Cannes 2022. LEILA’S BROTHERS di Saeed Roustaee. Il film-rivelazione viene dall’Iran

Leila’s Brothers, un film di Saeed Roustaee. Con Taraneh Alidoosti, Navid Mohammadzadeh, Payman Maadi, Farhad Aslani, Mohammad Alimohammadi, Saeed Poursamimi, Nayereh Farahani, Mehdi Hoseininia. Concorso. Voto 8+
Pensare che non mi ero neanche accorto fosse tra i film del concorso, pensavo Quinzaine o Un certain regard, sicché alle fatali ore 7.00 del giorno in lui lo si poteva prenotare ho lasciato perdere. Resomi conto più tardi che era in competizione – e io tutti i film in corsa per Palma o Leone o Orso cerco di vederli se no che vado a fare ai festival? -, per recuperarlo ho dovuto rincorrerlo e incastrarlo in una schedule già affollata perdendo, visto la contemporaneità delle proiezioni, la residua chance di vedere Elvis (poco male, tanto esce in Italia il 23 giugno). Però ripagato da tanta fatica. A parte il divino David Cronenberg che se ne sta su un’altra galassia a guardare il festival e i suoi rivali che si sbattono per entrare in palmarès (lui non he bisogno), l’iraniano I fratelli di Leila è il meglio espresso da un concorso altalenante per qualità e con troppe delusioni eccellenti, il film-rivelazione insieme a Boy from Heaven di Tarik Saleh. Girato senza fronzoli, tutto contenuto, dialoghi, recitazione, realismo duro e tosto, messa in scena senza filtri della vita, carne e sangue, insomma cinema della concretezza contrapposto alle estenuazioni di tante opere cerebrali e autoreferenti, sterili e non procreative viste in questo festival (un nome solo: Park Chan-wook), sembra per il suo assoluto disinteresse verso la forma una soap opera popolar-proletaria tipo Un posto al sole. Ma questa rinuncia alla stilizzazione forte in favore di una immediatezza e di un calarsi nel reale anche a rischio di sporcarsi mani e macchina da presa, si fa via via cifra, impronta, segno di un autore. Saeed Roustaee non me lo ricordo in nessun festival prima di questo (no, mi correggo, vedo adesso su Variety che è lui il regista di Just 6.5, incredibile, bellissimo, scatenatissimo action sulla diffusione dell’eroina in Iran e criminalità collegata visto a Venezia Orizzonti nel 2019 o 2020: non piacque, lo ricordo benissimo, a nessuno, considerato troppo grezzo invece era di un’energia pazzesca). Non ha neanche quarant’anni, ha poco a che fare con la prima e seconda generazione del cinema iraniano, quella degli Abbas Kiarostami, Mohsen Makhmalbaf, Jafar Panahi. In questo spietatissimo ritratto di una famiglia, in un interno e qualche esterno, se mai si ritrovano echi delle trame realistiche, affondate nell’Iran contemporaneo, di Asghar Farhadi, ma senza quelle tortuosità, senza quelle giravolte e ambiguità dettate ora dal caso ora dall’agire dei personaggo che sono ormai il consolidato marchio Farhadi. Questo di Roustaee (ma a Venezia lo presentarono come Roustayee) è cinema anche rozzo, ma diretto, frontale, frontalissimo, senza bellurie, un antidoto perfetto alle estanuazioni da festival. I puristi del bel cinema bien fait, qualunque cosa voglia dire, hanno storto il naso di fronte a tanta assenza di esteticamente corretto (anch’io devo dire sulle prime ho faticato ad accettarlo), ma alla fine Roustaee trionfa con una storia che è la vita, la nostra vita perché, sia detto senza retorica, qui dentro c’è un pezzo della storia di tutti. Un film universale, comprensibile e che sarà compreso a ogni latitudine, come certi titoli mitici del nostro cinema di ieri e l’altro ieri. Chissà se il titolo allude al Rocco e i suoi fratelli viscontiano, è comunque bello pensarlo, e però rispetto a quel modello c’è qui un ribaltamento di centro e di genere. Perché la protagonista è Leila, donna forte, intelligente, determinata, la più tosta, la più dotata della famiglia, mentre intorno a lei i quattro fratelli son tutti degli irrisolti, dei non-realizzati, sprofondati dall’originaria classe media nella povertà senza la forza né l’ambizione di uscirne. A tenerli tutti uniti e disuniti è il pater familias, il patriarca Esmail, manipolatore, vanesio, egoista, divorato dall’ansia di diventare lui il padrino del clan parentale dei cui appatengono, un ruolo di prestigio sognato da una vita. Ma bisogna averci anche i mezzi economici e lì cominciano i problemi, visto che la famiglia se la passa molto male. Alireza, il fratello più sveglio e con più cervello è disoccupato dopo la chiusura della fabbrica in cui lavorava; Farhad ha più muscoli che cervello, intossicato com’è dai suoi deltoidi e dai match di wrestling ch si guarda senza tregua in tv; Parviz, il maggiore, è obeso e alcolista e con troppo figli, anzi figlie, a carico e come soli introiti quelli di custode e pulitore di cessi in uno shopping center. Per ultimo ecco Manouchehr, il fratello invischiato con un traffichino che, ovvio, si rivelerà un truffatore (e qui mi pare ci sia una qualche allusione a un possibile legame gay tra i due: mi pare, perché in Iran l’omosessualità è tabù, anzi passibile di pena di morte). L’occasione arriva quando si viene a sapere che le toilette in cui lavora Parviz verranno messe in vendita e trasformate in spazio commerciale. Leila intuisce che si può finalmemte svoltare, uscire dalla miseria. Ma bsogna trovare i soldi, subito, per comprare quello spazio e farne un negozio che sarà secondo lei una miniera d’oro e la salvezza, finalmente.
Quello che segue è meglio non dirlo. Si innescano confronti e conflitti tra fratelli, e tra i figli e l’anziano patriarca, l’egoista e manipolatore che a tutti ha rovinato la vita, impedendo a Leila di sposarsi perché il fidanzato non apparteneva al loro clan, risparmiando all’insaputa di tutti i soldi per poterli poi investire sulla chiamiamola campagna elettorale nel momento in cui si sarebbe candidato a nuovo padrino del clan. È Leila la dominante, lei il maschio alfa di casa, lei che si incarica di trovare a tutti i costi i soldi e ci riuscirà. Un film di famiglia feroce, che non risparmia niente e nessuno, nemmeno il regime, dove tutti hanno un segreto e un piano che non è quello ufficialmente dichiarato. Il regista è bravissimo non solo nel delineare il disfacimento, ma anche la forza ineludibile dei legami di sangue, indistruttibili nonostante tutto e tutti. Famiglia come tana di ogni ferocia e insieme nido protettivo irrinunciabile. Leila ha la forza che nel film viscontiano era della madre-matriarca interpretata da Katina Paxinou, l’unica, Leila, in grado di salvare una famiglia di maschi fragili o indeboliti. Senza per questo che il film si inoltri in territori scivolosi di femminismo più o meno islamico. Gran ritorno al cinema realista, al cinema che in Europa nessuno osa più fare. Semplice ma non banale, trasparente, eloquente, immediato. Senza essere ingenuo. Basti guardare alla memorabile sequenza della festa di compleanno organizzato dal cugino ricco e potente – uno squarcio aperto sull’Iran di oggi e forse di sempre – per rendersi conto della statura di Saeed Roustaee. Che gli diano la Palma (nel momento in cui scrivo mancano sì e no due ore alla cerimonia di premiazione, speriamo bene).

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