Cannes 2022. Palma d’oro a Triangle of Sadness, il film peggiore. Discutibile anche il resto del palmarès

Ma che Palma è? Che Palmarès è? Una seconda Palma nel giro di pochi anni a Ruben Östlund, che mai neanche a Ingmar Bergman di cui è indegno connazionale? E che arroganza nel ritirarla, questo immeritato premio assegnato da una giuria che non saprei come definire al suo spaventoso Triangle of Sadness (per saperne di più andate alla mia recensione), che baldanza saccente con quel ‘bisogna fare film da pubblico che abbiano dentro anche delle idee’ buttato lì nello speech di ringraziamento (così almeno mi pare di aver colto, perché ero arrabbiato nero e non così lucido). Certo che Il triangolo della tristezza di pensiero ne ha poco, giusto nella prima parte, diciamo fino a un terzo di film, ché poi sbraca nell’indegna farsaccia però ammantata di polemica sociale e spirito anticasta e anticlassista. Un Bagaglino progressista, l’ha definito acutamente qualcuno su Facebook (appena recupero il nome dell’autore lo inserisco). Film semplicemente ignobile per come vellica le peggio pulsioni della platea, ma tant’è, così è andata. Temevo che potesse accadere, è accaduto.
Credo che Östlund abbia tentato un’operazione alla Parasite, la lotta di classe in forma di commedia, ma non essendo Bong Joon-ho ha prodotto questo orrore. Il guaio è che la giuria ci è cascata e, purtroppo, anche parte della stampa.
Passiamo al premio immediatamente sotto in ordine di importanza alla Palma, il Grand Prix, andato ex aequo a una grande come Claire Denis per il suo odiatissimo Stars at Noon (sono tra i pochi ad averlo apprezzato), e difatti fischi in Salle Debussy dove si trasmetteva la cerimonia dei premi, invece prova encomiabile anche se non la sua cosa migliore, e al belga Lukas Dhont per il suo sopravvalutato Close, tanto piaciuto a mamme e zie. Un film che usa la cifra orrenda del carino e della collusione con il pubblico per raccontare un’amicizia adolescente e il dramma che ne consegue, affondando il tutto in una melensaggine che va da una musicaccia tremolante e onnipervasiva alla fotografia da pubblicità di prodotti di bellezza. Dialoghi improbabili e inudibili tra i due ragazzini protagonisti (“quando diventi un musicista famoso voglio fare il tuo agente”, dice adorante uno all’altro, promettente flautista o forse oboista), una mediocrità – di sguardo, di scrittura – allarmante. Ma siccome tratta di bullismo e della difficile condizione dei teenager presunti gay farà piangere le platee progressiste di mezzomondo. Quanto alla confezione da dolcetti della domenica con nastrini multicolori, quella ormai non scandalizza più nessuno, né la stampa internazionale né tantomeno le giurie dei festival che anzi plaudono e lacrimano pure loro.
Non mi è piaciuto nemmeno Decision to Leave, il noir con femme fatale del sudcoreano Park Chan-wook cui è andato il premio per la migliore regia. Un film vuoto, un esercizio di stile applicato al poco o al niente. Ma con una messinscena sensazionale, benché fine a sé stessa, sicché almeno questo premio non è del tutto sballato: ci può stare, Park è un autore vero, mica è Lukas Dhont, anche se questo non è il suo prodotto migliore.
Un Palmarès sbagliato ma anche gonfiato, sintomo di indecisioni, annaspamenti, conflitti in giuria e difficoltà a mettersi d’accordo, con ben due ex aequo e un premio speciale inventato in occasione del 75esimo anniversario del festival, tre quarti di secolo. E a chi è andato? Ovvio, ai fratelli Dardenne, già doppiopalmati nonché insigniti a Cannes di un’infinità di altri premi. Per carità, sono dei maestri, ma Tori et Lokita – un ragazzino e una ragazza dall’Africa al Belgio in cerca di un po’ di stabilità e benessere e finiti in giri criminali – è il loro film più stanco e prevedibile, di cui già a metà si intuisce la fine. Ma che bisogna c’era di inventarsi un riconoscimento per dare loro un premio di cui non hanno bisogno e che stavolta non meritavano?
