Venezia 2022. BARDO, un film di Alejandro G. Iñarritu. Il più divisivo di questo festival (finora)

Bardo. Falsa cronica de unas cuentas verdades (Bardo, la cronaca falsa di alcune verità), un film di Alejandro G. Iñarritu. Con Daniel Gimenez Cacho. Griselda Siciliani, Ximena Lamadrid, Andrés Almeida, Clementina Giuardarrama. Concorso. Voto tra il 6 e il 7 (una media tra il peggio e il meglio del film).

Iñarritu a Venezia

Arriva prima o poi per tutti i registi, almeno i più narcisi (ma in fondo chi non lo è?), il momento di girare il proprio Otto e mezzo. Tentazione irresistibile. Si potrà anche seppellire Fellini in qualche dislocato mausoleo come ha fatto certa critica giovanissima insofferente dei miti del cinema di papà e pure del nonno, e però la sua assenza è tuttora presente e incombente nella testa di tanti che il cinema lo fanno. Tocca adesso a Iñarritu di mettersi in piazza tramite protagonista alter-ego e mostrare tormenti e autoindulgenze di un intellettuale naturalmente in crisi: in un quasi-remake del capolavorissimo del gran Federico sospeso tra devozione al maestro e pulsioni egolatriche. Figuriamoci, siamo qua e là vicini al plagio voluto, dichiarato, spudoratamente praticato, fin dalla sequenza onirica iniziale che replica, seppure “in ombra”, il sogno di Guido in Otto e mezzo. E se là c’era una fune a impedire al personaggio interpretato da Mastroianni di volare, in Iñarritu c’è nella scena immediatamente successiva un lungo cordone ombelicale altrettanto vincolante. Si finisce, e sia detto senza spoilerare, con un gran raduno di compagni di strada e di vita del main character Silverio che è la versione di Iñarritu della sarabanda circense su marcetta di Nino Rota (pure lui copiato) di Otto e mezzo. Al di là di altre citazioni disseminate in corso d’opera – qusi tre ore di smisurata e strabordante messa in scena del proprio Io -, è il fellinismo come categoria non solo strettamente cinematografica ma estetica a essere preso a prestito anzi saccheggiato dall’autore di Birdman e AmoresPerros, fellinismo inteso come occupazione della zona di confine tra vita e sogno, reale e sur- e sub-reale, ragione e delirio. Declinato però, e purtroppo, secondo i dettami assai vetusti del realismo magico sud americano di tanti narratori di pagine e schermi (una delle più pesanti eredità degli anni Sessanta-Settanta). Possibile che Iñarritu ricaschi in quegli sterotipi? Lui, che ha conquistato Hollywood e tutti i possibili festival e che qui rivendica con orgoglio la sua identità nazionale e ispanica anche quando è il caso e purtroppo anche quando non lo è. Se il sogno-delirio dell’inizio è figurativamente smagliante benché con uso e abuso di simbolismo già logori mezzo secolo fa, la scena che immediatamente segue, la cronaca immaginata del primogenito di casa Mateo che dopo 30 ore nel mondo decide di rientrare nell’utero di mamma, è, semplicemente, orrenda. Insostenibile anche per lo spettatore più indulgente. Via via nelle tre ore sfiorate ne troveremo altri di momenti imbarazzanti da cui si vorrebbero distogliere gli occhi (cringe!), come l’incontro nei cessi pubblici con il padre defunto (anche qui si copia Fellini, che però il padre almeno lo faceva uscire da una rispettabile fossa di cimitero), con il protagonista bambinizzato, in formato bonsai, del sé stesso adulto. Come se il regista avesse rinunciato a ogni freno inibitore, a ogni filtro estetico per una messa a nudo impudica, compiaciuta, autoindulgente. Eppure, in questo film smargiasso fino alla tracotanza, enorme, che fa esplodere lo shermo grandissimo della sala Darsena e si riversa come una colata lavica sul pubblico (come faranno mai i minuscoli schermi netflixiani a contenerlo? sì, produce Netflix che, si sa, malvolentieri distribuisce in sala), in quest’opera della dismisura e del titanismo, accanto a scorie anche immonde troviamo sequenze intere di cinema massimo, vertiginoso per audacia immaginativa e per la capacità tecnica di restituire quella visione in oggetto-soggetto filmico. Un film carnale, corporale, come e più di sempre in Iñarritu, un monster-movie in cui a essere mostruosa è l’opera stessa, una creatura abnorme e informe che tutto ingloba tritura divora e sputa fuori, lasciando dietro di sé una montagna di rifiuti. E però come si fa a non farsi conquistare nei momenti migliori da questa macchina biologica spaventosa fattasi cinema davanti ai nostri occhi? Iñarritu è bravo anche quando sbaglia, e sbaglia spesso, anche quando è insostenibile e lo è spessissimo. Ma quest’uomo è fatto per fare cinema e allora, nonostante tutto, chapeau.
