Berlino Film Festival 2022. LA LIGNE (La linea) di Ursula Meier, serio candidato all’Orso

La ligne (La linea) di Ursula Meier. Con Stéphanie Blanchoud, Valeria Bruni Tedeschi, Elli Spagnolo, Dali Benssalah, India Hair. Concorso. Voto 8+
Alla svizzera Ursula Meier sfuggì l’Orso d’oro nel 2012. Il suo Sister, con una già enorme Léa Seydoux, si rivelò un gran film ma la giuria presieduta da Mike Leigh gli preferì, e pochi se lo aspettavano, Cesare deve morire dei Taviani. Stiamo a vedere stavolta con questo imperfetto ma di gran tempra La ligne (tra i suoi rivali più insidiosi c’è anche Ozon, che in quel 2012 stava in giuria accanto a Leigh; i festival sono così, un trafficatissimo crocevia dei soliti noti, ora in giuria, ora in concorso, ora fuori concorso).
Quando si parla di cinema femminile o, peggio, al femminile, cosa mai si intenderà? Pura astrazione. Una categoria più fondata sulle ideologie e i correttismi woke e gender che su obiettivi dati di fatto. Per quanto mi riguarda, stoo al film, non al genere di chi lo dirige, o almeno mi sforzo di farlo. E tra le autrici preferisco coloro che non mettono i sentimenti e ahinoi le famigerate emozioni avant tout, le signore dallo sguardo duro e puro che non se la raccontano e non la raccontano a noi con la gnàgnera ma col massino della lucidità e della pietas (che ha più a che fare con la ragione che con le viscere). Che rifuggono dal lezioso e dal manierato e dall’abbandono alle non-ragioni del cuore. I nomi? Presto fatti. Kathryn Bigelow, Andrea Arnold, Clio Barnard. E Ursula Meier. la quale ama raccontare i grovigli familiari, i ti amo e i ti odio che uniscono e separano genitori e figli, fratelli, sorelle. Ritratto di famiglia con clamoroso twist era Sister, lo è questo La ligne.
Si tirano piatti, suppellettili, dischi di vinile e molto altro nella sequenza d’apertura. Solo dopo scopriremo che a bersagliare con rabbia e ogni possibile oggetto a portata di mano la propria madre è Margaret, trent’anni e qualcosa, una carriera di cantante e autrice mai decollata davvero, una storia importante alle spalle con un musicista-produttore. Le psicologhe medio-mediocri che si arrestano al cliché e al banale direbbero che “non sa controllare la rabbia” e le consiglierebbero apposite terapie in rehab. Di Margaret – siamo in un villaggio della Svizzera francofona – si occupa invece un giudice che le imporrà per tre mesi di non avvicinare la madre rispettando una distanza di sicurezza di 100 metri. La linea che fornisce il titolo è quella che la minore delle tre sorelle, Marion, dodici anni, traccerà con la vernice blu su strade, giardini, rive di fiume, terrain vague intorno alla casa di famiglia. Margaret soffre quella lontananza, si aggira su qual confine invocando perdono e di essere reintrodotta in quella famiglia sblanciata e infelice ma indispensabile. Siamo dalle parti di Cecov, ovvio, ma anche del più torrido e torbido Tennessee Williams (per gli amori di mamma soprattutto), tutto ritrascritto da Ursula Meier nella sua claustrofobica Svizzera di provincia e di montagna dalle forti radici tradizionaliste.
La madre, e qui davvero è Cecov in purezza, rimpiange la carriera da panista che avrebbe potuto avere e non ha avuto buttando la colpa sulle figlie, soprattutto sulla maggiore, l’infelice Margaret avuta a soli vent’anni, responsabili a suo dire di averla incastrata nel frustrante ruolo di di genitrice e fattrice. Sarà per via del pianoforte, oggetto-totem che domina la casa di Cristina e le sue figlie, ma come si fa a non pensare al duello senza pietà tra madre e figlia orchestrato da Ingmar Bergman in Sinfonia d’autunno? La piccola Marion sviluppa un suo personale misticimo di sopravvivenza in quel disastro di famiglia mantenendo il legame con l’ostracizzata Margaret, e la seconda sorella in ordine di età produce due gemelle e si dedica alla professione di madre. Mentre la matriarca Christina (Celestini di cognome), liquidato il compagno, se ne trova un altro assai più giovane e carnoso. Valeria Bruni Tedeschi brunitedescheggia più che mai, stavolta però con qualche giustificazione in più visto che le tocca il ruolo della made svaporata ma jena, ultracastrante, manipolatrice, pigolando come Valentina Cortese nei momenti più cecoviani del rimpianto. Ursula Meier si conferma autrice maggiore per sobrietà, asciuttezza, per lo sguardo disincantato ma compassionevole, per l’uso perfetto del montaggio che lascia solo l’essenziale, mai un attimo di più di quel che serve. Senso del paesaggio vasto e desolato, come già in Sister. E la figlia ribelle e rabbiosa è un grande personaggio femminile, duro, tosto, interrotto dentro, ma cui non si può non volere bene. Scene che non si dimenticano: la madre che sul pianale del pickup che sta portando via il pianoforte suona per l’ultima volta, mentre la camera indietreggia in una lenta carrellata; la sorella bambina che invoca dall’alto, nel vuoto della notte, la sorella smarrita. In corsa per il massimo premio.

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