fosco, tormentato e sexy ranchero (ci sarebbe voluto uno come Matthew McConaughey, ecco). Kirsten Dunst fa la mamma del quasi ventenne Peter, e sembra ieri quando stava tra le languide fanciulle della prima Sofia Coppola. Campion si permette una clamorosa autocitazione mostrandoci un pianoforte trasportato nella casa padronale in cui si è installata Rose che non può non farci ricordare l’analoga scena diLezioni di piano. Un consiglio: se proprio si vuol vedere un bel film sull’omosessualità nascosta e repressa, eppure non cancellabile, in ambiente supermaschili si torni a rivedere Riflessi in un occhio d’oro di John Huston, anno 1967, con Elizabeth Taylor e un Marlon Brando militare d’alto rango innamorato di un soldatino. Tratto da Carson McCullers.

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