Berlinale 2022. FLUX GOURMET di Peter Strickland, l’eccentrico britannico stavolta delude

Flux Gourmet di Peter Strickland. Con Asa Butterfield, Gwendoline Christie, Ariane Labed, Fatma Mohamed, Makis Papadimitriou. Encounters. Voto 4 e mezzo
Peter Strickland appartiene a quella schiera di folli inglesi che con i loro film fuori norma accompagnano come un’ombra il cinema britannico well done, bene apparecchiato in costumi, scenografie e recitazione. Sulla scia, per dire, di Ken Russell, di Derek Jarman, di Powell & Pressburger, lui osa e va oltre in forma e contenuti, esplorando i territori sconvenienti dell’eccesso (sesso & violenza, of course), portando al limite estremo gli azzardi stilistici fino a sfiorare kitsch e camp, varcando la frontiera tra cinema e arte. Di lui si era a suo tempo parecchio aprezzato a un Locarno Berberian Sound Studio, giallo ‘acustico’ alla Dario Argento (a proposito: l’ultimo Argento, Occhiali neri, pesentato qui tra i Gala Srceenings, è imbarazzante; perché giocarsi così una carriera leggendaria?), poi il concettuale lesbo-thriller The Duke of Burgundy e il fantastico-horror In Fabric. Ma questo suo nuovo Flux Gourmet (sezione Encounters, scrigno di opere coraggiose) proprio no, non va, non funziona, è uno scacco e uno smacco in un tragitto autoriale finora impeccabile.
Flux come flusso o reflusso gastrico (trattasi come vedremo anche di un film da apparato digerente)? Flux come Fluxus, quell’avanguardismo newyorkese anni Sessanta neo Dada di cui fu esponente e star Yoko Ono, prima e dopo Lennon? Associazioni, le mie, in libertà ma neanche troppo. Proviamo a raccontarlo, questo film irraccontabile. Siamo al Sonic Catering Institute, accademia  – citazione evidente della Sonic Catering Band di cui lo stesso Strickland aveva fatto parte negli anni Novanta – dedicata alla sperimentazione artistica acustico-gustativa, agli incroci tra suoni e food, tra rumori e cucina. Musica concreta, noise music – Strickland, oltre che averla praticata ne è anche un cultore, come si è visto in Berberian Sound Studio – qui raccontata nella sua particolare decinazione culinaria, musica che nasce cucinando, mangiando, digerendo, anche defecando. Prodotta da microfoni immessi in uova sbattute, frullatori impazziti e tracimanti, carni fritte in oli bollentissimi e sfrigolanti.
Un collettivo artistico composta da due donne e un giovane uomo vi ha ottenuto una residenza, che un giornalista appositamente ingaggiato (è il greco Makis Papadimitriou già visto in Pity, da noi in Italia Miserere) dovrà raccontare. A presidere l’academia la direttrice-mecenate Jan Stevens, sorta di idolo raggelato in sontuosi outfit. Cinema dove si gioca pesantemente col sordido e il laido (il giornalista soffre di flatuelenza: sarà oggetto e vittima di gastroscopia e colonscopia in diretta, trasformate in performance; e poi coprofilia, cannibalismo). Ma la scommessa di Strickland stavolta è persa per la frenesia di épater les bourgeois senza che la messinscena ce la faccia a veicolare un qualche senso. Si pensa, per via della coprofagia e dell’impassibile ma bollente Madame Preside assai affine alle perverse narratrici, a Salò-Sade di Pasolini, ma se quello era l’abisso che urlava, questo è un gioco algido di manierismi e orrori esstetizzati. Tra gi attori l’Asa Butterfield di Hugo Cabret cresciuto e punkizzato e la sembra meravigliosa Ariane Labed di tanto nuovo cinema greco (nonché moglie nella vita di Yorgos Lanthimos).

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