Cannes 2022. TCHAIKOVSKY’S WIFE (La moglie di Chaikovsky), un film di Kirill Serebrennikov. In zona premi

Tchaikovsky’s Wife (La moglie di Chaikovsky; titolo originale Zhena Chaikovskogo), un film di Kirill Serebrennikov. Con Odin Lund Biron, Alyona Mikhailova, Ekaterina Ermishina, Elenev Nikita. Concorso.
Divisivo, come sempre i film del russo dissidente Kirill Serebrennikov (il regime lo ha condannato per presunte malversazioni). Che stavolta applica la sua volontà di potenza e la sua idea di un cinema surriscaldato alla storia disgraziata della moglie di copertura dell’omosessuale Chaikovsky. Matrimonio tragico: lui depresso, lei pazza d’amore e disperata. Sontuosa messinscena e un’estetica camp assai goduriosa. Per fortuna, non il solito film in costume bon ton, anzi un film screanzato ma sempre bellissimo da guardare. Vista la situazione geopolitica in corso, un premio, magari la palma, a un russo non putiniano sarebbe motivo di gloria per Cannes. O no? Voto 7 mezzo
Al momento, il migliore (insieme al sorprendente Boy from Heaven dello svedese-egiziano Tarik Saleh) di un concorso non travolgente. Il film con le maggiori chance di finire nel palmarès. Ottime possibilita per la sua protagonista Alyona Mikhailova di vincere come migliore attrice, ma qualche possibilità anche di riuscire nel colpo grosso, vincere la palme di tutte le palme. Kirill Serebrennikov è ormai, dopo svariati  festival, un autore cui manca solo la consacrazione definitiva, e potrebbe essere adesso. Questo se ho fatto bene i conti è il suo quinto film che mi capita di vedere, il primo, Izmena, fu a un lontano Venezia, era il 2012, un thriller assai concettuale tra Hitchcock e Antonioni che fu piallato via da publico e stampa. Poi l’ha adottato Cannes, collovandolo prima a Un Certain Regard (con Lo studente), poi ben tre volte (con Leto, Petrov’s Flu e questo) nella Compétition. Opere sempre diverse per genere e contenuti – Serebrennikov resta regista ancora enigmatico e imdecifrabile -, tutt’al più accomunate da una tensione verso il barocco, il sovreccitato, il surriscaldato (mentre Izmena era ipercontrollato e glaciale). La moglie di Chaikovski è forse la sua riuscita migliore, un film dove la sua incontinenza, la sua volontà di potenza e prepotenza stilistica trovano un perimetro narrativo forte in cui confluire senza esondare: la Storia, anzi un pezzo della storia russa del secondo Ottocento. E  personaggi pubblici e famosi con biografie da cui non ci si può troppo discostare, da reinterpretare con libertà magari, ma non tradire del tutto. Vincoli che funzionano, a dare un ordine e una certa linearità al caos rutilante di Serebrennikov. Qualcuno ricorderà uno dei capolavori ormai rimossi e dimenticati di Ken Russell, L’altra faccia dell’amore (in originale The Music Lovers), biopic furioso su passioni, creazioni e morte di Chaikovsky, sulla sua omosessualità nascosta agli occhi del mondo e mai compiutamente accettata da lui, sul matrimonio con Antonina Ivanovna Miljukova destinato all’infelicità di entrambi (lui era Richard Chamberlain già dottor Kildare, lei Glenda Jackson). La loro relazione in Serebrennikov è raccontata dal punto di vista di lei, una ragazza di buona famiglia sulla via del downgrading sociale che si innamora con inspiegabile accanimento del compositore già famoso. Un amour fou di totale insensatezza, come ne abbiamo visti nella vita e al cinema. Adele H. di Truffaut, avete in mente? Ecco, l’Antonina che si infatua di Piotr è una signorina probabilmente intossicata da troppi miti romantici e già scollata di suo dalla realtà. Se mai ci si chiede perché Piotr Chaikovsky accetti di sposarla: certo, per la dote che lei assicura di potergli portare (non sarà così), per salvare la propria rispettabilità visto che tra Mosca e San Pietroburgo molto delle sue storie omosessuali era trapelato. Nozze mai consumate, ovvio. Intanto lui sempre più depresso, lei precipitata nella sindrome dell’io ti salverò. Finché Piotr scappa, per occuparsi solo della sua musica (e dei suoi amanti). Chiederà