Venezia 2021. TRIVIA #1 (cose che non andranno mai in una recensione)

Last Night in Soho

Trivia, insomma quisquilie, dalla Mostra di Venezia 2021

Bindi. Sempre straniante sentire canzoni italiane erompere da film che italiani non sono (perlopiù canzoni degli anni Sessanta, quelle del passato prossimo o del presente non se le fila nessuno). Esempplre il caso di In ginocchio da te di Morandi nel coreno Parasite, Palma d’oro a Cannes 2019. Casi recentissimi: Nessuno mi può giudicare di Caterina Caselli in Titane di Julia Ducournau, Palma d’oro a Cannes 2021, Notti magiche di Bennato-Nannini nel bellissimo What Do We Seen When We Look at The Sky? del georgiano Alexandre Koberidze. Stamattina alla proiezione in Sala Darsena di Last Night in Soho di Edgar Wright, musical-mystery-horror oscillante tra l’oggi e la Swinging London, ecco di colpo Cilla Black in You’re My World, la molto fortunata e venduta versione inglese di Il mio mondo, gran classico di Umberto Bindi.
Bambini. Urlano, non dormono mai, sono sempre agitati e frenetici, sempre a chiedere ai disperati genitori e soprattutto alle mamme che non sanno come domarli attenzione, regali, moine. Bambini tiranni, capricciosi come un despota orientale (nel senso del dispotismo asiatico di Karl Marx): un flagello dei nostri tempi. Li si vede in azione in parecchi film di questa Mostra. In Madeleine Collins di Antoine Barraud (Orizzonti) dove danno del filo da torcere alla povera Virginie Efira, alle prese con una doppa famiglia quindi doppiamente stressata; in The Lost Daughter di Maggie Gyllenhaal (da Elena Ferrante). Ma gli infanti più terribili sono quelli du A plein temps di Eric Gravel (Orzzonti) che non danno pace a una madre (Laure Calamy) già sfiancata dal lavoro e dallo sciopero senza fine dei mezzi parigini.
Spazzacamino. Negli anni Cinquanta-Sessanta la popolare Spazzacamino la si cantava, per via dei grevi doppi sensi, ai matrimoni come viatico alla prima notte degli sposi. Poi, tutt’al più, rispuntata in qualche trasmissione molto lumbard di Antenna 3 per la quarta età. Sicché si resta basiti nel sentirla cantare a squarciagola, in una produzione internazionale come The Lost Daughter di Maggie Gyllenhaal, da Alba Rohrwacher e della assai in ascesa Jessie Buckley. Non solo: l’indomani l’abiamo risentita in Il Buco di Michelngelo Framartino. Stavolta a intonarla, meno incongruamente, è un gruppo di speleologi calati in Lucania dal Nord.
Dna. Test genetici che destabilizzano matrimoni e famiglie, gettano ombre su paternità e maternitàe date per certe e invece macché. Succede in Madri parallele di Almdovar. Succede in Amira dell’egiziano Mohamed Diab (Orizzonti), uno dei vertici di questa Mostra, l’applauso più lungo da parte di un pubblico conquistato e travolto. Siamo dalle parti di Matarazzo, delle novelas mediorientali, ma anche nel solco del grande cinema-melodramma egiziano. Con la ragazza Amira che scopre di non essere la figlia di colui che ha sempre creduto uo padre. C’entra lo sperma di prigionieri palestinesi nelle carceri israeliani contrabbandato da guardie compiacenti e destinato alla fecondazione assistita delle mogli a casa.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, Dai festival, festival e contrassegnata con , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.