Venezia 2021. Recensione: DUNE, un film di Denis Villeneuve. Oltre il blockbuster

Dune, un film di Denis Villeneuve. Con Timothée Chalamet, Rebecca Ferguson, Oscar Isaac, Josh Brolin, Zendaya, Jason Momoa, Charlotte Rampling. Fuori concorso. Voto 7
Aspettative altissime, non andate deluse. Caccia selvaggia al biglietto online sulla famigerata piattaforma Boxol, non così pochi gli eletti, moltissimi gli esclusi, almeno dalle proiezioni press-industry (delle successive non saprei dire). A complicare una macchina organizzativa già ansimante s’è aggiunta la necessità all’ingresso di impacchettare i cellulari come misura antipirateria (misura necessaria: hacker russi e cinesi in agguato, pronti a immettere sul web, quello chiaro e quello oscuro, uno dei film più attesi del tempo pandemico). Dune, allora. Di Denis Villeneuve amo soprattutto certi film québecois degli esordi come il capolavoro La donna che canta (Incendies) e francamente ancora stento a capire come mai da Sicario in avanti si sia buttato sul mainstream e il colossale benché con non celate pretese autorialistiche. E che colossi: sequel e remake di classici da storia del cinema che avrebbero fatto tremare chiunque. Non lui, che impavido si è buttato dove nessuno aveva mai osato, un nuovo Blade Runner dopo quello storico di Ridley Scott. Operazione secondo me non così riuscita (sarà che io non ho mai amato nemmeno l’originale). Stavolta, con questo nuovo Dune che arriva decenni dopo quello lynchiano, allora fallimentare al box office ma presto diventato oggetto di devozione anche fanatica, va meglio, benché l’approccio stilistico e figurativo sia assai simile.
Villeneuve opta per una spettacolarità austera – paradosso ma non troppo – e signorile, mai smargiassa, evitando di cadere nella giocattoleria a uso di quell’eterno infante che è lo spettatore globalizzato di oggi, e nell’ipertrofia, nella inutile monumentalità e nell’affanno entropico di tanti blockbuster sci-fi e fantasy degli ultimi decenni, da Star Wars in giù. Finalmente non si esagera in design iperbolici e iperbarcocchi (e siamo difatti distanti anni luce dal Dune surreal-visionario che Alejandro Jodorowski avrebbe voluto girare nei primi anni Settanta: progetto mai andato in porto di cui si parla in un docu Wanted uscito da poco in qualche cinema italiano), ci si trova se mai in un immaginario filmico prosciugato e sobrio. Palazzi imponenti grigio-ferro e grigio-antracite, linee architettoniche di un neorazionalismo diciamo cosmico, navi spaziali senza troppi orpelli. Il controllo della macchina realizzativa è totale, Villeneuve, nonostante il titanismo del progetto, rinuncia alla grandeur autoreferente e narcisa per concentrarsi sui personaggi e le relazioni e interferenze tra loro. Che sollievo, dopo tante baracconaggini, che pulizia, che segno nitido, terso, pur nella proliferazione degli scenari, delle battaglie, degli agguati, degli intrighi. Il deserto, nella sua essenzialità, non è solo il luogo-simbolo del film e dei suoi eventi cruciali, ma il segno dell’intera operazione Dune. E però mi chiedo se tanta sapienza, se tanta eleganza non si applichi a un materiale narrativo tutto sommato non dico modesto ma non così interessante. Insorgeranno (sempre che capiti loro di leggermi) gli entusiasti del cinema di genere, dello sci-fi e del fantastico, i devoti dell’opera letteraria di Frank Herbert all’origine di questo film. Capisco la complessità di Dune rispetto alla pochezza di tanti suoi cloni, capisco la capacità di Herbert di prefigurare attraverso la sua possente invenzione molte delle tensioni e contraddizione del mondo d’oggi, capisco che si tratti di opera nobile non paragonabile a tanta paccottiglia in circolazione. Capisco anche che una saga, ormai insterilita