Cannes 2022. Il primo film è FOR THE SAKE OF PEACE di Christophe Castagne e Thomas Sapetin

For the Sake of Peace (Per il bene della pace), docufilm di Christophe Castagne, Thomas Sapetin. Special Screening.

Apertura di festival, ma non di concorso. Titolo in quota Forest Whitaker, l’attore americano che verrà insignito della “Palme d’honneur” anche per la sua attività umanitaria quale fondatore dell’Ong Peace and Development Initiative. Della quale questo docufilm mostra il lavoro sul campo. In Sud Sudan, travolto da da guerre civili e sub-conflitti, un uomo e una donna cercano di fabbricare, ognuno a modo suo, la pace: Nadege, incaricata di porre fine alla lotta tra due etnie rivali, e Gatjang, che insegna calcio in un campo profughi. Un film edificante, a forte rischio retorica. Ma vale la pena vederlo per come, nonostante tutto, ci rivela l’Africa. Voto 6

Forest Whitaker a Cannes

Un film di propaganda, anche se dalla parte giusta e perfino necessario per la causa che sostiene (ma la propaganda sarà un male in sé? Temo di sì, per come espunge dalle proprie argomentazioni ogni contraddittorietà e stratificazione al fine di convincere lo spettatore-ascoltatore-fruitore della propria tesi sottraendogli scientemente ogni elemento in grado di fcondurlo a un’opinione propria). Virtuoso e assai professionalmente confezionato (ma niente di più) cinema del reale, quel che un tempo era detto documentario, opera di due filmmaker francesi, coprodotto tra Usa e Parigi, che apre abbastanza inopinatamente questo Cannes 2022 come proiezioni speciale (categoria-omnibus dentro cui finiscono ai festival i titoli più disparati o non facilmente classificabili o non faclmente includibili in altre sezioni). Basta però scorrere i credits di apertura per capire il perché. Per il bene della pace (ma un titolo meno ruffiano non lo si poteva trovare?) arriva in quota Forest Whitaker, il peraltro eccellente attore americano cui verrà consegnata il 5 maggio la Palme d’honneur, che è qualcosa di più, con un che di tronfiaggine tutte francesi, di una semplice palma alla carriera. Il quale Whitaker, oltre che comparire nei credits come produttore e presenter, interviene anche “sul campo” in un paio di sequenze, a inizio e fine docu, quale ambasciatore speciale di pace dell’Unesco e rappresentante dell’ONG da lui fondata Peace and Development Initiative (però alquanto imbarazzante quella sua lezione impartita in terra d’Africa di respirazione e meditazione quale strumento si suppone di risoluzione dei conflitti. La mindfulness ci salverà? magari).
Questo il lato fastidiosamente srucchevole del film. Il quale però resta, nonostante i suoi limiti, da vedere (se arriverà in Italia? non credo proprio in sala, tutt’al più su qualche piattaforma) per come entra in una parte disgraziatissima di Africa subsahariana, in quel Sud Sudan infelix che, ottenuta l’indipendenza dopo decenni di oppressione e persecuzioni da parte del Nord di Khartum arabo e islamico, è da qualche anno precipitato in una guerra civile e interclanica che ha già procurato centinaia di migliaia di morti. Guerra di cui naturalmente poco o niente è arrivato dalle nostre parti. All’inizio For the Sake of Peace riconduce il disastro allo scontro personale tra un presidente e un vicepresidente di stato, e cascano le braccia per la semplificazione, poi grazie a Dio cresce e migliora assai svelandoci meccaniche e dinamiche dell’intricata situazione. Lo fa certo secondo gli schemi del cinema edificante, segundo il muoversi e l’agire di due persone esemplarissime – tra eroismo e santità – per quel che sono e praticano e “portano avanti” (la pace, cosa se no?), eppure la forza dei fatti è tale da oltrepassare e sconfiggere ogni retorica ricattatoria verso lo spettatore, da renderci sopportabile anche il processo di beatificazione dei due protagonisti. Che sono una giovane donna, già madre, di nome Nadege che si è “diplomata come mediatrice di pace” (cosa voglia dire lo si capirà in corso d’opera). E il quasi trentenne Gatjang che in un campo profughi retto e difeso con le armi dall’Onu in cui sono affluiti migliaia di sfollati causa guerre varie insegna calcio ai ragazzi, li allena, organizza partite e tornei, consapevole – ed è la cosa più bella e commovente del film – che addestrare i giovanissimi calciatori alle “17 regole del pallone” significa addestrarli alla legalità tout-court. Di fronte a lui, mai sbracato, sempre in controllo di sé, ogni resistenza anche del critico più smagato e cinico di Cannes crolla. Se poi si ama il calcio – io lo amo -, dopo questo film lo si ama anche di più (“alla fine della partita chi perde va a congratularsi con i vincitori” dice Gatjang, e qui si lacrima) e ci si convince definitivamente di cosa sia ormai diventato questo che è più di uno sport, è una lingua universale, il territorio neutrale in cui anche gli odi più inveterati possono trovare se non una composizione almeno una tregua. Calcio come surrogato meno sanguinoso della guerra, anche se il tifo violento che ben conosciamo ha acceso parecchie spie di allarme. Come prosecuzione della guerra con altri mezzi assai più divertenti e innocui. (Poi sul calcio africano come serbatoio di quello europeo e sulla tratta dei calciatori ragazzini da parte dei club qui non si dice e invece ci sarebbe da dire, magari in un altro film).
