Venezia 2022. ATHENA, un film di Romain Gavras. Banlieue in guerra (finora il mio personale Leone d’oro)

Athena, un filmdi Romain Gavras. Con Dali Benssalah, Sami Slimane, Anthony Bajon, Ouassini Embarek. Concorso. Voto 8
Finora – ormai restano da vedere pochi film del concorso – il mio personale Leone d’oro è questo Athena di Romain Gavras. Sì, il figlio di Costa, anche se il suo fare film sembra divergere parecchio da quello dell’illustre genitore, gran nome del cinema di denuncia. Perché mi sia piaciuto, anzi perché mi abbia perfino entusiasmato questo film che ha raccolto pochissimi consensi ed è stato perlopiù detestato, cercherò di spiegarlo. Qualcuno, ho visto, lo ha messo all’ultimo posto della sua classifica, molti, pur senza arrivare a tanto, parlano di cinema cafone-muscolare e perfino “fascio” apparentandolo a netflixate tipo 6 Undergound di Michale Bay o The Gray Man dei fratelli Russo. Con le anime belle della cinefilia pura e dura e allineate a tutti i nuovi correttismi compatte a arricciare il naso di fronte a tanta violenza-spettacolo. Chissà poi perché a certi autori ogni violenza è concessa, ogni trucidume pure, ad altri è invece, ed è questo il caso, rimproverata come una colpa anzi un reato. Forse non si perdona a Romain Gavras di aver preso quello che è ormai un genere codificato in Francia, il cinema di banlieue – con tutto il suo repertorio di quartieri ghetto al di fuori della legge, scontri tra immigrati di prima, sedonda, terza generazioni e le forze dell’ordine, spaccio come lavoro diffuso, comunitarismo islamista, tensioni e frizione tra chi sogna l’integrazione e chi teorizza e pratica la separatezza e l’identitarismo – non per fare un film di denuncia alla Gavras padre, non per gridare alle ingiustizie e alle asimmetrie sociali, ma per inscenare qualcos’altro che ha più a che vedere con il mito, l’inconscio collettivo, la permanenza dell’antico e del remoto nel nostro oggi. Certo, il cumulo di istanze e “problematiche” che abbiamo visto in Les Misérables (il cui regista, Ladj Ly è qui sceneggiatore) e più recentemente in BAC Nord (presentato a Cannes 2021 e gran successo al box office francese nonostante il Covid, ma bollato dalla stampa bon chic bon genre come “fascista”) è presente, eccome. Eppure Athena si discosta dallo schema, usa quei codici e quei cliché per tentare una sublimazione del genere e il suo oltrepassamento. Riuscendo a essere un caso assai interessante di cinema contemporaneo.
Un’ora e mezza in cui la macchina da presa corre, si insinua nella cité di Athena e nei suoi cunicoli, nei terrain vague tra un blocco e l’atro, negli interni, sui tetti, in una notte illuminata dai fuochi e ammorbata dai fumi, una notte senza fine. Siamo all’inferno e nell’inferno Gavras ci vuole sprofondare. Orchestrando le battaglie e gli scontri, gli agguati e le fughe, gli assalti e le ritirate come una grandiosa coreografia della violenza dove a danzare sono corpi e pallottole, innocenti e colpevoli, aggressori e vittime. Tutto comincia (fuori schermo) dall’uccisione di un ragazzino da parte della polizia ai margini di Athena. È l’innesco della rivolta, della messa a fuoco della cité. È la guerra. Nessuna analisi sociologica, nessuna “presa di posizione” politica. Gavras osserva, racconta, insegue con la macchina da presa, affolla lo spazio schermico di uomini e donne che scappano, si accalcano, si barricano, combattono, si salvano o soccombono. Sono le traiettorie di quattro fratelli di famiglia nordafricana a comporre la rete narrativa. Il ragazzino ucciso. E poi Abdel, poliziotto che si ritrova a fronteggiare e combattere un altro fratello, Karim, leader della rivolta. E il quarto, il più grande, Moktar, boss del narcotraffico del quartiere. I loro destini si incrociano, le loro mosse sullo scacchiere della rivolta li vedono ora alleati ora rivali. Sarà sangue, morte e dolore e non si può non pensare al viscontiano Rocco e i suoi fratelli, di cui per certi versi Athena è una riscrittura. Gavras esplicitamente rappresenta la rivolta nella banlieue con le armi espressive e narrative della tragedia classica. Ce lo suggerisce attraverso il titolo del film e attraverso il suo stesso nome, la sua stessa origine-appartenenza greca. Gavras racconta il conflitto non con i soliti sociologismi spiccioli ma dicendoci, senza reticenze, che la guerra è anche qui, nel cuore dell’Europa e dell’Occidente. E la racconta, la epicizza, ce ne mostra la terribilità e la forza tellurica, anche l’oscuro, indicibile fascino. Gli scontri di banlieu come la guerra di Troia o le guerre del Peloponneso. Tenta la strada impervia della sublimazione e della mitologizzazione, e riesce nell’impresa. Ovvio, non gli daranno mai il Leone, spero però che almeno si ricordino di lui quando si tratterà di assegare il premio alla regia.

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