per troppo uso e abuso come Star Wars, abbia attinto a piene mani da Dune (e Game of Thrones pure anzi di più). Eppure io, che per appartenenza generazionale o per gusti e disgusti, il fantasy e le fantascienze non li ho mai amati (neanche quando a occuparsene erano Fruttero e Lucentini), ho faticato ad appassionarmi a questo epic così denso di trame, sottotrame, peronaggi maggiori e collaterali, passaggi di  location ma terribilmente ovvio. Se scomponiamo Dune nelle sue cellule narrative scopriamo una sequenza di topoi da morfologia proppiana o da mazzo di tarocchi ormai ridotti a cliché esportabili (e difatti esportati) in infinite altre narrazioni. L’Impero. L’Eletto. Baroni e Duchi di un domani assai simile a un remoto ieri. Il Guerriero. L’Eroe. Il Ribelle. Il Traditore. E poi storie dinastiche complicatissime e grondanti sangue e veleni (mica per niente la casata del protagonista, il futuro Redentore-Salvatore-Messia, si chiama Atreidis, e ogni riferimento agli Atridi mi pare evidente). Non sto a dire della tortuose linee di racconto che si intrecciano, si incastrano, si divaricano. Con dentro, ammetto, intuizioni profetiche. I resistenti del deserto (con gli occhi blu, come il blu dei Tuareg) fan pensare al mondo islamico nostro contemporaneo perennemente in ebollizione. E, se ricordo bene, il tanto atteso Messia qualcuno in di Dune lo definisce Mahdi, come in certa cultura araba e musulmana (dalla Treccani online: “mahdimàhdi› (o Mahdi) s. m. [dall’arabo mahdī, propr. «ben guidato»]. – Nelle credenze islamiche, personaggio, estraneo al Corano, che alla pienezza dei tempi apparirà per conquistare la Terra, sterminare gli infedeli, restaurare la retta fede e diffondere nel mondo la giustizia”). Ma nonostante le anticipazioni e le intuizioni, nonostante una sottile attualizzazione del libro-fonte di Herbert operata dagli sceneggiatori, Dune resta nel suo profondo la solita fantasia di un Medioevo prossimo venturo, come si diceva negli anni Ottanta, sotto il segno dell’eterno ritorno della saga arturiana e successive, con incursioni nel norrenico e nostalgie di tragedie greco-classiche. Ma insomma, mi chiedo, ed è – mi rendo benissimo conto – domanda ingenua fino alla stupidità: perché mai questo mondi fantastici e fantascientifici che ci vengono somministrati via cinema e piattaforme non conoscono mai la democrazia o un qualcosa che solo vagamente le somigli, ma restano fissati a modelli politici, sociali di una quantità di secoli fa e anche millenni, dove il potere è assoluto, le donne son sempre separate e recluse, il religioso è pericolosamente mescolato al politico, dove non esistono diritti, solo i privilegi inscalfibili del sovrano o del despota. Se queste storie sono (anche) la proiezione del nostro inconscio, individuale e sovraindividuale, c’è da allarmarsi. Dite che è il mito, che di suo è oltre e senza il tempo? Sì, ma che al cinema si continui a tracciare universi così densi di sopraffazioni e affascinanti solo in virtù delle loro asimmetrie sociali, delle diseguaglianmze, dei bagni di sangue perpetrati ora dall’uno ora dall’altro, non rassicura. Come se la nostra forma democratica fosse solo una vernice, il fragile involucro di una (in)sensibilità collettiva in cui ribollono gli istinti primari di un eterno inestinguibile passato barbaro.
Nota: il mio amico M., gran cultore di Herbert e del Dune uynchiano, non si capacita di come questo film si interrompa a metà del racconto originale e che si debba aspettare il sequel, sempre che la WB decida di investirci (dipende da come  funzionerà questo primo prodotto firmato Villeneuve) per arrivare al suo compimento.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, festival, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.