Berlino Film Festival 2022, vincitori e vinti. L’ORSO D’ORO a “Alcarràs” e gli altri premi (quelli meritati e quelli no)

Il film vincitore

Non è certo uno scandalo che l’Orso d’oro sia stato assegnato dalla giuria presieduta da M. Night Shyamalan al catalano (attenzione, non spagnolo) Alcarràs di Carla Simón, classe 1986, barcellonese. Giovane, anzi assai giovane per gli standard anagrafici odierni, ma non una sconosciuta. Già con il coming-of-age Summer 1993, era il 2017, aveva rastrellato premi dappertutto a partire dalla sezione Generation Plus della Berlinale: stasera la promozione definitiva. Mi rendo conto di avere commentato lo scorso settembre a Venezia il Leone al francese L’Evénement con le stesse parole: non è uno scandalo. E, come allora al Lido, aggiungo: però c’era di meglio. Il film di Simón è girato con una grazia e una fluidità indiscutibili, ma è gravato da limiti di cui più avanti dirò. Un film a tesi e semplificatorio che non lascia spazio alla complessità. S’è capito subito che sarebbe finito nel palmarès: alla proiezione stampa molti gli applausi e la sensazione diffusa di aver assistito all’epifania di qualcosa di non trascurabile. Certo, avrei preferito che a vincere fossero stati altri, come il meraviglioso cinese Return to Dust di un trentenne di nome Li Ruijun, quello sì una rivelazione che non ci si aspettava. O Peter von Kant di François Ozon, omaggio di carne e sangue e insieme altamente concettuale a Fassbinder. Ma si sa, le giurie e pure la maggior parte dei critici da festival amano poco Ozon, come non amano un altro illustre sconfitto di questa Berlinale, l’Ulrich Seidl di Rimini, autore programmaticamente sgradevole dunque regolarmente estromesso dalle liste dei vincitori (in ogni caso l’uno e l’altro hanno già un posto nella storia del cinema, mentre ancora non si può dire lo stesso di Carla Simón: aspettiamo un attimo). Non riesco a spiegarmi infine come Ursula Meier esca senza riconoscimenti da questa Berlinale. Eppure il suo La ligne è l’opera di un’autrice dal segno forte e riconoscibile, il ritratto straziante di una donna a pezzi tracciato senza wokismi e ricatti allo spettatore. Vediamo da vicino premi e premiati.

Orso d’oro per il miglior film
Alcarràs di Carla Simón (Catalogna)
Una famiglia, tre generazioni. Mentre sulla loro farm e il loro frutteto che sembra un pezzo di Eden incombe la minaccia dell’esproprio e di una rivoluzione tecnologica che non lascia scampo ai piccoli produttori. Simón disegna meravigliosamente personaggi maggiori e minori, centrali e collaterali, a partire dal patriarca per finire agli infanti, i loro intrecci, ciò che li unisce e ciò che li divide. E c’è un ricordo della guerra civile non così convenzionale. Una saga di famiglia, tutta in un’estate, forse l’ultima. Avete in mente La famiglia di Scola? E magari I Buddenbrook? La regista controlla alla perfezione il suo racconto-affresco, passando dal generale al particolare e viceversa con la massima naturalezza, tracciando senza darlo troppo a vedere per non scatenare le nuove sensibilità e suscettibilità un elogio della famiglia-famiglia, la vecchia famiglia costruita sui legami di sangue e sulle differenze biologiche e culturali di genere. A lasciare perplessi è la pesantezza del messaggio veicolato e fin troppo esplicito sulla fine del mondo rural-agricolo, l’elogio dei piccoli farmer che resistono eroicamente – secondo lo schema Davide contro Golia, gran classico del racconto popolare che paga sempre – al tecnogigantismo e all’implacabile mercato. Mah. Troppo facile. Finale ‘esemplare’ e telefonatissimo. E le spieghe iniziali sulla proprietà del frutteto, inserite per giustificare quello che succederà, sono forzate e al limite dell’inverosimile. Ma a chi volete che importino certe smagliature dello script, Alcarràs è fatto per piacere a tutti, è una macchina da guerra e conquisterà lo stesso il mondo. Il mio voto: 6 e mezzo

Gran premio della giuria
So-seol-ga-ui yeong hwa (The Novelist’s Film) di Hong Sangsoo (Sud Corea)
Hong Sangsoo, venerato maestro detto un tempo il Rohmer del Far East, presente da anni e anni ai massimi festival, ha incamerato valanghe di premi ma di festival ne ha vinto uno solo, quello di Locarno. Che dire di lui che non si sia già detto mille volte? Anche questo Il film di una romanziera è cinema di pura conversazione, è vita e destino che si incrociano, è gioco del caso e della necessità. Si parla molto, anzi sempre: passeggiando, soprattutto stando seduti in un caffé e bevendo alcolici coreani dal nome suggestivo. Una scrittrice famosa incontra un regista e poi un’attrice a sua volta moglie di un regista. Da tempo voleva scrivere un film, adesso ha trovato gli interlocutori giusti. Kim Minhee, compagna (ma lo è ancora?) e musa di Hong Sangsoo, si fa amare come e più di sempre. Premio ineccepibile, Hong non si discute. Il mio voto: tra il 7 e l’8

