Venezia 2021. Recensione: L’ÉVÉNEMENT, un film di Audrey Diwan. Storia di Anne

L’Evénément di Audrey Diwan. Concorso. Con Anamaria Vartolomei, Kacey Mottet-Klein, Luàna Bajrami, Louise Chevillotte, Pio Marmaï, Sandrine Bonnaire, Anna Mouglalis. Da un libro di Annie Ernaux. Voto 7+
L’aborto ai temi della proibizione è da tempo un genere cinematografico consolidato, perfino codificato. Qualche titolo, mescolando classici e recentissimi: Un affare di donne di Claude Chabrol, Vera Drake di Mike Leigh, Una storia milanese di Eriprando Visconti, 4 mesi 3 settimane e 2 giorni di Cristian Mungiu, Mai raramente a volte sempre di Eliza Hitman. Fino a Langui presentato all’ultimissimo Cannes. Narrazioni costruite su uno schema invariabile, costante: una giovane donna resta incinta contro la sua volontà e opta per l’aborto. Ma l’ambiente è ostile, l’interruzione volontaria di gravidanza un reato, la protagonista dovrà cercare una soluzione inoltrandosi in un percorso pieno di ostacoli e rischi. Segue fedelmente il modello anche L’Evénément, collocato nella provincia francese, m’è parso di capire ad Angoulême, nel 1963, ben prima di ogni legge di liberalizzazione-depenalizzazione dell’aborto. Lei, Anne, ha 18 anni, sta in uno studentato mentre si prepara agli esami per essere ammessa alla Facoltà di letteratura francese. Viene da una famiglia proletaria, le sue speranze di ascesa sociale, di fuoruscita da quel mondo piccolo e di povertà soprattutto culturale stanno tutte nell’entrare all’Università, la porta che le potrebbe aprire un futuro di emancipazione (al professore che le chiede se intenda poi insegnare lei risponde: no, voglio scrivere). Ma, dopo un rapporto sessuale con uno studente di Sciences-Po di Bordeaux resta incinta. Non ha dubbi né esitazioni, vuole abortire. Quel figlio non può, non vuole tenerselo, rovinerebbe, a suo dire e pensare, ogni sua chance di riscatto sociale. Tace anche con le amiche più care. Vede un medico. Si rende conto di quanto sia complicato trovare una soluzione.
Sì, tutto già visto molte volte. In questa che credo sia una storia autobiografica appena (auto)fictionalizzata di Annie Ernaux, il nuovo sta nella messinscena da parte della sconosciuta ma assai sicura e capace regista Audrey Diwan. L’approccio alla scivolosa materia è freddo, avalutativo, asimentale, a-emozionale: Diwan osserva e segue nel suo lento agitarsi Anne, la quale a sua volta non ha mai cedimenti, è turbata, fors’anche depressa, ma sempre lucida e decisa sul che fare. Naturalmente, come vuole lo schema narrativo di cui si diceva, i maschi sono quasi tutti inetti e inaffidabili, quasi, perché da un amico ariverà ad Anne il suggerimento decisivo. La mdp mobile, prensile, segue come un persecutore la protagonista standole addosso nelle cupezze in solitudine, a scuola, nel ritorno in famiglia, nel corteggiamento da parte di una ragazzo della vicina caserma dei pompieri (ah, i pompieri, un feticcio erotico). Abbondano le nuche che camminano (soprattutto la nuca di Anne), secondo una fortunata e ironica definizione del critico-scrittore-distributore Vieri Razzini su quello che ormai è diventato un vezzo e un marchio di riconoscimento del cinema giovane. Stile disadorno, ma nervoso, senza sacralità bressoniane. La lezione resta piuttosto quella dei Dardenne, stavolta applicata al grado zero dell’emotività. Film perfetto fino a una ventina di minuti dalla fine, quando, anche sotto l’incalzare degli eventi, si cade in un vortice melodrammatico che rischia di sciupare il risultato. Potrebbe entrare nel palmarès, magari con una Coppa Volpi o un Premio Mastroianni alla sua interprete, Anamaria Vartolomei. Partecipazioni eccellenti: Sandrine Bonnaire è la mamma proletaria, Anna Mouglalis la mammana più severa e elegante che si sia mai vista al cinema (di solito sono delle megere), Pio Marmaï è il professore preoccupato dello scarso rendimento scolastico della talentuosa Anne.

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