Venezia 2021. Recensione: ILLUSIONI PERDUTE (Illusions perdues), film di Xavier Giannoli. Balzac nostro contemporaneo

Illusions perdues (Illusioni perdute) di Xavier Giannoli. Con Benjamin Voisin, Cécile De France, Vincent Lacoste, Xavier Dolan, Gérard Depardieu, Jeanne Balibar, Louis-Do de Lencquesain, Salomé Dewaels. Durata 144′. Concorso. Voto 7 e mezzo
Ci si è avviati la mattina del 5 settembre già annoiati e rassegnati alla visione in Darsena del solito – almeno così si pensava – period movie sontuoso quanto inerte tratto da capolavoro letterario ottocentesco. Oltretutto di lunghezza sulla carta estenuante, 144 minuti, che tradotti fan quasi due ore e mezzo. Sarà, si diceva con gli amici in fila (quel che è rimasto delle leggendarie file da festival, ormai sfrondate dalla prenotazione online tramite la famigerata piattaforma Boxol), il trionfo della crinolina e del birignao, del Vostra Altezza e del Madame mi permetta di, dell’incontrollata proliferazione scenografica e dei costumi ‘aspiranti all’Oscar’. Sicché che liberazione, che sollievo signore mie, allorquando ci si è trovati immersi in un film pimpante e vibrante, e vitalissimo, a momenti travolgente, per niente ingessato: ambientato sì nella Francia della Restaurazione post napoleonica, post rivoluzionaria, post tutto, 1820 o giù di lì, regnante Luigi XVIII, e però somigliantissima per il tribalismo delle lotte politiche, per l’uso smodato e cinico dei media (allora i giornali), per gli arrivismi sfrenati e spavaldi di gente ‘venuta dal niente ‘ma disposta e tutto’ per arrivare in cima alla piramide, al nostro mondo di oggi, a questa contemporaneità. Quanto poi sia rimasto nel film di Xavier Giannoli (che qui, dopo una serie di lavori parecchio interessanti, realizza la sua cosa migliore) del romanzo di Honoré de Balzac – da cui riprende mi pare la parte centrale – non saprei dire, essendo la mia lettura di HdB assai remota (e però chi se lo sta leggendo sull’onda del film visto a Venezia mi assicura che la fedeltà è elevata). La storia resta quella, archetipica, quasi uno schema (che di lì a qualche decennio verrà riproposto anche da Guy de Maupassant in Bel Ami e che ha un vicino antecedente nello stendhaliano Il rosso e il nero), del giovane provinciale di bell’aspetto e belle speranze che se ne parte per la metropoli, anzi la capitale, a tentare la scalata sociale, disposto per raggiungere l’obiettivo a ricorrere a ogni mezzo, più o meno lecito, più o meno eticamente corretto, compresa la disponibilità sessuale con le persone ‘che contano’. Xavier Giannoli riesce nell’impresa di tenersi in equilibrio tra i modi e anche i manierismi e vezzi del film d’epoca e la sua attualizzazione, senza esagerare né forzare, senza snaturare l’originale ma insufflandogli dentro allusioni e ‘rime’ che  potessero farlo vibrare con la modernità. Operazione riuscita, assai più prudente però e meno radicale di quanto avevano tentato, sempre stando alla messa in cinema del romanzo ottocentesco, qualche anno fa Andrea Arnold con Cime tempestose e Stéphane Brizé con Une vie da Maupassant (entrambi mirabili, ovviamente mai premiati a nessun festival, naturalmente scansati dal pubblico). Qui tutto è fruibile assimilabile godibile, cinema assolutamente leggibile al suo primo livello (se ci sono sottotesti e strati profondi non li senti e non pesano troppo), facilmente consumabile pur senza rinuncia da parte dello spettatore all’uso dei neuroni.