Premio della giuria
Robe of Gems di Natalia López Gallardo (Messico)
Uno dei premi di questa Berlinale che mi piacciono di più. Già editor per Amat Escalante e Carlos Reygadas, Natalia López Gallardo realizza l’ennesimo film su una delle zone più infelici del pianeta, l’area del Messico a ridosso degli Stati Uniti, e però film diverso dai molti altri già visti sul tema. Sì, ci sono i cartelli spietati dei narcos, le bande che controllano il traffico dei migranti, la polizia corrotta e collusa con i criminali. E le stragi. I desaparecidos. Le fosse comuni. Solo che la regista applica a questa materia incandescente, per quanto non inedita, uno sguardo differente, scomponendo l’affresco e le molte trame in dettagli, in frammenti che tra loro sembrano irrelati e che solo faticosamente lo spettatore, messo a durissima prova, riesce a collegare (e non sempre, perché molte zone del film restano oscure, indecifrabili): esattamente come già il Reygadas di Post Tenebras Lux. Uso radicale del fuori campo, a schermare, a rendere a noi invisibile l’essenziale. Conversazioni di cui si inquadra solo un interlocutore, mentre l’altro resta misterioso. Sequenze notturne con figure ridotte a fantasmi indistinguibili. Sì, Natalia López Gallardo esagera in vezzi autorialit e cerebrali, tant’è che non ha trovato molti estimatori, ma propone un cinema audace che merita rispetto. Onore anche a chi ha osato premiarla: questo si deve fare a un festival, esplorare, sfidare le abitudini e le convenzioni e la pigrizia di spettatori e critici, non premiare il grazioso. Il mio voto: 7.

Migliore regia
Claire Denis per Avec amour et acharnement (Both Sides of the Blade) – Francia
Non staremo a discutere spero il sacrosanto riconoscimento a una delle maggiori registe del mondo, grande da decenni (per dire: la Julia Ducournau del sopravvalutato Titane ha attinto a piene mani dalla sua filmografia). Denis si merita di tutto e di più e fa niente se questo film – che smonta con ferocia, appena dissimulata dalle buone maniere di una cineasta che sa come si gira e si mette in scena, la romantic comedy – sia piaciuto a pochi. Anche in questo caso giuria coraggiosa. Il mio voto: tra il 7 e l’8. La mia recensione estesa.

Migliore interpretazione (nota: dalla scorsa Berlinale sono stati aboliti i premi per migliore attore e migliore attrice in nome dell’equivalenza di genere o del superamento delle differenze di genere)
Meltem Kaptan in Rabiye Kurnaz gegen George W. Bush (Rabiye Kurnaz vs. George W. Bush) di Andrea Dresen. Germania
Clamoroso successo di pubblico. Il film più applaudito di tutta la Berlinale. Era un premio scontato quello a Meltem Kaptan come migliore attrice, anzi migliore interprete. Travolgente nella parte vera, perché trattasi di un pezzo vero di cronaca e di Storia, della madre di origine turca di un ragazzo nato e cresciuto in Germania e radicalizzatosi in una moschea di Brema. Partito per l’Afghanistan all’insaputa della famiglia per combattere contro gli infedeli. Arrestato dopo le Torri gemelle, rinchiuso a Guantanamo. Sarà la madre, aiutata da un probo avvocato tedesco, di quelle brave persone che credono davvero ai diritti umani e alla giustizia, a combattere – ebbene sì, come una tigre, come una leonessa – per liberare il figlio. Ci vorranno anni, ma ci riuscirà. Come si fa a non applaudire? Si applaude difatti. E però: siamo tutti contro le aberrazione di Guantanamo, la sospensione dei diritti degli indagati da parte degli Stati Uniti dopo l’11 settembre, il ricorso a forme di tortura, la pratica scandalosa delle rendition. Ma si potrà sommessamente far notare che il film avrebbe dovuto dirci qualcosa di più anche su certe forme di radicalizzazione jihadista e relative responsabilità? Una reticenza già presente in un film dell’anno scorso su una storia analoga (anche lì un prigioniero a Guantanamo), The Mauritanian, e qui altrettanto evidente. Il film sposa in toto il punto di vista della madre (“mio figlio è un bravo ragazzo, non può avere fatto certe cose”), ma con una materia così sensibile qualche filtro in più sarebbe stato necessario. La vita è complessa, la storia e la cronaca pure, ridurle a un pur appassionante feuilleton familiare funziona narrativamente ma resta operazione discutibile. Il film nel suo non farsi troppe domande, nel suo tracciare una confortante e netta separazione tra buoni e cattivi, sarà un successo globale e arriverà alle soglie dell’Oscar, scommettiamo? Il premio a Meltem Kaptan ci sta, meno invece quello a Laila Stieler per la migliore sceneggiatura (vedi più avanti). Poi Rabiye Kurnaz gegen George W. Bush si lascia vedere, soprattutto – ed è il lato migliore – per come ci porta dentro la vita e i modi di una famiglia turco-tedesca, per come ci mostra una doppia appartenenza culturale e identitaria. Il mio voto: tra il 5 e il 6.

