Venezia 2021. Recensione: FREAKS OUT di Gabriele Mainetti. Epic fail

Freaks Out di Gabriele Mainetti. Con Pietro Castellitto, Claudio Santamaria, Aurora Giovinazzo, Giorgio Tirabassi, Max Mazzotta, Giancarlo Martini, Franz Rokowski. Sceneggiatura di Gabriele Mainetti e Nicola Guaglianone. Concorso. Voto 4 e mezzo
Peggio che imbarazzante. Di quei film che ti mettono addosso non la voglia, ma il bisogno fisico di scappare, di respirare aria fresca. Da che cosa sia derivata questa mia reazione di fronte a Freaks Out di Mainetti non saprei dire, cercherò di capirci qualcosa in corso di recensione (non è detto sia colpa del film, potrebbe essere del mio apparato psicofisico privo dei recettori e metabolizzanti adeguati). La capacità di turbare, di farti stare male appartiene anche al cinema illustre benché divisivo di Haneke o del Lanthimos della fase greca, di per sé non sta a indicare un limite, se mai una qualità ulteriore: dubito però fortemente che Gabriele Mainetti, asceso di colpo alle glorie nazionali con Lo chiamavano Jeeg Robot, puntasse qui a questo effetto, Freaks Out non è programmatico cinema della crudeltà e dell’impassibilità di fronte all’abisso, se mai è cinema confuso nei suoi obiettivi e nel suo svariare furiosamente, caoticamente, tra registri diversi: il grottesco, il drammatico, il melodrammatico, il comico-picaresco, senza riuscire mai a trovare la giusta tonalità, l’equilibrio, fallendo nel maitriser, come dicono i francesi, insomma nel padroneggiare un progetto di straordinarie complessità e ambizioni. E però, ahinoi, fallito. Un tonfo che non si immaginava di questa portata (una specie di Cancelli del cielo all’italiana, stiamo a vedere se domani e dopodomani arriverà la riabilitazione). Se ne parlava da anni, era molto atteso Freaks Out, anche per un dispiegamento di mezzi inusuale per il nostro cinema piccolo-piccolo di oggi, un progetto che mi pare se la sia dovuta vedere con inciampi e ostacoli di ogni tipo, pandemia compresa. L’epifania, finalmente, a Venezia, e non è stata la folgorazione che ci si attendeva, anche se Freaks Out i suoi estimatori li ha trovati vincendo a fine festival anche il Leoncino assegnato da una giuria di giovani (ha commentato un critico di mia conoscenza, regular di tutti i festival da parecchio tempo dunque scafatissimo: il Leoncino lo danno sempre al film peggiore).
Quante citazioni, quanti rimandi e clin-d’oeil al cinema del passato e pure a fatti drammatici di Storia e di cronaca, anche se poi la matrice di questo film non sono né la Storia né il cinema, ma il fumetto, detto ora per dargli una patente di nobiltà che lo riscatti dal basso consumo plebeo graphic novel. Freaks Out è quello, un mega-manga all’italiana trasposto tale e quale su grande schermo, con gli eccessi e i pulpamenti di quella forma espressiva, i bruschi tagli, l’enfasi sui dettagli, l’iperrealismo che diventa sur- e sub-realismo, il cortocircuito tra mondi diversi, l’irruzione dell’incongruo e del fantastico a deformare il racconto, a dargli curvature inattese. Operazione che sarebbe anche potuta essere interessante, peccato che Freaks Out somigli più a a un campo di forze che si scontrano impazzite senza che il regista demiurgo e stregone riesca a armonizzarle. Con i freaks che vagano in una landa perlopiù desolata e talvolta (raramente) accogliente e confortevole come fantasmi scappati da un inconscio che non ce la fa più a trattenerli.