Quanto a Nadege, vine incaricato dal governo del Sud Sudan di contattare due etnie tra le più tradizionalmente aggressive del paese che sono in lotta, ferocissima, da anni (ma la rivalità, come dicono i rappresentanti dell’una e dell’altra parte, risale agli antenati) per il controllo dei pascoli e dell’acqua necessarie alle mandrie di bovini che sono il loro sostentamento e la loro ricchezza. Anche in questo sub-conflitto, migliaia di morti. E abigeato, furto di bestiame per rafforzare sé stessi e la popria tribù di appartenenza a scapito di quella nemica. Ammazzamenti e massacri. Rapimenti di ragazzi e ragazzini, anche con meno di 14 anni, per arruolarli a forza nelle proprie milizie. In questa babele di clan vicini e lontani la lingua vecolare è l’inglese, adottata anzi in tutto il paese per scavalcare – il modello dell’India post-coloniale resta il riferimento – l’ostacolo altrimenti insormontabile della pluralità degli idiomi. Parla inglese anche Nadege, la quale cerca di organizzare i colloqui di pace tra i rappresentanti delle due etnie antagoniste con un’abilità da mediatrice consumata. Chiaro che i finali dei due tragitti, quello di lei e quello di  Gatjang, saranno lieti, come esige il cinema edificante, qualunque ne sia il messaggio più o meno religioso (ma pacifismo e ambientalismo sono ormai le due religioni che stanno occupando il campo delle coscienze e hanno preso il posto di quelle tradizionali in questo tempo che si crede ma non è laicizzato). Ancora è il calcio a trapelare a conclusione di racconto: i ragazzi del campo profughi vogliono diventare campioni per “portare il Sud Sudan in un torneo internazionale e farlo conoscere la mondo” e fra gli uomini che partecipano ai colloqui di pace tra le tribù rivali si intravedonoi maglie di team europei, anche una rossonera del Milan con tanto di scritta dello sponsor Fly Emirates (invece nessuna ahimè della mia Inter). Non manca nemmeno il calcio femminile lì nel campo, con ragazzine toste decise a esibirsi in magliette e calzincini nonostante la riprovazione di genitori e anziani vari. Ma quanto ancora si intravede tra le righe di For the Sake of Peace. La fragilità degli stati-nazione, modello non autoctono ma importato-imposto dal’Occidente. Stati come il Sudan e oggi lo stesso Sud Sudan con confini già disegnati dagli europei e rimasti tali e quali anche in era post-coloniale e che ancora devono trovare un’identità nazionale, un senso di unità e comune apoartenenza mai esistita tra tribù diverse. La missione pacificatrice di Nadege è anche, al di là di quanto è proclamato, il tentativo del governo centrale di legittimare sé stesso e di affermare l’egemonia dello stato presso territori al di fuori delle sue leggi, di imporsi con il suo esercito e le sue polizie come amministratore unico della violenza sottraendola ai clan. Agghiaccia sentire il leader armato di una delle tribù dire che dalle sue parti lo status e la ricchezza di un uomo (maschio) si misura anche da quante mandrie riesce a rubare ai nemici: “Ho ucciso più di mille persone per sottrarre loro il bestiame”, confessa senza il minimo tubamento, e pare di risentire i killer seriali e per niente pentiti del non dimenticato, quello sì un capolavoro, The Act of Killing di Joshua Oppenheimer.
L’esistere da quelle parti sembra ridotta ai fondamentali della pura sopravvivenza biologica. Non che siano popoli arretrati rispetto ai nostri in una presunta scala evolutiva dell’umanità, è che noi abbiamo faticosamente elaborato, non sempre riuscendoci, qualche meccanismo sociale in più in grado di contenere la guerra di tutti contro tutti. Eppure quelle milizie tribali, tutte ovviamente dotate del feticcio più amato nei conflitti locali del mondo, il Kalashnikov anzi l’AK-47 (l’invenzione di maggiore successo dell’Urss, altro che il comunismo), non sono che il nostro specchio, siamo noi. Anche se non amiamo vederci riflessi in loro. Questo film, nonostante tutto il suo carico retorico, ce lo suggerisce e non è poco.

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