Venezia 2022. L’IMMENSITÀ, un film di Emanuele Crialese. Fluidità primi ’70

L’immensità di Emanuele Crialese. Con Penelope Cruz, Vincenzo Amato, Luana Giuliani, Patrizio Francioni. Concorso. Voto 5 e mezzo.
Si dice sia piaciuto molto ai giurati, sarebbe dunque in ottima posizione per il Leone. Stento a crederci, ma stiamo a vedere. Crialese si conferma autore di un cinema-puzzle, frammenti che faticano a incastrarsi in una cornice e a farsi un insieme narrativo. Anche stavolta linee di racconto evanescenti e invece attimi, schegge, in una non-struttura molecolare e ad accumulo con focus di volta in volta su personaggi diversi. Con due su tutti: la madre e la figlia maggiore, appena adolescente, che non si sente femmina ma maschio (“sono un alieno, vengo dallo spazio”). Ha 14 anni, oggi la si direbbe un/una tomboy, si parlerebbe di fuidità, transgenderismo, genderless, ma allora, in quella Italia, nella medio-borghesia romana, nella Roma tra fine Sessanta e primissimi Settanta, non c’erano neanche le parole per dirlo. La madre è una diversa pure lei, una pazzerella costretta a fare la signora che non riesce proprio a starsene ingabbiata nele convenzioni e nei perbenismi di quella borghesia retriva, provinciale, spaventosa in cui si è ritrovata causa matrimonio. Ovviamente infelice con un marito macho & padrone che la cornifica mettendo pure incinta la segretaria (lei, ovvio, se ne sta a casa a fare la moglie e madre). Gli altri due figli, un ragazzetto e una ragazzina, sono figurine a lato rispetto alle due principali, che peraltro viaggiano per conto proprio e solo raramente collidono o si fondono nello stesso racconto. Naturalmente la figlia tomboy deve vedersela col rigetto da parte di parenti e altri mostri, la madre pazzerella e ritenuta troppo inaffidabile e tollerante con i figli, e incapace pure lei di accettare le regole feroci del clan, verrà messa sotto cura con psicofarmaci e fors’anche con qualche elettroshock in una di quelle linde cliniche private che erano minilager in incognito. Crialese, approdato a un récit che se ho ben capito molto ingloba della sua biografia (“quella bambina ero io”, ha detto, “ma per favore non parlate di coming out”, quindi non ne parliamo), più che alla denuncia – siamo in tutt’altro registro rispetto a Il signore delle formiche di Gianni Amelio – tende alla commedia di costume e al family drama intimista giocando parecchio sul kitsch e il pop televisivo-canzonettaro di allora, molta Raffaella Carrà (assicurando al film il mercato di lingua spagnola), ma anche Patty Pravo. Con mamma e figli a rifare in casa le coreografie di Raffa. Utracamp, certo, e come si fa a non commuoversi un po’ nel sentire e vedere la Patty nella versione italiana di Love Story? Però l’idillio tra la ragazza che vuol essere ragazzo e la ragazzina al di là del canneto, nel campo Rom (ma lei dice: non siamo Rom, qui sono tutti operai), non lo si può guardare. Resta di buono la fedeltà con cui si ricostruiscono modi e riti sociali e privati della mediocre borghesia romana di allora. Un mondo di belve che neanche si preoccupano di travestirsi da agnelli. Penelope Cruz se la cava benissimo col gran mestiere che le si conosce. Ottima l’esordiente Luana Giuliani quale fluida Adriana-Adri: premio Mastroianni all’attore-attrice più promettente? Sui titoli di coda passa a uso dei nostalgici L’immensità nella versione di Don Backy (che fu allora surclassata in classifica da quella di Dorelli).

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