Berlinale 2022. Rieccoci in presenza (ma chi ce l’ha fatto fare?)

interno Palast

Scritto giovedì 10 febbraio 2022.
Com’è l’Europa che si vorrebbe post-pandemica ma ancora non lo è – il pensiero magico collettivo ambisce a plasmare il reale, sanificando con troppa precipitazione ciò che è contagiato o contagiabile – vista da un paio di aeroporti? Deserta. Non in lockdown ma con il lockdown infisso nel cervello, benché a parole lo si neghi: basta con la paura! torniamo a viaggiare e folleggiare come prima. Macché, la prassi nega l’idea e le migliori intenzioni. Stazione di partenza: Linate, ripristinato e ristrutturato, sempre minuscolo city airport e però, come già a Milano la Centrale dopo il restauro, con interminabili labirinti e giravolte solo per moltiplicare store e venditori di ciaffi più o meno d’alta gamma sicché per arrivare al gate ti fai mille miglia di inutilità tra banchi deserti e commesse e commessi impettiti in attesa del nulla come nella Fortezza Bastiani: solo le merci a brillare, senza che nessuno le compri – con qualche raro passante munito di bagaglio-a-mano (quello che adesso si paga e prima era aggratis; giusto così, che non se ne poteva più di squinzie con trolleroni gonfi piazzati arrogantemente e impunemente nelle cappelliere. Almeno cavino fuori qualche euro dalla borsa finto Balenciaga).
Sul volo EasyJet per Berlino riempimento sì e no al 25 per cento, si arriva in anticipo di mezz’ora – il cielo non dev’essere più intasato come prima evidentemente – al nuovo aeroporto Brandeburg (15 e più anni di lavori, peggio dei nostri peggiori appalti tipo Salerno-Reggio Calabria), nuovo e unico essendo stato chiuso lo sgrauso ma comodissimo Tegel nonché inglobato il confinante – al Brandeburg – Schönefeld. E qui viene da rispolverare la vetusta metafora anni Settanta della cattedrale nel deserto. Interminabili percorsi nel vuoto, qualche sparuta e spaurita presenza umana, l’enorme spazio del ritiro bagagli con i nastri fermi e vuoti simili a vermi in sonno di Dune, latitante perfino la polizia (e io che temevo controllassero teutonicamente, quindi con severità e minaccioso cipiglio l’obbligatorio form sanitario di ingresso. Neanche un controllino al greenpass, zero proprio). Fuori, una decina di taxi quando a Tegel c’era un serpentone interminabile. Difficile allontanare la sensazione, che via via si fa convinzione, di una città a basso voltaggio. Quando poi ci si ritrova in PotsdamerPlatz, l’epicentro della Berlinale, la desolazione è anche più forte. Sarà il buio precoce, sarà che questa zona progettata-programmata negli studi degli assessori all’edilizia e delle archistar fighe e mai davvero adottata dalla città (chi mai abita in quelle spettrali architetture razionaliste e new Buuhaus? chi ci lavora? chi mai viene a divertircisi quando non è il Berlinale time?) porta adesso a compimento, in era pandemica, la sua oscura vocazione originaria al non luogo, alla metafisica ovviamente dechirichiana, all’artificio, alla quinta di cartapesta, alla piattezza illusionistica del fondale. Ci si smarrisce in tanto trionfo del Vuoto, vengono i brividi e non è per il freddo, anzi il clima, nonostante un tentativo timido di pioggia invernale, è quasi mite.
Ma è tempo ormai di affrontare il moloch Berlinale con i suoi protocolli, la sua innata normatività, le sue regole ulteriormente irrigidite dalla hygiene policy antiCovid. Non è il primo festival in presenza ai tempi del Sars-Cov-2, ci sono già passati Venezia (due volte) Locarno, Cannes, con più souplesse bisogna dire, con minor dispiego di paranoia, con meno voluttà regolatrice e controllante. Allora: nessuno ci ha ancora spiegato davvero come mai agli accreditati stanmpa, e solo a loro, sia stato imposto l’obbligo di tampone rapido ogni 24 ore anche se si ha il greenpass e si risulti trivaccinati (o ex covidizzati e poi bivaccinati). Senza un test negativo al giorno non entri da nessuna parte: non nelle varie sale, non al press office, non nella sala stampa, non nella sala delle conferenze stampa. Mentre, e qui il collettivo “ma perché?”, il pubblico può tranquillamente andare alle proiezioni senza obbligo di tampone. Sicché si va a complicare per i press accredited quello che già non era semplice. Perché, come ormai usa nei festival della Covid Age, in sala si accede solo dopo aver prenotato il biglietto virtuale sull’apposito sito, il che comporta vantaggi (la fine delle famigerate file), ma anche un lato corposamente negativo. Regola: dalle 7.30 si possono riservare le proiezioni dei due giorni successivi. Come peraltro già a Cannes, mentre a Venezia il sistema era leggermente diverso. Chi ci è già passato sa che all’ora in cui scatta la possibilità di riservare bisogna essere svegli, svelti e pronti, basta un lieve ritardo ed ecco che i film più attesi sono già soldout. Allora, oggi alle 7.30 lì a smanettare. Compiuta la missione, sono seguiti lavacro mattutino e colazione, poi via subito a farsi il test: stamattina c’era la fila, oltretutto si è scoperto, arrivati al punto-tamponi, che ci si doveva prima iscrivere compilando un form online dunque ulteriore inciampo. Finalmente il test, ma risultato viaemail solo dopo 20-25 minuti. Step ulteriore: ritiro di un bracciale-lasciapassare che ti esime nella giornata dal dover prsentare oogni volta l’esito negativo.
Ora, stamattina il primo film, Peter Von Kant di François Ozon (molto, molto, molto buono) era alle 11.30 quindi nopprobblem come dicono gli attori delle nostre fiction giovani, c’era il tempo di ottemperare alle regole. Ma da domani, quando il primo film sarà alle 9 o nel migliore dei casi alle 9.30 come si fa. Come si fa, dico, a mettersi al computer alle 7.30, prendere i biglietti on line, sbarbarsi, docciarsi, colazionarsi, fare la fila per il tampome, aspettare il referto, ritirare il bracciale-passepartout e poi essere alle 9 in sala? Complicato. Sarà il caso di fare il test alla sera? Da domani si vedrà.
I non molti regular della Berlinale ritornati nonostante tutto – tanti hanno invece rinunciato – si chiedono: chi ce l’ha fatto fare? perché siamo qui? non era meglio –  aggiungo io – starsene a casa come il mio amico Claudio che a tanto sbattimento ha preferito il curling delle olimpiadi pechinesi?  Forse è solo l’inciampo del primo giorno, poi si spera sarà routine. Tutto prima o poi viene metabolizzato e inserito nel nostro panorama mentale. Anche il tampone obbligatorio per i già vaccinati e boosterizzati.

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