Continuiamo: Premio della Giuria assegnato ex aequo a EO di Jerzy Skolimowski e Le otto montagne di Charlotte Vanderneersch e Felix Van Groeningen. Certo, niente di scandaloso, ma c’era di meglio. EO ha l’ottima idea di riscrivere Au hazard Balthasar di Bresson osservando il mondo attraverso gli occhi di un asino (in realtà interpretato da sei asini diversi, tutti ringraziati da Skolimowski nel migliore e più divertente speech della serata). Ma poi si perde e vaga anarchicamente e sregolatamente come in cerca di un altro film, senza trovarlo. Skolimovski ha 84 anni, ha il suo posto assicurato nella storia del cinema, questo film lo dimostra sempre vitale e ribelle, ma EO non è gran cosa. Non lo è nemmeno Le otto montagne, troppo lungo e infarcito di pessimi pensierini sul cosmo, la natura, l’amicizia, ma che ha momenti assai belli e delicati, di un pudore che sa tenere lontana ogni retorica. Purtroppo sono solo momenti che non fanno un film intero. Anche in questo caso c’erano altri nomi e altri titoli in gara che avrebbero meritato. Nei ringraziamenti la coppia belga, tale anche nella vita, ha citato i due attori, Luca Marinelli e Alessandro Borghi, e lo scrittore Paolo Cognetti, autore del libro cui il film è ispirato. Un po’ di Italia sul palco di Cannes.
Il riconoscimento più centrato di tutti è il premio alla sceneggiatura assegnato allo svedese di origine egiziana Tarik Saleh per il suo bellissimo e ottimamente scritto Boy from Heaven, una delle poche sorprese del concorso. Quando uscirà in Italia correte a vederlo, ne vale la pena.
Migliore attrice è Zar Amir Ebrahimi per Holy Spider dell’iraniano-svedese Ali Abbasi, in effetti il lato migliore di un film pretenzioso e mediocre che usa lo schema del crime con serial killer per denunciare bigottismi e storture di regime (non è stato girato in Iran). Film da cui parecchio mi aspettavo e rivelatosi invece una delusione forte. Migliore attore il sud-coreano Song Kang-ho, sì, il babbo di Parasite, per la sua al solito formidabile interpretazione in Broker di Hirozaku Kore-eda. Ovazione, giustamente. Song non si discute, ormai è un’eccellenza mondiale. Lui regalmente ha accolto l’applauso e ringraziato.
A rileggere tutta la lista degli insigniti c’è da piangere. Mentre sono restati scandalosamente fuori il bellissimo iraniano Leila’s Brothers, dato da molti tra i favoriti e invece zero (ma Farhadi non gliel’ha data una mano in giuria?) e i due picchi di audacia e sperimentazione, Crimes of Future di David Cronenberg e Pacifiction di Albert Serra. Ma ci rendiamo che questa giuria ha dato spazio a Close, a Le otto montagne, a Holy Spider, a Triangle of Sadness e non a Cronenberg? La giuria, le giurie, la loro composizione: temo sia questo oggi il problema di tutti i problemi a Cannes e non solo. Se andiamo a riguardare con attenzione i palmarès delle ultime edizioni di questo festival ma anche di Venezia e Berlino troviamo cose raccapriccianti. Bisogna riformare le giurie, così non può più funzionare. Le si gonfia di nomi che dovrebbero alzare il tasso di glamour e finiscono invece con l’abbassare quello di competenza. Bisogna tornare ai vecchi giurati dei primi festival, scrittori, critici, intellettuali di vario tipo, gente noiosa che però ne capiva, che sapeva distinguere nel mucchio i capolavori come Rashomon, La dolce vita, Il gattopardo, Viridiana, che sapeva riconoscere il meglio e il peggio (certo non mancavano nemmeno allora gli infortuni e gli errori, ma oggi è una frana inarrestabile). Non si possono dare a Cannes nel giro di pochi anni due palme a Östlund e una a Titane, non si può. Basta.

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