Cannes 2022. L’ENVOL (Il volo) di Pietro Marcello alla Quinzaine: la conferma di un autore

L’envol (Il volo) di Pietro Marcello. Titolo intrernazionale Scralet. Con Raphaël Thiéry, Juliette Jouan, Noémie Lvovsky, Louis Garrel, Yolande Moreau, François Négret, Ernst Umhauer. Quinzaine des Réalisaters.
Dopo Martin Eden (successo arthouse planetario), Pietro Marcello gira il suo primo film francese e supera la prova. Il ritorno a casa di un reduce. Una figlia bella e strana. Una donna forte che protegge entrambi. Marcello mescola, ed è ormai la sua cifra, materiali d’archivio e messinscena, trasfigurando la Storia in mito, il reale nel magico. Non fosse per qualche leziosaggine di troppo, sarebbe un film memorabile. Così, è solo un bellissimo film. Voto tra il 7 e l’8
Apertura di Quinzaine con colui che è ormai considerato, dopo il successo tra Europa e Stati Uniti di Martin Eden, un cineasta di rispetto, Pietro Marcello. Qui al suo primo film in francese e di produzione principalmente (ma non solo, c’entra anche Rai Cinema) francese. Per me, che sono un suo estimatore fino dai tempi di La bocca del lupo e soprattutto Bella e perduta (che avrebbe meritato di vincere a Locarno 2015, invece ne uscì senza niente), L’Envol è una conferma piena che mi ripaga della delusione procuratami l’anno scorso dal docu di Marcello su Lucio Dalla.
Non siamo, meglio dirlo subito, ai livelli del capolavoro Martin Eden, al cui confronto questo sembra, è, un film minore, non privo qua e là di un qualche sospetto di compiacimento e automanierismo, di qualche ecedimento al lezioso. Ma che capacità di fare cinema, di mettere in scena, di creare un mondo che porta in ogni frammento il segno riconoscibile del suo autore-creatore. Come sempre Marcello si muove tra storia e mito, con la tendenza forte a trasformare la prima nel secondo, anche se qui la trasfigurazione si attua su una storia minima di pochi personaggi, su un racconto intimo che man mano si fa leggenda e fiaba. Ispirato a un romanzo dello scrittore lettone di inizio Novecento Alexander Grin (del quale nulla so, gli slavisti bene informati si facciano avanti), L’envol è stato ampiamente riveduto e riscritto dallo stesso Marcello e dal suo sceneggiatore storico Maurizio Braucci. Il risultato è una ballata popolare, una Canzone di Marinella con al centro una ragazza di nome Juliette di cui seguiamo infanzia, adolescenza e prima giovinezza.  Si comincia in piena Storia novecentesca, con filmati – e ciò è molto marcelliano, che si sa ama il found footage, il materiale d’archivio recuperato e ricollocato  – della prima guerra mondiale, la Grande. Su cui si innesta il ritorno a casa del soldato Raphaël, offeso negli arti da una qualche bomba, ma vivo, ansioso di ritrovare al villaggio (che si suppone nel Nord della Francia) la moglie. Troverà invece una figlia che non sapeva di avere e della moglie solo la tomba. Ad accoglierlo e aiutarlo è una donna forte, Adeline (strepitosa Noémie Lvovsky), che da sola regge una fattoria e che ha assistito la piccola Juliette dopo la morte della madre. Raphaël non tarda a capire da mille segnali che tutti gli sono ostili, che c’è qualcosa di non detto nell’aria, si mormora di un tradimento della moglie, si insinua che Juliette non sia sua figlia. Non bastasse, Adeline e poi la ormai cresciuta Juliette verranno sospettate di pratiche magiche (tema ricorrente in questo Cannes: è una delle tracce narrative anche del franco-portoghese Alma Viva presentato alla Semaine de la Critique). Arriverà un aviatore, che ha la faccia di Louis Garrel, a soccorrere la fanciulla come in un romanzo di Liala. Commistione à la Marcello di materiali d’archivio e messinscena, quasi indistinguibii tale è il grado di virtuosismo ormai raggiunto dal regista (questo film è pieno di visioni e immagini strabilianti). Le vicende umane come prosecuzione con altri mezzi e in altri corpi dell’evoluzione della natura (visione cosmica à la Malick, ma ormai anche à la Marcello). Incursioni nel magico e nel fantastico in un supernatural più antropologico che da blockbuster. Sguardo limpido sugli ultimi. Juliette crescendo somiglia sempre di più e incredibilmente alla Gigliola Cinquetti di Non ho l’età e L’orage (suo enorme successo discografico in Francia), anche quando canta non sublimi canzoni se ho ben capito ispirate alle poesie dell’anarchica e protofemminista Louise Michel. Si resta perlopiù incantati, qualche volta infastiditi da un certo sentimentalismo. Ma la complicata scommessa di partire da un romanzo-melodramma per cavarne un mito quotidiano di aria, acqua e fuoco è vinta.

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