Venezia 2022. ARGENTINA 1985, un film di Santiago Mitre. Norimberga a Buenos Aires (possibile Leone)

Argentina, 1985 di Santiago Mitre. Con Ricardo Darín, Peter Lanzani, Alejandra Flechner, Santiago Armas. Gina Mastronicola. Concorso. Voto 7
Il cinema di denuncia, civile, di impegno, militante, politico – chiamatelo come volete – continua a vivere e continua a lottare. Si metamorfizza, si adegua all’evoluzione dei tempi, ma nel fondo resta graniticamente sé stesso, fedele al proprio mandato e alle proprie convenzioni narrative e linguistiche: ecco, puntuali e sempre ritornanti, il grande racconto del bene contro il male, dei giusti contro gli ingiusti, l’indignazione per le ineguaglianze e le sopraffazioni. Un cinema morale che intende se non cambiare il mondo(e però qualche voltà ci prova) almeno incidere sullo spettatore portandolo a un livello superiore di consapevolezza. Un cinema che funziona e paga sempre, almeno ai festival. Difatti questo Argentina, 1985, che nel genere rientra a pieno titolo, ha ottenuto alla proiezine stampa un applauso lunghissimo e convinto, lo stesso alla proiezione con pubblico e invitati vari in Sala Grande. E adesso lo si dà per favorito primo per il Leone d’oro. Nessuna obiezione. Trattasi di un oggetto filmico realizzato benissimo, su una scenegggiatura di ferro  e di chiryrgicarecisione, e con una regia di un autore appena quarantenne, Santiago Mitre, ma già assai esperto e regular dei festival maggiori (il suo terzo film, El Estudiante, era a Locarno 2012, La Cordillera qualche anno dopo a Cannes a Un certain regard e La patota prima a Cannes e poi al Torino Film Festival). Un tipo di cinema di cui un tempo eravamo noi i maestri, adesso invece abbandonato dai giovani nostri auteur che aborrono il film strettamente, tradizionalmnete politico per privilegiare il racconto delle inquietudini esistenziali e dei diritti individuali calpestati.
Allora: siamo a Buenos Aires, anno 1985. Da due anni la giunta militare che ha dominato con il pugno di ferro il paese – l’esatto arco temporale va dal 1976 al 1983 – è caduta. Parte degli argentini reclama che siano mandati a giudizio e condannati a pene esemplari i miltari della Junta responsabili delle migliaia di desaperecidos prima internati dal regime, poi torturati, uccisi, fatti sparire, in maggioranza appartenenti a gruppi di opposizione di sinistra estrema (ma non solo). Già le madri dei mai-tornati sfilano in Plaza de Mayo, nel clima della democrazia ritrovata c’è forte il bisogno di fare i conti con il passato. Si farà come a Norimberga, gli ex potenti saranno sul banco degli accusati, un probo procuratore, Julio Strassera, viene nominato come pubblico ministero. Starà a lui sostenere in aula la requisitoria contro i militari, tra cui i due leader Videla e Massena, e imbastire l’accusa, truvare le prove, i documenti, i testimoni a carico. Un compito ai limiti dellè’impossibile, perché il tempo scarsggia e nell’ombra già si muovono i molti sopravvissuti del vecchio regime decisi a impedire a ogni costo che il processo si faccia. Strassera fatica a mettere in piedi il team che lo dovrebbe affiancare nelle indagini: i colleghi di lungo corso si defilano, dovrà ricorrere a giovanipoco più che ragazzi, entusiasti ma inesperti. Il film nella sua prima parte è soprattutto il acconto della formazione di questo gruppo d’assalto e delle ripercussioni in famiglia della decisione di Strassera, la seconda, e fondamentale, parte è ovviamente il processo a carico della Giunta. Sabtiago Mitre applica il modello americano del courtroom movie con una professionalità assoluta, riuscendo a trovare un percorso narrativo allo stesso tempo rigoroso nel dettagliare i fatti e avvincente per lo spettatore. Che in platea intanto tifa per l’onesto e coraggioso pubblico minstero e i suoi ragazzi contro i viilains che minacciano, tramano nell’ombra, silenziano o terrorizzano i possibili testimoni. Perché il reginme è caduto ma i suoi rifiuti tossici continano a produrre devastazioni.
Non ci si annoia un attimo. Fin dal suo El Estudiante Santiago Mitre ha dinostrato una pripensione per il dietro le quinte della politica, le trame oscure, gli intrighi del potere, oltre che per le procedure, le regole, i protocolli spesso bizantini e barocchi di cui la politica è intessuta. L’aspetto procedurale (e non solo nel senso del genere filmico del procedural, ma anche in quello strettamente burocratio-legalistico) è presente come asse fondamentale del plot anche in Argentina, 1985, restituito con una precisione che è raro ritrovare nei courtroom movies. Ricardo Darín, uno dei grandissimi del cinema di lingua spagnola, giganteggia in una perfomance che potrebbe portarlo alla Coppa Volpi e anche oltre, verso sponde californiane. Da notare come il genere processuale abbia trionfato in questo Venezia Film Festival. Vi appartiene il bellissimo, sorprendente anche se non del tutto risioto Saint Omer della francese Alice Diop, oltre che Il signore della formiche di Gianni Amelio, drammatizzazione del processo a Aldo Baibanti per presunto plagio (in reatà per omosessualità) del 1962. Lo stesso giorno in cui in concorso si proiettava Artgentina, 1985 fuori competiziobe si è visto anche The Kiev Trial, Il processo di Kiev, di Sergej Loznitsa, materiali agghiaccianti recuperati dagli archivi del processo svoltosi nel 1946 a carico di militari tedeschi di vario grado responsabili di massacri di civili in Ucraina durante l’avanzata nazista, compresa la strage di decine di migliaia di ebrei a Babin Yar. (Vedendo Mitre e Loznitsa mi è venuta voglia di rileggere La banalità del male di Hannah Arendt).

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