Venezia 2021. Recensione: MONA LISA AND THE BLOOD MOON, un film di Ana Lily Amirpour. Il Titane veneziano?

Mona Lisa and the Blood Moon (Monna Lisa e la luna rossa) di Ana Lily Amirpour. Con Jeon Jong-seo, Kate Hudson, Craig Robinson, Evan Whitten, Ed Skrein. Concorso. Voto 6
Se lo sono subito dimenticati tutti a Venezia dopo l’obbligatoria visione (come si fa a mancare un film del concorso?), compresi i virtuosi ma chiassosissimi celebranti del cinema delle donne quale nuova alba nell’arte delle immagini in movimento (moving pictures → movies). Come se la figlia angloamericana della diaspora iraniana Ana Lily Amirpour, qui al suo lungometraggio numero 3, donna non fosse e non fosse una cineasta. Qualche recensione sbadata e sbadigliata, più per dovere di cronaca che per interesse, zero premi da una giuria pur assai sensibile – lo dimostra il palmarès – a gender e woke culture e ‘sguardi femminili’, scarsi o nulli accenni nelle lenzuolate virtuali o veterocartacee di bilanci critici stilati alla fine di un festival ‘che ha finalmente premiato l’altra metà del cinema’. Insomma omaggi e riconoscimenti a Audrey Diwan (L’Evénement), Jane Campion (The Power of the Dog), Maggie Gyllenhaal (The Lost Daughter) e fitta conversazione intorno alle loro opere, Amirpour invece ignorata. Eppure qualche credenziale per essere almeno menzionata ce l’avrebbe: per dire, è arrivata prima della celebrata Julia Ducournau di Titane (e di Raw) a esplorare e praticare un cinemaccio di genere truculento svariante nel body horror e per niente adagiato nei cliché dolci e docili del ‘femminile’, dalle pericolose vampiresse – in chador! – del suo esordio in bianco e nero A Girl Walks Home Alone at Night ai cannibali in paesaggi di post-apocalissi dell’ancora più sanguinolendo The Bad Batch, insignito a Venezia 2016 tra la stupefazione generale del Premio speciale della giuria (nessuo però a esaltare la scelta come sarebbe successo cinque anni dopo a Cannes per Titane).
Anche stavolta Amirpour persevera in un cinema autorial-di genere (e degenere) raccontando di una giovane diversa – rinchiusa in clinica psichiatrica per certe aggressive alterazioni comportamentali -, dotata di un superpotere grazie al quale troverà la sua liberazione e, forse, il suo posto nel mondo (dopo avventure e disavveture non così appassionanti però per lo spettatore: è il limite grande, la fragilità narrativa, di Mona Lisa an the Blood Moon). In fondo, è lo stesso schema di Freaks Out di Mainetti però con meno ambizioni, sagomato su dimensioni più piccole e controllabili, e grazie al cielo di durata contenuta. Il contesto, lo sfondo, è quello della più tenebrosa città degli Stati Uniti, la quasi-caraibica New Orleans, con i suoi quartieri colonial-francesi, con i fantasmi, gli zombie, i mutanti, i prodigi voodoo (Il bacio della pantera di Schrader!), intatta in queste sue memorie e stereotipi nonostante il make-up giovanottardo operato sul suo profilo dalla regista.
Evade la ragazza di origine asiatiche rinchiusa in manicomio ricorrendo ai suoi extrapoteri, che sono quelli di controllare le capacità motorie altrui, di far eseguire a chiunque movimenti e gesti contro la sua volontà. La polizia a darle la caccia e, a aiutarla, prenderla in casa, proteggerla, una madre single di mestiere stripper & dancer in certi localacci della vecchia città. La fuggitiva attraverso di lei, e attraversi il suo sagace e intelligentissimo figlioletto (finalmente a Venezia 2021 un pargolo simpatico, dopo tanti insopportabili bambini-tiranni che hanno costellato e funestato un bel po’ di film delle varie sezioni), comincerà a misurarsi con il mondo fuori, a esplorarlo, conoscerlo. Ma, come capita spesso in romanzi e film, anche qui il diverso diventa nelle mani di chi apparentemente lo aiuta uno strumento per raggiungere ben altri, inconfessabili fini (lo abbiamo già visto in Elephant Man di Lynch, La donna scimmia di Ferreri, Venus noire di Kéchiche): la stripper sfrutterà difatti le abilità speciali della sua protetta per svaligiare bancomat e togliere dalle tasche dei suoi allupati clienti fasci di banconote. Seguirà fuga della ragazza – dalla polizia e dall’amica sfruttatrice – con il bambinetto, e vedendo questa miniodissea di una donna e un ragazzino nella New Orleans perlopiù notturna percorsa da loschi figuri non si può non pensare al lontano e sempre bello Gloria di Cassavetes, anche se non credo proprio che la citazione sia consapevole. In fondo, nonostante gli ammicchi al cinema più giovanottesco e sgargiante, oltraggioso e ribelle, alterato e lisergico (musica rombante, smodato uso di ogni droga), Mona Lisa and the Blood Moon resta una favola gentile con moralina incorporata tipo saranno i diversi e i ragazzini a salvare il mondo. Dei tre film della Amirpour questo è, al di là della sua superficie, il più ammodo e il meno urticante, e se la regista se la cava bene nel creare atmosfere ora di minaccia ora magico-fantastiche e nel dirigere i suoi attori, scivola clamorosamente in fatto di storytelling. Il vero guaio di questo film è la sua insufficiente narrazione, la fragilità fin quasi all’inconsistenza dell’impalcatura drammaturgica, la pochezza del racconto, sicché per fare minutaggio la regista cade spesso nella reiterazione del già visto (tutte quelle rapine ai bancomat!, non ne bastava una?). Se adeguatamente promosso e distribuito Mona Lisa and the Blood Moon potrebbe anche trovare un suo pubblico. Resta però, dopo The Bad Batch, un’altra occasione mancata per una regista che non ha ancora saputo mantenere le promesse del suo sfolgorante esordio.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, festival, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.