Cannes 2022. TRIANGLE OF SADNESS, un film di Ruben Östlund: il peggiore del concorso

Triangle of Sadness, un film di Ruben Östlund. Con Harris Dickinson, Charlbi Dean, Woody Harrelson, Zlatko Buric, Dolly De Leon. Concorso. Voto 4
Il peggiore del concorso, forse di tutto questo Cannes. Il mio dissenso, prima che estetico e strettamente filmico, è, ebbene sì, di tipo morale verso il cinema dello svedese Ruben Östlund che soprattutto stavolta si degrada in contenutismi rozzi, in una messa in scena corriva della lotta di classe secondo i modi della commediaccia (à la Parasite, ma senza essere all’altezza del modello), in macchiettoni ignobili che si direbbero cinepanettonici se in Svezia ci fossero i cinepanettoni, in una farsaccia goliardica, in un barzellettume da serata di ubriachi del profondo Nord strafatti di ogni whisky e vodke possibili. Il film più divisivo di Cannes, ha sentenziato qualche foglio in inglese. Il che vuol dire che se molti l’hanno detestato, altrettanti hanno purtroppo apprezzato, riso, applaudito, recensito favorevolmente. Perché si sa, la lotta di classe, la rivolta di chi ha niente contro chi ha troppo (di questo e non altro tratta il film) è un archetipo non solo narrativo ma sociale immarcescibile, i sanculotti che assaltano e tagliano le teste piacciono sempre a prescindere. A prescindere in questo caso dalla scrittura cinematografica a tratti, soprattutto nell’atto terzo, abominevole. Intendiamoci, Östlund non è uno sprovveduto, il suo Force majeure vinse a Un certain regard 2014 preparando la strada a quel The Square che avrebbe, incredibilmente, incamerato la Palma d’oro di lì a qualche anno. Östlund sa nascondere bene la volgarità profonda del suo pensiero e anche del suo fare film dietro dialoghi smaglianti e briosi, dietro citazioni colte e alte, dietro un cinema denunciatario che si pretende morale e engagé ed è però solo sguaiato. Poi magari rivince la Palma con questo Triangle of Sadness (i suoi sostenitori immagino li abbia anche in giuria). Non sarebbe la prima volta che il titolo secondo me peggiore trionfa a un festival. È successo nel 2018 a Berlino con il terribile Touch Me Not di Adina Pintilie, insignito di Orso d’oro da una giuria in preda a ebbrezza ideologico-correttistica (il film parlava di sessualità dei diversamente abili, con prove ‘sul campo’ assai eloquenti), la sciagura potrebbe ripetersi.
Quanto al titolo di questo suo nuovo film: una scemenza che starebbe a indicare quel triangolo tra le sopracciglia e naso dove risiederebbe l’energia negativa, almeno secondo un cretino che nella sequenza d’apertura vediamo organizzare un casting per una qualche agenzia di moda o una qualche sfilata. Ecco, il fim parte non malamente come satira del mondo del fashion, della vanità e della feroce rivalità che vi allignano, dello stupido adattamento di presunti guru dello stile alle voghe del momento (“oggi la moda non si occupa più della superficie, ma dell’interiorità”, pontifica sempre il suddetto cretino: figuriamoci). Poi scene da una sfilata. Poi interminabile dialogo-scontro tra una lei influencer e un lui modello (un tempo dei maschi da sfilata a Milano si diceva: modelloni, e non era un apprezzamento). Chi deve pagare il conto al ristorante?, questo è il tema del dibattito a due. Lui accusa lei di non averci neanche provato, lei contrattacca e bisogna riconoscere che il duello tra i non eccelsi cervelli è assai godibile e ben orchestrato dal regista (“it’s not about money!” strilla lui, accusato di micragnosità dalla partner). Il quale fino a questo punto sembra inoltrarsi in uno smontaggio beffardo del mondo della moda attraverso scene fuminanti e autoconcluse, tipo il suo (ben più grande) connazionale Roy Andersson. Macché. Di colpo Triangle of Sadness vira sulla di denuncia delle disparità di classe portandoci, insieme alla sciagurata coppia influencer-modello, a bordo di uno yach emblema e contenitore ovviamente di ogni degerenerazione neo- e iper- capitalista, con una galleria di passeggeri tutti variamente mostruosi, dai russi arricchiti con la merda degli allevamenti intensivi esportata dappertutto come fertilizante alla coppia di fabbricanti di armi. Quel che succederà non si può dire, se non che Östlund imbocca la strada dello scontro di classe sulla scia di Parasite, cercando di ripeterne l’effetto ma senza la perfezioen del meccanismo messo a punto da Bong Joon-ho. Invece, cose e cosacce di massima sguaiataggine populistica, a strizzare l’occhio alla platea, ed ecco i riccastri che si mostrano nel degrado di corpo e psiche, vomitando, defecando, fino alla scena di un cesso che erutta letteralmete merda su tutto e tutti. Sghignazzi e applausi in sala, come no. Dallo yacht in avanti il film si smembra in una galleria di barzellettacce su cui tacere è bello. Con ribaltamento delle gerarchie sociali. Tutto scopiazzato da un’infinità di precedenti: cominciando da Travolti da un insolito destino (chissà cosa ne avrebbe detto la Wertmüller vedendosi così plagiata), proseguendo con Il signore delle mosche e tutte le edizioni possibili dell’Isola dei famosi sui peggio canali del mondo. Rispunta perfino il ricordo di un Lizzani primissimi Settanta, Roma bene, anche lì uno yacht di riccastri, anche lì con il karma pronto a colpire. Si sarà tirato in ballo, a proposito di questo obbrobrio made in Sweden (però girato in inlgese e mi pare sia la rima volta per Östlund) anche Buñuel. Vogliamo scherzare? Dove sta la leggerezza di Don Luis? Triangle of Sadness è pesante come un lastrone di marmo, è peggio che brutto, è ignobile per sguiataggine, per come asseconda le peggiori pulsioni del pubblico, per come pretende di fare la morale. E mi fermo qui.

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