Premio per la migliore sceneggiatura
Laila Stieler per Rabiye Kurnaz gegen George W. Bush
Vedi sopra alla voce «Migliore interprete»

Miglior interprete non protagonista
Laura Basuki in Nana (Before, Now & Then) di Kamila Andini – Indonesia
Anche quest’altro premio per la migliore performance attoriale va a una donna: non si poteva far posto a un uomo? In un film elegantissimo, ma non memorabile come l’indonesiano Nana, Laura Basuki è Ino, la migliore amica della tormentata protagonista dai molti segreti, ma anche la sua rivale in amore (è stata l’amante del marito). È che Ino incarna una figura femminile forte, emancipata (ha una macelleria tutta sua), non eterodiretta, in un contesto – l’Indonesia arrivata da non molto all’indipendenza e con il golpe di Suharto in corso – patriarcal-tradizionalista. Premio wokista, temo e sospetto, e questo non è bello. Il film? Squisitissimo, soprattutto nella rappresentazione della classe agiata indonesiana del tempo. Case di un etno-coloniale irresistibile, tè e spezie di cui ti sembra sentire il profumo, musiche e balli da incanto. Il mio voto al film: 6 e mezzo.

Premio per l’«outstanding artistic contribution» (qualunque cosa voglia dire)
Rithy Panh e Sarit Mang per Everything Will Be Okay di Rithy Panh – Francia/Cambogia
Rithy Panh alla regia, Sarit Mang al production design. Strano premio. Discutibile e, nello stesso tempo, indiscutibile e meritato. Cercherò di spiegarmi. Il franco-cambogiano Rithy Panh aveva conquistato parecchi anni fa il mondo dei festival e della cinefilia con il suo L’immagine mancante, ricostruzione come non s’era mai vista al cinema dei peggio incubi del Novecento: in questo caso dei killing fields, dei campi si tortura e sterminio in cui morirono al tempo degli invasati khmer rossi due milioni di cambogiani. Compresi parenti e conoscenti della famiglia di Panh, poi riparata in Francia. La straordinarietà dell’operazione stava nel ricorso a figurine di terracotta o altro materiale per riproporre, in diorami di perfezione abbagliante e minuziossissimi, quella stagione di terrore di massa. Un filtro geniale per rappresentare l’orrore senza cadere nella pornografia del male, nella frontalità perversa, come spesso accade. Da allora Panh ha cercato senza riuscirci di replicare quel risultato, adottando tecniche analoghe, mescolando i suoi diorami a found footage e materiali visivi di vario tipo. Purtroppo rendendo sempre più confuso e fuori fuoco l’oggetto del suo discorso. Se già nel precedente Irradiés aveva mostrato limiti preoccupanti non controllando un materiale troppo vasto e caotico, stavolta non va meglio. Mettendo in scena un mondo prossimo venturo ma anche già consegnato alla storia fatto di sopraffazioni, totalitarismi rossi e neri (soprattutto rossi), tecniche e pratiche di dominio, aberrazione di uomini su uomini e animali, confeziona un progetto ambiziosissimo in cui tutto si perde e si mescola in una denuncia indifferenziata insidiata dal demone della retorica. Figurativamente stupefacente (e qui il premio per il contributo artistico prende un senso), ma desolante per la commistione impropria di temi e contenuti diversi e stridenti. Cui si aggiunge una voce fuori campo di pretenziosità insopportabile. Il mio volto al film: 4 e mezzo.

Menzione speciale
Drii Winter (A Piece of Sky) di Michael Koch – Svizzera
Bella sorpresa del concorso, menzione strameritata. In un villaggio di lingua tedesca delle Alpi svizzere la strana, improbabile eppure straordinariamente naturale storia tra un manovale di nome Marco – forte e semplice d’animo e cuore – e la postina-albergatrice Anna, con figlia nata da una relazione precedente. Si sposano, tutto sembra funzionare al meglio, anche se lei non ha del tutto troncato con un altro uomo. Poi tutto si complica per quella cosa chiamata destino beffardo. Il lato forte di questo film sta nella sua messinscena, nel rigore delle inquadrature perlopiù fisse, nell’austerità che si fa ieraticità, nel riferimento al cinema dei grandi essenzialisti come Dreyer. Sta nel suo andamento da rituale religioso, da sacra rappresentazione. Un coro alpino a commentare e salmodiare le stazioni di quella che si rivelerà a modo suo una salita al calvario. Anche qui, come nel messicano Robe of Gems, uso massicio del fuori campo a intensificare il senso di mistero e indecifrabilità degli eventi. Arrivando all’estremo di mostrarci il matrimonio senza che mai si vedano gli sposi. Se c’è un limite in questo film è il suo accademismo, la sua costruzione algida e cerebrale. Ma il film c’è ed è bellissimo. Il mio voto: tra il 7 e l’8.

 

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