Venezia 2021. Il Leone a L’Événement e gli altri premi: palmarès discutibile

Audrey Diwan con il Leone d’oro per ‘L’Événement’. Foto Biennale di Venezia – ASAC Giorgio Zucchiatti

 

Paolo Sorrentino (Leone d’argento – Gran premio della giuria) e Filippo Scotti (premio Mastroianni). Foto Biennale di Venezia – ASAC Giorgio Zucchiatti

Avevo scritto, qualche ora prima dell’assegnazione dei premi, che l’eventuale vittoria di L’Événement non sarebbe stata uno scandalo. Adesso che il Leone il film della francese di origine libanese Audrey Diwan (F., nel caso mi leggessi: è tua parente?) l’ha vinto davvero non posso che accettare il verdetto della giuria presieduta da Bong Joon-ho, anche se L’Événement non è mai stato tra i miei preferiti del concorso. Questo Leone d’oro non è uno scippo (come invece la Palma lo scorso luglio a Cannes a Titane di Julia Ducournau), e però qualche perplessità la suscita. È solo il secondo film, dopo l’oscuro Mais vous êtes fous, per la Diwan, arrivata alla regia dopo anni di giornalismo nei femminili come Glamour France e di sceneggiature scritte con e per il marito Cédric Jimenez.
Mi rendo conto adesso di averlo visto un film sceneggiato da lei e diretto da Jimenez, French Connection, un noir marsigliese niente male con Jean Dujardin, di solida fattura, con molti clins d’oeil al canone polar di Jacques Deray e José Giovanni, ma non proprio originale e autoriale. Sicché stupisce con simili precedenti che Diwan nel film Leone d’oro riveli un tocco assai sicuro e personale benché con evidenti debiti ai Dardenne, e stile disadorno ma di massima efficacia, rigore e asciuttezza, assenza di ogni facile sentimentalismo: forse anche (soprattutto) perché dietro a questa storia di aborto clandestino nella Francia proibizionista del 1963 c’è un libro di Annie Ernaux, scrittrice di mano ferma e ciglio mai lacrimante. Credo che molto del risultato si debba a lei, anche se Diwan ha il merito di aver tradotto bene in cinema la durezza del testo originario. E però mi chiedo: realizzare un film di denuncia sull’aborto oggi, in tempi di metooismi e wokismi e correttismi politici arrembanti, non sarà un po’ troppo un ‘cavalcare l’onda’? Pur encomiabile, la conduzione registica di L’Événement inevitabilmente viene surclassata dal contenuto, ogni forma cinema adottata impallidisce e svapora sotto la pressione immane del tema trattato. È questo a far sorgere dubbi sul Leone.

L’Événement avrà una brillante carriera, incasserà premi in tutto il mondo, ma rischia di intrappolare la sua autrice, inchiodarla a un solo film, come certi cantanti di clamorose hit di stagione subito scomparsi nell’anonimato. La scelta della giuria se è parsa audace premiando una quasi-debuttante dopo una stringa di Leoni a produzioni americane di stampo fin troppo hollywoodiano, nel suo fondo è invece timida, assennata e indulgente, per niente arrischiata, perfino furba, puntando su un film sul quale pochi oseranno, per il suo tema altamente sensibile, esprimere riserve e dubbi.
Ma a essere sbilenco, poco convincente, è buona parte del palmarès. Non sono un complottista, detesto le insinuazioni e le allusioni senza prove, però mi chiedo se fosse il caso di premiare due film targati Netflix, È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino e The Power of the Dog di Jane Campion, e un terzo, The Lost Daughter di Maggie Gyllenhaal, che da Netflix sarà distribuito. Non era il caso di bilanciare meglio? Il Leone d’argento – Gran premio della giuria a Paolo Sorrentino ci può stare, È stata la mano di Dio è la sua cosa migliore dai tempi della Grande bellezza, un racconto di perdita, lutto, rinascita che sa parlare a un pubblico internazionale, anche se non è un capolavoro (la seconda parte non ha la compattezza della prima). Ma il Leone d’argento – premio per la migliore regia a Jane Campion è per me incomprensibile, c’erano almeno dieci-dodici film migliori del suo The Power of the Dog, un insipido prodotto Netflix pensato per le platee globali con sì una messinscena di alta professionalità ma anche appesantito da uno psicologismo polveroso. Quanto a The Lost Daughter, non si capisce come la giuria abbia potuto conferire a Maggie Gyllenhaal il premio per la migliore sceneggiatura. Allora la mirabile riduzione da Balzac operata da Xavier Giannoli per Le ilusioni perdute? O lo script firmato Paul Scharder di The Card Counter? O la sceneggiatura di chirurgica precisione di Un autre monde di Stéphane Brizé? ma perché alla Gyllenhaal, il cui film è quanto di peggio si sia visto nella competizione ufficiale?
Sì invece al premio speciale della giuria a Il buco di Michelangelo Frammartino, autore di un cinema davero unico, non assimilabile a nessun altro, anche se questo film che arriva dopo un lunghissimo silenzio non è all’altezza del suo capolavoro Le quattro volte, esportato in tutto il mondo, diventato riferimento per tanti cineasti giovani degli anni Dieci.
I tre premi agli attori: John Arcilla, protagonista di On the Job: The Missing 8, è bravo ma non è certo quello che più ricorderemo di un film travolgente come pochi quest’anno a Venezia. Come tante volte è successo, una Coppa Volpi che va a risarcire il film del premio maggiore che avrebbe meritato (ad es., al posto della Campion). Meglio sarebbe stato allora premiare Vincent Lindon o Oscar Isaac o il sensazionale Yuri Borisov del russo Il capitano Volkonogov è scappato (attor giovane in rapida ascesa: due film a Venezia, due a Cannes, e però zero premi. Sveglia, signori giurati). Quanto alla Coppa Volpi come migliore attrice a Penelope Cruz per Madri parallele di Almodovar, niente da dire, va bene così (credo che la ritroveremo agli Oscar). Mi chiedo invece se fosse il caso di assegnare il premio Mastroianni all’attore ermergente al Filippo Scotti di È stata la mano di Dio, portando a due i riconoscimenti al film di Sorrentino: troppo, francamente. Restano fuori dal palmarès, ed è un altro errore dei giurati, i due titoli più importanti che si siano visti nella competizione ufficiale, l’ucraino Reflection di Valentyn Vasyanovych e il russo Il capitano Volkonogov è scappato di Natasha Merkulova e Aleksey Chupov, un film formidabile benché assai controverso di cui molto si parlerà (piaciuto niente agli italiani, molto agli stranieri). Quanto a Martone: o lui o Sorrentino. Hanno scelto il nome più conosciuto internazionalmente, il film più accessibile e spendibile sul mercato.

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