Venezia 2022. THE WHALE, un film di Darren Aronofsky. Il corpo e il suo disfacimento

The Whale di Darren Aronofsky. Con Brendan Fraser, Samatha Morton, Hong Chau, Sadie Sink. Concorso. Voto tra il 7 e l’8
Onore a Darren Aronofsky che ha avuto il coraggio di tornare al Lido dopo la terribile anzi cruenta accoglienza – nella mia recensione parlavo di linciaggio – riservata qualche anno fa, era il settembre 2017, al suo mother! (un capolavoro disturbante, l’esatto opposto del cinema quieto, medio e bien fait). Stavolta invece applauso convinto e compatto, uno tra i più lunghi di questo Venezia FF (mi riferisco alle proiezioni stampa). E gli sarà sembrato di tornare ai suoi trionfi lidensi di Il cigno nero e The Wrestler (Leone d’oro 2008, sarà il caso di ricordarlo), e difatti quei due titoli questo The Whale, La balena (che non allude solo a Moby Dick, testo citato e chiosato e sottoposto a esegesi in corso di film) ricorda da vicino: soprattutto quello con Mickey Rourke devastato dai troppi combattimenti sul ring per l’indagine, anche qui, intorno a un corpo e alle sue alterazioni. Aronofsky è autore attratto dai freaks, da chi è sbattuto ai margini dall’impero della bellezza, del glamour, della perfezione fisicaì. Un cantore della carne disfatta, oltraggiata, martirizzata, malata. I suoi lavori sono puro horror non perché soggiacciano ai codici del genere, ma per la messa in scena e il disvelamento perseguito come una vocazione della mostruosità celata dietro la levigatezza. Il protagonista di The Whale si identifica con il suo corpo enorme, straordinariamente sovrappeso al punto da impedirgli di muoversi se non sorretto da braccia amiche o con l’aiuto di un deambulatore. Insegna scrittura via Zoom e ovviamente non si mostra mai ai suoi studenti in immagine. È stato sposato, ma ha lasciato moglie e figlia per un giovane uomo che se ne andrà poi in maniera tragica. The Whale, ripreso da un play, si snoda tutto nel povero e scombinato appartamento di lui e intorno a lui, Charlie, mentre appaiono, scompaiono, ritornano altri personaggi, la figlia adolescente e piena di risentimento contro di lui e il mondo, il giovane missionario di una setta convinta dell’imminente fine del mondo, l’amica burbera ma ovviamente di buon cuore che lo assiste e cerca di tenerlo lontano dal collasso definitivo, la ex moglie. Parte nei toni della commedia, per poi inabissarsi del family drama più spinto e cattivo, rese dei conti e giochi al massacro da cui tutti rischiano di uscire feriti e sconfitti. È qui, nei momenti di massima ferocia e squallore (“non l’hai ancora capito? tua figlia non è un’adolescente difficile, tua figlia è il male”, gli urla l’ex moglie) che la simpatia di Aronofsky per il freak può esprimersi pienamente. Tutto è putrido, sordido, laido in questo e negli altri suoi film, ma la redenzione non è così impossibile. Prima del gran finale, non proprio inatteso, non ci vengono risparmiati dettagli indigesti se non ripugnanti, la putredine e la dissoluzione della carne, le abbuffate compulsive di Charlie. Se ci sia pietà o voyeurismo nello sguardo del regista è difficile dire e forse non è nemmeno così importante saperlo. Aronofsky resta tra quei pochi che al cinema ci sanno portare ai bordi dell’abisso e ci costringono a guardarlo. Autore di vocazione barocca, in The Whale inscena una sorta di sacra rappresentazione seicentesca di carni dilaniate e corrotte, una liturgia sul limite estremo della vita, sul passaggio alla post-vita, su una possibile trasfigurazione (la scena finale in quella luce abbacinante ci svela tutto il sacro che fino a quel momento era rimasto invisibile). Brendan Fraser nel film della vita. Scordatevi il giovane uomo dal fisico scultoreo che faceva impazzire di desiderio il regista gay di Demoni e dei, scordatevi l’action hero della Mummia, adesso – dopo storie private difficili – è un signore dal corpo sovradimensionato ed esploso, anche se il Fraser che vediamo sullo schermo credo sia stato gonfiato con ampio ricorso alla prostetica e truccherie varie. E anche questo è molto aronofskiano, prendere un corpo fuori media e costruirci sopra una narrazione, era già successo in The Wrestler e Black Swan. Naturalmente per Fraser si parla di probabile Coppa Volpi.

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