Allora: il giovanotto assai ambizioso e assai piacente (è il labbruto Benjamini Voisin, già angelo seduttore che portava alla follia d’amore un bravo ragazzo in Eté 85 di François Ozon: se ve lo siete perso, recuperatelo) è Lucien Chardon di Angoulême, figlio di un farmacista ma per niente voglioso di seguire le tracce paterne e invece cultore in segreto delle belle lettere, e sono poesie le sue iper-romantiche e un filo troppo esangui e smancerose. Preferisce a quello anagrafico il nom de plume e poi anche di mestiere di Lucien de Rubempré, come la madre, millantando ascendenze aristocratiche assai dubbie (daella madre non ha difatti ereditato i titoli). Dunque abilissimo fin da subito, da povero e sconosciuto, a lavorare sulla propria immagine si direbbe oggi, a proporsi nella maniera più furba sul mercato. A aiutarlo nel balzo verso Parigi è una nobildonna, Madame de Bargeton, malmaritata a un riccastro di massima insensibilità e privo di ogni finezza, e dunque frustrata, una sorta di Bovary ante litteram che riversa nel suo salottino letterario di provincia le ansie di fuga. Accompagnerà Lucien nella capitale, innamorata com’è di lui (e lui abile a manipolarla ai propri fini), lo introdurrà tramite una cugina nei giri e salotti che contano, ma sarà lo stesso dura per il ragazzo, subito bollato come buzzurro e inadeguato, subito respinto. Sarà in tutt’altro girone della Parigi ribollente della Restaurazione che troverà il posto suo: quello del giornalismo d’assalto, un’arma costantemente puntata contro la casta aristocratica e le nostalgie più retrive, ma giornalismo non così rivoluzionario, non così puro e innocente. Imparerà a scrivere, Lucien, diventerà anzi una stella di quel giornalismo ambiguo dove si mescolano verità, menzogne, rivelazioni scandalistiche, ricatti non dichiarati verso i potenti. L’occasione per Giannoli di scatenarsi in una fenomenologia della comunicazione già di massa da una parte percorsa da fremiti libertari e anarcoidi, dall’altra strumento con cui cinici editori e direttori deligittimano l’avversario, politico e non, di turno. Il vispo e furbo giovanotto ormai è un animale urbano, un parigino perfetto, corotto e rotto a ogni astuzia e impostura: impara l’arte della stroncatura e dell’esaltazione (di libri, di drammi e commedie) a seconda delle convenienze proprie e del giornale, e ne esce un quadro che rimanda dritto all’oggi, e allora che gran divertimento per lo spettatore. Poi la parabola di Lucien comincia, prevedibilmente, la sua discesa trasformandosi in racconto morale. Punto. Il resto è da scoprire al cinema o direttamente alla fonte, in Balzac.
Ottimo spettacolo apparecchiato da un Giannoli in stato di grazia che non sbaglia mai tempi, ritmi, cadenze, che sa rendere non fastidiosa perfino l’onnipresente voce fuori campo (qualcosa che i manuali odierni di bon ton cinematografico considerano, chissà perché, disdicevole). Ricostruzione storica accurata, senza quei compiacimenti scenografici e formalistici di gran parte dei film d’epoca, mai che il décor e i costumi prevarichino sul racconto, mai che i personaggi restino imbalsamati in posture da vecchio feuilleton. Lucien de Rubempré nostro contemporaneo, sempre, nella sua irrequietezza, nell’uso del corpo e della bellezza per ascendere a fama e soldi, nella totale assenza di ogni scrupolo, per come si mette al servizio di questo o quel padrone. Mentre sullo sfondo infuria la guerra sociale tra innovatori, non direi progressisti, e fautori dell’Ancien Régime. Se ricordo bene Giannoli ha detto da qualche parte che il tempo della Restaurazione è a suo parere il perfetto incunabolo del primo capitalismo, con quegli animal spirits scatenati nell’ansia del fare soldi e nell’arraffare, a anticipare l’Enrichissez-vous! che Guizot rivolgerà ai francesi nel 1840. Rivelando quindi come il suo Illusioni perdute sia anche un racconto storico, oltre che un vasto affresco narrativo, precisissimo nel descrivere il clima di un’epoca. Star e superstar del cinema francese si mettono al servizio di Balzac e Giannoli, ed è un piacere vederli al lavoro: intorno al quasi debuttante Benjamin Voisin ecco Cécile de France, Jeanne Balibar, Gérard Depardieu (fantastico nel ruolo di un editore di gran fiuto benché analfabeta), Vincent Lacoste. Più uno Xavier Dolan nella parte ambigua di uno scrittore di massima intelligenza e perfetto animale sociale, abilissimo nel muoversi tra un salotto e l’altro, tra una fazione e l’altra. Forse il personaggio più complesso e riuscito del film.
(Nota: è stata un’edizione veneziano segnata, più che dal cinema delle donne come scritto da troppi – pura propaganda, sottomissione passiva e gregaria allo Zeitgeist -, dal cinema francese per la qualità e vitalità dei film venuti da quelle parti: limitandomi al concorso dico, oltre al Leone L’Evénement, questo Illusioni perdute e il magnifico Un autre monde di Stéphane Brizé. Ma a marcare la mostra è stato anche il cinema dell’ex impero sovietico, il più attento alle ferite lasciate dalla Storia del Novecento, parlo dell’ucraino Reflection, del russo Captain Volkonogov Escaped, del polacco Leave No Traces).

Questa voce è stata pubblicata in Container e contrassegnata con , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.