Venezia 2021. Recensione: THE LOST DAUGHTER (La figlia oscura), un film di Maggie Gyllenhaal. Occasione mancata

The Lost Daughter (La figlia oscura), un film di Maggie Gyllenhaal tratto da un romanzoi di Elena Ferrante. Con Olivia Colma, Dakota Johnson, Ed Harris, Jessie Buckley, Peter Sarsgaard. Concorso. Voto 4
La cosa eclatante, l’unica, di questo purtroppo mediocre film di un’attrice non convezionale come Maggie Gylenhaal è che certifica, se mai ce ne fosse ancora bisogno, il successo nell’area anglofona di Elena Ferrante (se ricordo bene, anche Hilary Clinton si è dichiarata sua lettrice). Suo il romanzo, non recente, che sta alla base di The Lost Daughter: suppongo – non l’ho letto – sia ambientato in Italia mentre la storia è trasposta su un’isola greca, d’estate, ovvio. Pare che il progetto iniziale fosse di girarlo a Martha’s Vuneyard, poi la virulenza pandemica nell’America pre-vaccino ha consigliuato il trasloco mediterraneo. Ne è uscito uno dei titoli meno riusciti del concorso. Un film amorfo, carente di vera ispirazione, nel migliore dei casi diligente, nel peggiore sciatto e privo di una qualsiasi visione di cinema, oltre che di ogni altro appiglio che non sia ‘la storia, ‘la trama’. Ma pure da quel lato il film non sosddisfa granché, promettendo qualcosa nella sua prima pate che poi non viene mantenuto.
Vedendo una 48enne signora di Cambridge (l’americana, non la britannica), in Gecia da sola per ritemprarsi dalle fatiche dell’insegnamento di letteratura italiana (ma, scopriremo, ci sono per lei ben altre tensioni e tossine da smaltire in spiaggia, tutte affondate nella storia di famiglia), vedendola insidiata e minacciate da strani fatti e personaggi loschi e inquietanti e alle prese com oscuri presagi, viene subito da pensare a certe ghiotte storie e storiacce di uomini e donne calati dai vari Nord in cerca di calore meditteraneo, soprattutto a letto, e poi finiti malissimo. Per dire: Identikit di Patroni Griffi (tratto da Muriel Stark) con una Liz Taylor che si inabissa a Roma tra sesso e sange, o La primavera romana della signora Stone (da Tennessee Williams), vacanza italiana funesta per una Vivien Leigh sul viale del tramonto. Figuriamoci, quelle eran cose anni Sesaanta-Settanta, oggi improponibili. Qui la terribile famiglia americana di origine greca che si insedia sulla spiagga a due passi dalla protagonista (una Olivia Colman totalmente miscast) con tutta la sua cafonaggine, i bambini urlanti, i maschi aggressivi e pericolosi, fa pensare a sviluppi thriller, invece macché, tutto si depotenzi e derubrica a qualche fastidiuccio, niente di che. E allora il sinistro americano affiitacanere? e il giovanotto irlandese che si rivelerà assai meno ingenuo di quanto volesse far credere? Anche qui, tutti false piste che non vanno da nessuna parte. Invece, ahinoi, è la solita storie di famiglie complicate e come dicono gli psicologi da rubrica (cartacea, televisiva, web) disfunzionali, di donne divise tra lavoro e figli. Niente di nuovo, anzi tutto già visto decine, centinaia di volte. Peccato, Un’idea narrativa, quella iniziale, sprecata, e il talento di Olivia Colman pure. Occhio a Jesie Buckley, attrice talentuosa e in ascesa: è la protagonista da giovane (la si vede anche nell’ultimo Charlie Kaufman: su Netflix). Comparsata di Alba Rohrwacher che si scatena con la Buckley nella canzone popolare Spazzacamino. Irriconoscibile in versione corvina ma sempre bellissima Dakota Johnson.

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