Cannes 2022: R.M.N. di Cristian Mungiu. Un altro memorabile film dal cinema rumeno

R.M.N., un film di Cristian Mungiu. Con Marin Grigore, Judith State, Macrina Bârlădeanu, Orsolya Moldován, Andrei Finți, Mark Blenyesi, Ovidiu Crișan. Concorso.
Mungiu ci porta dentro il cuore nero di un villaggio della Transilvania dove, dietro l’apparenza pacifica, si nascondono odi e violenze. Pronti a riesplodere contro un nuovo caprio espiatorio. Un Mungiu che conferma il suo status, ma che stavolta osa anche esplorare territorio per lui inconsueti come il visionario-allucinatorio. Possibile Palma. Voto 8
Poi arriva Mungiu e ti rendi conto di cosa sia un autore di tempra, superiore. Mungiu non delude mai. Come il cinema rumeno di cui è insieme a Puiu il più diverito rappresentante. Questo R.M.N. (i bene informati assicurano trattarsi della scansione del cervello che vediamo in una scena, a me sembra un’allusione in sigla alla Romania, ai suoi disturbi diciamo neurovegetativi, ai suoi ictus sociali) è un film meno perfetto, meno concluso, meno assertivo e più aperto e sghembo dei suoi precedenti. Come se stavolta Mungiu fosse voluto fuoruscire dal proprio stesso cliché di impeccabile forgiatore di manufatti cinematografici e di padre-maestro del neo-neorealismo made in Bucarest. Lo fa annullando la linearità delle sue solite trame e approntando un groviglio, un intersecarsi a volte caotico, di plot e subplot, di tracce anarrative nessuna della quale assurge, se non in sottofinale, a asse del film. Soprattutto rinnega in parte la sua fedeltà al realismo introducendo, a costo di deludere i suoi sotenitori, elementi di cinema fantastico o meglio visionario o meglio allucinatorio (l’ultima, enigmatica scena degli orsi; il figlio, con i suoi incubi che si riveleranno precognizioni e anticipazioni). E c’è una carica rabbiosa, un’indignazione che in Mungiu, semprec ontrollato anche nella denuncia dei peggio misfatti dell’era di Ceausescu e della Romania postcomunista, non conoscevamo e che lo apparenta stavolta a Radu Jude. Tant’è che la lunga scena scena, virtuosisticamnte girata senza stacchi, dell’assemblea del villaggio con tutti incazzatissimi e pronti a scagliarsi contro il capo espiatorio di turno, ricorda molto da vicino il terzo segmento del film Orso d’oro a Berlino, Sesso sfortunato o follie porno, di Radu Jude.
Per tutta la prima parte si resta spiazzati, indecisi se parteggiare o meno per un film a lenta combustione che per almeno tre quarti d’ora nasconde le proprie intenzioni e ci presenta una schiera di personaggi che farticano a costruire una storia omune. Poi man mano il film esce dalla nebbia e appare finalmente per qullo ch è, il ritratto collettivo di un villaggio della Transilvania rumena, un villaggio di montagna da dove quasi tutti i giovani se ne sono andati per lavorare perlopiù in Germni, ma anche in Italia e Spagna. Un microcosmo dal passato complicato, con una memoria divisa, composto da etnie che non sempre si sono saldate e hanno felicemente convissuto, anzi. Ci sono i rumeni, ci sono gli ungheresi passati sotto Bucarest dopo lo smembramento dell’impero asusriaco, c’è quel che resta della minoranza di linga tedesca e confessione luterana, mentre ungheresei e rumeni frequentano (o così mi è sembrato) a stessa parrocchia, non si capisce se cattolica o ortodossa. Non ci sono Rom, “ce ne siamo finalmente liberati”, gridano gli esagitati di parte magiara e di parte rumena. Gli ebrei? Mai nominati, forse non ce e sono mai stati da quella parti, forse sono stati azzerati dalla Shoah. Mungiu entra nelle pieghe e nelle viscere e nelle cellule cerebrali di questa comunità dagli equilibri fragili, pronta a ri-frantumarsi, a esplodere, a eruttare nuovi odi e nuove violenze. Vediamo intanto un uomo, Matthias, che ha lasciato la Germania dopo una rissa con un collega che lo aveva insultato (dandogi dello zingari) e tornare al villaggio da una moglie che non lo vuole e non lo ama e dal figlio bambino che dopo un trauma misterioso nel bosco ha smesso di parlare. Vediamo una donna assai tosta, Csilla, di etnia magiara, dedita totalmente al suo lavoro di manager in un laboratorio che rifornisce di pane e dolci gran parte della zona. Insiema alla  proprietaria è alla ricerca di almeno cinque lavoranti da assumere subito, pena la perdita di certi contributi Ue, ma siamo sotto Natale, nessuno risponde ai molti e ripetuti annunci. Anche perché tutti preferiscono emigrare, piuttosto che accettare i bassi salari rumeni. Tanto che al panificio non resta che ingaggiare stranieri: arrivano immediatamente due srilankesi con con regolare permesso di lavro, si rivelano bravissimi, ottimi lavoratori, la manager Csilla e la padrona dell’azienda li sostengono. Ma la gente, la populace, no. Non vogliono che a confezionare il loro pane siano due “neri”.
Mungiu ci conduce dentro al cuore di tenebra di una comunità apparentemente pacifica e ordinata, invece scossa da poulsioni distruttive. Con precisione chirurgica incide, apre, squarcia, mostra quel che è sotto la pelle. Non tutto torna in R.M.N., resta qualche zona oscura, ma il risultato è di una potenza che non lascia indifferete. Chapeau. E se arrivasse per Mungiue la seconda Palma d’oro dopo quella per Quattro mesi, tre settimane e due giorni non ci sarebbe niente da ridire.

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