Cannes 2022. ARMAGEDDON TIME, un film di James Gray. Troppo levigato, troppo da Oscar

Armageddon Time, un film di James Gray. Con Anthony Hopkins, Anne Hathaway, Jeremy Strong, Bamks Repeta, Jaylin Webb, Tovah Feldshuh, John Diel. Concorso. Voto 6.

Dopo l’escursione nel cosmo di Ad Astra (disastro al box office eppure c’era Brad Pitt, eppure era un colosso con l’anima e non il solito blockbuster o forse disastro proprio per quello), James Gray torna sulla terra, nella sua New York sempre etnicamente connotata. Torna a se stesso, al proprio cinema, nei suoi mondi fragili di immigrati, gente arrivata da una qualche parte per (dis)integrarsi in quest’altra parte. (E però, a ripensarci, anche Ad Astra era la ricerca di un altrove, quindi perfettamente coerente con il suo cinema). Solo che stavolta il regista di tanti film che abbiamo amato nell’ultima quindicina d’anni per il suo sguardo non conciliato, sembra aver perso la rabbia, l’asperità, la durezza di Little Odessa, The Yard, We Own the Night.
Stavolta siamo negli anni Ottanta, la Golden Age nella nostalgia di tanti millennial o giù di lì (e questo non aiuta il film), siamo a New York in una famiglia ebraica di medio-piccolo benessere. Un microcosmo che scopriamo man mano attraverso gli occhi e l’esistenza nella sua superficie tranquilla e qualunque di Paul, il secondo dei figli dei Graff. Invece inquieto, il ragazzino, mai perfettamente sincronizzato con i ritmi del suo ambiente, perso nei suoi sogni di diventare artista (una visita al Guggenheim gli farà conoscere Kandisnky e tutto per lui cambierà), non così bravo a scuola, una scuola pubblica (papà e mamma sono democratici e non vogliomo mandarlo in un istituto privato, anche perché non se lo possono permettere) dove le molte apparteneze etniche confluiscono in classi multikulti. Nelle tavolate di famiglia conosciamo gli altri del piccolo clan Graff: l’odioso fratello maggiore, lui sì studente in una scuola privata (danno una mano i nonni), già sulla via di diventare il bravo americano di successo; la zia, che quando si mette a parlare della Shoah, là in quella pericolosa Eropa centro-orientale, nessuno sta ad ascoltare (questa fuga dalla memoria avrebbe meritato un’indagine più approfondita da parte di Gray); ci sono soprattuto i nonni materni con lui (interpretato da Anthony Hopkins) che è l’unico a capire le ubbie nel nipote Paul e a predicare la necessità di ricordare, di non cancellare il passato. Ma l’asse della narrazione sta nel rapporto che ben presto in classe Paul stabilisce con il coetaneo Johnny, afrodiscendente, con i genitori chissà dove e solo la nonna a fargli da famiglia. Naturalmente l’amicizia sarà sottoposta ai colpi più duri, attirando su di sé la riprovazione generale per via di quella “mescolanza” che osa frantumare le barriere. Anche perché i due ragazzini ci mettono del loro per finire nei guai: sarà separazione forzata, Johnny resta nella scuola pubblica, Paul verrà mandato in quella privata (e anche qui pagano i nonni). Di più non si può dire, se non che i pregiudizi, le convenzioni, la violenza del contesto benché mimetizzata sotto le buone maniere, prevarranno. Qualcuno sopravviverà, qualcuno pagherà, perché il gioco della vita è sempre a somma zero, questa la morale fin troppo esplicitata da Gray.
È solo nella seconda parte che il regista newyorkese recupera pienamente se stesso e i temi a lui cari: la difficoltà se non l’impossibilità di fuoruscire dalle proprie cultura di appartenenza, il lato buio del presunto sogno e melting pot americani, l’impossibilità di essere “normali”. Purtroppo si intuisce in Armageddon Time una confezione fin troppo levigata, una dolcificazione della messinscena che in Gray non conoscevamo, un pigro allinearsi soprattutto nella parte iniziale alla fastidiosa nostalgia anni Ottanta alla Stranger Things, l’evidente intenzione di approntare un film, se non addomesticato, certo non troppo aspro che non scontenti il publico mainstream (o quel che ne resta) e possa correre per gli Oscar. Alla levigatezza si aggiunge l’impressione di un film con messaggio incorporato, ovviamento virtuoso e pure antitrumpista (papà Trump compare come uno dei sostenitori della scuola privata frequentata da Paul). Anthony Hopkins è, al solito impeccabilmente, il nonno, a sorprendere è se mai Anne Hathaway nel ruolo della madre dolente che a troppo ha rinunciato per i figli e il marito. Cameo trumpiano di Jessica Chastain.

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