Il regista Guido Anselmi di Otto mezzo si trasforma qui nel nel giornalista e documentarista messicano ma di successo globale Silverio Gama, colto in una svolta di vita e di carriera. Sta per ricevere un premio importante che lo consacrerà tra i signori grandi firme del nuovo secolo, ma è, come il Guido felliniano, in preda alla sindrome dell’impostore, insicuro di sé, instabile, sfuggente, depersso, si sottrae a un suo ex collega che lo insegue per un’intervista televisiva esattamente come il Mastroianni di Otto e mezzo scappava dalla conferenza stampa approntata sul set del suo nuovo film dal produttore. I due figli appena tornati in Messico dagli Stati Uniti dove vivono da sempre (come lo stesso Silverio, accasatosi in California e pendolare tra lì e Mexico City) lo mettono alle strette, lo ricoprono di accuse con la crudeltà dei giovanissimi, la moglie comincia a stancarsi della parte di spalla comprensiva. Ma è lo sfondo politico e geopolitico (ci troviamo in futuro assai vicino e possibile o in una curvatura del presente) a essere uno degli assi tematici portanti, con Amazon che s’è appena comprata la Baja California rinfocolando la mai risolta e forse mai risolvibile questione tra Stati Uniti e Messico, mentre masse di migranti in fuga da un paese sempre più violento continuano a riversarsi sulla Frontera. Ed è la stessa identità di Silverio e dei suoi familiari a essere incerta, dimidiata, schizoide, a oscillare tra la messicanitudine e l’acquisità identità americana.
In Bardo accanto a molte parti riprovevoli e inguardabili ce ne sono altrettante che non si dimenticano. Come la lunga sequenza della festa per il premio a Silverio, una vertigine di piani-sequenza che esplorano tormenti e estasi del protagonista e il popolo mostruoso degli ospiti, parenti, amici, falsi amici, veri nemici, affastellati in una gigantesca sarabanda di massima volgarità che rimanda direttamente a Toby Dammit (sempre Fellini, ovvio). E in mezzo dialoghi che sono scontri all’ultimo sofisma e all’ultimo sangue, come il corpo a corpo verbale con l’ex amico giornalista sul vero e il falso, sulla falsificazione e sulla rappresentazione nei media di un presunto reale. Silverio ribatte a Luis, implacabile nell’accusarlo di manipolare la realtà nei suoi documentari, che solo ricostruendo e fictionalizzando si può essere aderenti al vero (suggestivo, sì: ma se fosse l’ennesimo alibi, l’ennesima autoindulgenza?). Il vertice di Bardo sta nell’intervista di Silverio a un boss dei cartelli messicani che rivendica orgogliosamente i propri atti e misfatti, omicidi di massa inclusi, come una necessità storica, come il segno di una mutazione definitiva e di un nuovo avvento: di una dislocazione del potere verso il sud del sud del mondo, prima miserabile, escluso, reietto, umiliato e offeso, adesso padrone per via della ricchezza accumulata grazie alla droga: “siamo noi i futuri padroni del mondo”. Che è un punto di vista sui narcos e sul mondo che capovolge i cliché interpretativi dominanti. Per dire quale grado di potenza e di rifessioni sull’oggi è in grado di raggiungere Bardo, salvo poi nel giro di pochi minuti, riprecipitare nel kitsch del realismo magico. Film imperfetto, anzi sbagliato, sbandato, deragliato, ma grandioso e necessario. Si rivede quale protagonista il Daniel Gimenez Cacho di La mala educacion di Almodovar e del magnifico Zama di Lucrecia Martel. Alla fine in sala Darsena platea divisa, con prevalenza dei detrattori.

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