Cannes 2022. LE OTTO MONTAGNE, un film di Charlotte Vandermeersch e Felix Von Groeningen. Molto amato dagli stranieri (meno dagli italiani)

Le otto montagne, un film di Charlotte Vandermeersch e Felix Von Groeningen. Con Alessandro Borghi, Luca Marinelli, Elena Lietti, Filippo Timi. Concorso.
Tratto un libro Premio Strega, italiano per personaggi, storia, ambienti, Le otto montagne resta però un film produttivamente e autorialmente belga. Puro cinema nordico e fiammingo di sobrietà e contemplazione trapiantato in Val d’Aosta: è qui che nasce un’amicia tra un ragazzo di città e uno di villaggio che resisterà, tra vicinanze e distanze, per tutta la vita. Un’amicizia virile senza la minima implicazione gay. Bravi Borghi e Marinelli. Sbilanciato, troppo lungo, con parti meravigliose e altre di eccessiva pretenziosità. Gli stranieri lo hanno molto amato, gli italiani a Cannes meno. In ogni caso, una buona sorpresa. Voto tra il 6 e il 7
Come un libro italiano (di Paolo Cognetti, ed. Einaudi, Premio Strega 2017) sia diventato produttivamente e autorialmente un film belga, perché tali sono i due registi – è una storia interessante e anomala che meriterebbe di essere raccontata a parte (tutt’al più gli stranieri vanno a ricavare un film da un nostro classico o un classico nocentesco, non certo dalla narrativa recente). Intanto si deve constatare come questo spiazzamento, questa dislocazione in sensibilità altre abbia fatto bene a Le otto montagne. Che ha poco o niente del cinema italiano attuale e anche del passato, dei suo antichi vezzi e vizi, dei suoi caratteri più detestabili, riuscendo a evitare ogni slittamento nella commedia e a manenersi su un registro di sobrietà e rigore nordico-fiammingo tra Bresson, il primo Bruno Dumont, magari Delvaux (André, il regista di cinema, non il pittore). Mdp che guarda anzi contempla paesaggi interiori e esteriori (e i secondi come estensione dei primi), quelli ovviamene maestosi dell’alta Val d’Aosta e però zero retorica e niente cartoline tipo Heidi o Belle e Sebastian. Cinema della lentezza, per adeguarsi al ritmo dei suoi due caratteri principali e a quello della natura e una volta tanto non è una postura ideologico-ecologista. Bergfilm, film di montagna come ormi non se ne fanno più (la montagna non è sexy, il mare lo è, quindi il beach movie prevale), ma senza avventure, senza scalate muscolari ad alto tasso di difficoltà che diventano sfide con e contro sé stessi e ordalie. Tutt’al più escursioni su ghiaccio come sommesso rito di iniziazione alla vita. La montagna che si fa coprotanista a influenzare e forgiare vita e destino dei due caratteri principali, Pietro e Bruno, il primo ragazzino di città (Torino), di famiglia borghese in vacanza in un piccolo paese della valle – siamo negli anni Ottanta -, il secondo nato e cresciuto al vilaggio, poco a scuola, molto a lavorare fin da bambino tra stalle, pascoli e alpeggi. L’uno alter ego, uguale e rovesciato, dell’altro. Diventerano amici per la vita, letteralmente. Si perderanno da adolescenti, si ritroveranno da adulti, non si separeranno mai del tutto. Un’amicizia virile come non se ne vedono più al cinema, l’ultima che ricordo era in First Cow di Kelly Reichardt, priva di ogni implicazone omosessuali e se poi la latenza è quella poco importa: non sempre è così necessario rendere evidente quanto sta nascosto. Chi si aspetta che scatti un Brokeback Mountain in versione valligiana resterà deluso. Quanto alle presenze femminili, ci sono ma restano a latere (gran personaggio la madre di Pietro interpretata da Elena Lietti, attrice di naturale eleganza tra le nostre migliori oggi in circolazione). L’incontro e l’amicizia dopo qualche conflitto e reciproca incomprensione tra il ragazzo di città e quello di campagna è un archetipo che mostra di funzionare assai bene anche stavolta. Troppo lungo – sono due ore e mezzo -, Le otto montagne (che non sono valdostane, ma le cime su cui secondo una cosmologia nepalese si regge il mondo, per dire che qui si ambisce al simbolico-mitologico scansando il piatto realismo) è assai ben fatto ma discontinuo, un film medio-alto che come una matrioska ne contiene un altro più compatto e rigoroso, un quasi-capolavoro. I segmenti in cui i due registi (Felix Von Groeningen, ricordate?, mise a segno qualche anno fa un successo internazionale con Alabama Monroe) si abbandonano alla contemplazione del paesaggio come esercizio meditativo, zen, ipnotico e impongono il proprio tempo narrativo, avvicinano il film al cinema dei grandi. Si pensa a Olmi, ancora a Bresson, maestri del nitore e del pudore. Pudore è quello che passa nell’amicizia tra Pietro e Bruno, dove i silenzi sono più eloquenti delle parole, dove è il non detto a vincere. Purtroppo il film ha nell’uso poco accorto della parola il suo punto di fragilità: è la voce fuori campo così letteraria e in posa di Pietro che racconta, riasssume, spiega, sentenzia a abbassare l’operazione al livello del cinema arty-pretenzioso. Lacunosa è anche la drammaturgia e anche se non siamo in un action una sottolineatura più incisiva dei già scarsi climax avrebbe aiutato. Ma a impiombare Le otto montagne è soprattutto la parte nepalese con Pietro tardohippie zaino in spalla in cerca “di sé stesso”, robaccia da anni Settanta, una mitologia definitivamente sepolta da quella gran serie netflixiana dell’anno scorso, purtroppo sottovaluata, che era The Serpent. Luca Marinelli e Alessandro Borghi, tornati a recitare insieme dopo Non essere cattivo sono bravi e in parte, soprattutto Borghi è ammirevole per sobrietà e naturalezza (Marinelli un po’ più impostato). E poco importa che la sua cadenza sembri più veneta che valdostana. Stranamente ma non troppo Le otto montagne è piaciuto più alla stampa estera che agli italiani a Cannes, Peter Bradshaw sul Guardian gli ha dato il massimo, cinque stelle. Premio possibile, magari ex aequo ai due attori.

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