Che garbuglio, che mischione. E che stridore. Ci sono dentro Freaks di Tod Browning, tutto il Fellini circense, Roma città aperta, Pinocchio (il libro, i film), gli Holocaust movies, a partire da L’oro di Roma di Carlo Lizzani (citatissimo anche il suo Il gobbo con Gérard Blain, sul pesonaggio realmente esistito del Gobbo del Quarticciolo, prima partigiano poi a guerra finita capo di una banda criminale: a lui Mainetti sembra ispirarsi per la figura del capo partigiano interpretato da un ghignante Max Mazzotta assai somigliante a un altro Gobbo cinematografico, quello anni Settanta di Umberto Lenzi con Tomas Milian). E poi, in Freaks Out, ci va dentro anche quello che accadde nella Roma post-8 settembre occupata dai nazisti, il rastrellamento degli Ebrei al Portico d’Ottavia il 16 ottobre 1943, la loro deportazione verso i campi della morte, la guerriglia antitedesca. Per governare un materiale tanto complesso e ibridato ci sarebbe voluto un regista tempratissimo: purtroppo non è questo il caso. Non pago, alzando ulteriormente il tasso di ibridazione e la posta in gioco, Mainetti aggiunge il cinema di genere, con i suoi quattro freaks circensi dotati ognuno di un superpotere che li rende forti e insieme socialmente vulnerabili in quanto diversi, un’idea per niente nuova che ricorda assai da vicino la saga degli X-Men marvelliani.
Allora: Roma, autunno del 1943. Colpito da una bomba il circo Mezzapiotta dell’ebreo Israel è costretto a chiudere, le sue attrazioni Fulvio, Cencio, Mario  e Matilde finiscono sulla strada: l’inizio di un girovagare in una città allucinata dove a brillare sono solo le fantasmagorie di un altro circo, stavolta sontuoso, il Berlin retto dal colonnello tedesco Franz, un pazzo dipendente dall’etere, dotato di preveggenze e dunque consapevole della imminente fine del Terzo Reich. Intanto si esibisce al pianoforte, e siccome vede il futuro eccolo suonare Radiohead a Guns N’Roses (il fatto di avere sei dita per mano lo aiuterà al piano o gli sarà d’impaccio?). Convintissimo però, nella sua follia, che la fine della Germania hitleriana la si possa ancora impedire se solo si riuscisse a trovare degli umani dotati di superpoteri da usare contro il nemico quale definitiva, potentissima arma. E dove volete che finiscano i nostri quattro poveracci? Lì dal sadico Franz. Ma, sarà spoiler?, i superpoteri dei nostri (già, occorre spiegare: Matilde è la donna elettrica, scariche terribili a chiunque la tocchi; Cencio può controllare e comandare gli insetti, tranne le api; Mario è un magnete vivente che attira su di sé tutto quanto è metallico; Fulvio è un uomo-scimmia di forza bestiale) finiranno invece al servizio del Bene.
Due ore e mezzo, per l’esattezza 141 minuti, di un cinema fantastico-visionario sempre sovreccitato, dove alla fracassoneria viene sacrificata ogni finezza, dove tutto si amalgama e confonde nell’indifferenziato, dove il capopartigiano è fuori di testa quanto il colonnello nazi (un peraltro grande Franz Rokowski), dove i quattro-freak-quattro si aggirano come nuovi picari senza che niente davvero si sappia di loro, figurine bidimensionali da fumetto che, non avendo origine, come disegnate al momento, non hanno nemmeno sviluppo: semplicemente si intersecano di volta in volta con paesaggi differenti e personaggi differenti, sono reagenti che assumono colorazioni diverse a seconda del miscuglio chimico in cui sono finiti. Un film orizzontale, piatto, senza spessore, dove nemmeno la battaglia finale tra Buoni e Cattivi imprime un’accelerazione, uno scarto, un cambio. Una battaglia oltretutto lunghissima, tra le più balorde che si siamo mai viste su schermo (anche i combat movies del nostro cinema bis anni Settanta erano meglio), dove non si capisce che cosa stia succedendo, chi combatta chi, chi ammazzi chi. Si esce esausti e anche inc****ti. Che spreco, che occasione buttata via, una bella idea – raccontare la tragedia della Storia nei modi del genere supereroistico – che non si fa mai davvero cinema.

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