il divorzio, Antonina non glielo concederà mai: “sono sua moglie davanti a Dio e lo sarò per sempre”. Da un disastro all’altro, sempre più giù nel degrado. Tre figli con il suo avvocato, “ma io amo e amerò solo Piotr, tu per me non se nessuno”, tutti mandati in orfanotrofio, due femmine e un maschio chiamato naturalmene  Piotr. Una storiaccia che se non fosse vera non la si prenderebbe sul serio e invece. Il bello e il buono è che Serebrennikov, scatenato com’è, creatore compulsivo di camp e kitsch cui per nostra fortuna non pone alcun freno, disgrega le buone maniere del film in costume per signora optando per la cifra del parossismo, portando cose e personaggi al punto di incandescenza e di fusione. In un cinema che asseconda nei movimenti sussultori e ondulatori e sempre convulsi della mdp (con, ovvio, i soliti long take con macchina a mano o spalla a stalkerizzare i personaggi preferibilmente lungo corridoio di palazzi più o meno delabré) i tormenti interiori. Ogni progressione verso il precipizio si traduce in ulteriori accelerazioni della mdp, che traballa, danza, vortica, ruota, avvolge. Messinscena sontuosa, un riempitevi-gli-occhi che resta nel suo fondo teatrale (il 52enne Serebrennikov da lì viene e lì è rimasto, come peraltro Luchino Visconti, come Fassbinder). Teatro e melodramma in chiave profondo-russa anzi chaikovskiana, dunque languori furori patetismi e lussureggianti flussi di (in)coscienza. Estetica gay (si potrà dire, al posto di camp? sarà stigmatizzante?) a profusione, e anche qui vien da dire: per fortuna. Maschi in serie messi a nudo e full frontal, danzanti o immobilizzati in plastici tableaux vjvants e magari anche cadaveri, ma sempre cadaveri belli, scultorei e squisitissimi. Vertici di cattivo-buongusto che hanno indignato le anime belle della cinefilia in platea, i custodi dell’ortodossia veteroautoriale, come la scena con i quattro (o sono sei?) maschi completamente nudi tra cui Antonina dovrà scegliere colui con il quale dimenticare Piotr. Con lei che osserva, tocca, palpeggia. Finisce, la storia di non amore da parte di lui e di amour fou da parte di lei, nei modi che già aveva raccontato Ken Russell, ma che ormai non si possono più dire per via degli allarmi antispoiler. Finisce in una Pietrogrado del 1917 già in preda alla rivoluzione. Tra i meriti di Serebrennikov quello di scansare le lagnosità e la retorica di tanto cinema al femminile sul femminile. La sua Antonina è sì una vittima del patriarcato, ma è soprattutta un personaggio tragico e insieme patetico travolto dai propri sogni impossibili. Quanto alle chance di La moglie di Chaikovsky di arrivare alla palma: molto dipenderà dagli equilibri geopolitici in giuria e dalle questioni geopolitiche fuori dal Palais, lontane ma sempre presenti, intendo la guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina. Serebrennikov è russo ma dissidente, è stato condannato – i suoi sostenitori dicono, a ragione, perseguitato – da una magistratura certo non indipendente dal regime per presunte irregolarità amministrative nella gestione del Teatro Gogol di Mosca. Incarcerato e poi rilasciato. Da quando ha ottenuto di poter lasciare la Russia – prima gli era interdetto – ha raggiunto la Germania, dove pare si sia ormai stabilito. Ecco, la palma a un expat russo dissidente sarebbe perfetta in questo momento. Ma se le circostanze storiche possono aiutare Serebennikov, ci sono un paio di dettagli per niente secondari che potrebbero eliminarlo dalla corsa. Non lo aiuterà che si sia dichiarato contro il boicottaggio dei film e degli autori russi applicato anche a Cannes. E che a finanziargli questo e il precedente film, Petrov’s Flu, sia stato Roman Abramovich, oligarca non certo distante dallo Zar Putin. La partita in giuria si annuncia molto interessante. Intanto Serebrenniko annuncia l suo prossimo, ghiottissimo prpgetto: un film sul nazional-comunista e molto altro (fasciocomunista?) Limonov, già raccontato in un gran libro da Emmanuel Carrère.

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