Venezia 2022. BLONDE, un film di Andrew Dominik. Capolavoro? No

Blonde, un film di Andrew Dominik. Con Ana de Armas, Adrien Brody, Bobby Cannavale, Julianne Nicholson, Xavier Samuel, Evan Williams. Concorso. Voto 5
Annunciato come un film evento e dal suo regista, l’australiano Andrew Dominik, addirittura come “one of the 10 best movies ever made” (intervista a Collider del 1° dicembre 2016), Blonde ha spaccato in due Venezia edizione 79. Mi metto dalla parte dei contrari e, francamente, fatico a capire chi ne è uscito entusiasta, non pochi e tra loro molti amici appassionati di cinema che stimo. Un altro film su Marilyn, la vita, il mito, l’ascesa, la caduta, l’autodistruzione? E sugli amori: Joe Di Maggio, Arthur Miller, il presidente? Sì, però stavolta tratto dal romanzo di/su Marilyn scritto da Joyce Carol Oates, che è scrittrice di rango elevato e usa a misurarsi con temi non banali praticando punti di vista inusuali, Io, hitchcockianamente, confesso: non l’ho letto. Il film, che mi dicono sia alquanto fedele al libro, è tra le cose non dico peggiori di questo Venezia 79 ma di sicuro la più pretenziosa, la più presuntuosa, per come adotta una forma e uno stile dichiaratamente non-medi, assai personali e autorialistici, ma purtroppo sguaiatamente autorialistici, nell’equivoco che basti sovvertire le convenzioni e l’ortodossia del biopic, rinunciare alla pedante linearità narrativa e alla piattezza di immagine, evitare l’album di figurine, infilare visionarismi di seconda serie (e anche ultima) per realizzare il film-evento, il capolavoro. Ci si trova invece di fronte a un’opera antipatica (lo so che non è una categoria critica, l’antipatia, ma tant’è) con un’attrice, Ana de Armas, che non centra mai il personaggio, che non sa restituirlo né in anima né in corpo. Lo capiamo subito che non sarà “il solito biopic”, fin dalle prime inquadrature della piccola Norma Jeane accanto alla madre spezzata, interrotta, resa folle dall’abbandono da parte del padre della bambina, un uomo da lei mitizzato, raccontato, ingigantito agli occhi di Norma come un tycoon di Hollywood o una superstar (e il ritratto che le mostra è quella di un seduttore con i baffi ribaldi alla Clark Gable).
Dominik fin dall’inizio dà forma e materia ai desideri, ai sogni, alle paure, ai deliri, ai fantasmi di madre e figlia mostrandoci vasche d’acqua che diventano abissi in cui sprofondare e forse morire e incendi che somigliano ai fuochi dell’inferno e del giorno del giudizio. Funziona questa esagitazione, questa temperaturta febbrile, questa alterazione dove tutto si fa simbolo e metafora (alquanto elementare)? Sì, nella primissima parte funziona. Ma Dominik è un incontinente e applica la formula all’infinito, quando è il caso e soprattutto quando non lo lo è, mentre si vorrebbe più pulizia, più controllo e rigore, se non altro per districarci meglio in certe svolte e torsioni nella vita di Norma Jeane detta, per volere degli studios, Marilyn Monroe. Molti passaggi vengono saltati, elisi, certo non si pretende la biografia simil-televisiva (della tv di una volta), ma qualche informazione in più sarebbe stata benvenuta. Si procede per grumi narrativi, ognuno messo in scena come una tappa di un calvario di cui sappiamo già la fine. Norma Jeane-Marilyn è dipinta come una santa e martire, neanche i peccati della carne consumati nel threesome con Charlie Chaplin Jr e Edward G. Robinson Jr scalfiscono la sua purezza, l’innocenza, il suo statuto di vittima destinata all’estremo sacrificio (rituale?). Eppure lo sguardo di Dominik è impudico e nel suo profondo non rispettoso del proprio personaggio, lui che pure in film bellissimi come L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford aveva saputo praticare il cinema del rigore, inscenando quell’anomalo wstern come una sacra rappresentazione. Qui tutto è scomposto, intensificato fino al parossismo. Norma Jeane viene condannata a un ruolo sacrificale senza che mai le sia concesso, in nessun momento, la prospettiva di potercisi sottrarre. Per Dominik è soltanto una funzione narrativa, mai un personaggio complesso e mai una persona, solo la Vittima; ogni barlume di libero arbitrio le viene sottratto, Norma-Marilyn è sempre, dalla prima inquadratura all’ultima, solo un oggetto manipolato dagli altri senza che possa mostrare il minimo margine di autonomia. Una donna passivizzata, mortificata, dagli uomini soprattutto, dal sistema Hollywood, dal pubblico che la feticizza e disumanizza, incapace nella visione che ce ne dà Dominik della minima reazione, della minima indipendenza di giudizio, come lobotomizzata (perfino durante le lezioni all’Actors’ Studio in cui si dimostra intelligente, prensile, sensibile la Marilyn del fim riesce a liberarsi del fardello che le è stato caricato addosso). Appiattirla nel ruolo di vittima vuol anche dire, mi suggerisce un’amica, ancora una volta umiliarla. E poi far risalire tutto, ossessivamente,al “problema del padre assente” è roba psicologistica parecchio datata, da psicanalisi rozza e ipersemplificata, quella usata in tanti drama hollywoodiani anni Quaranta e  Cinquanta come facile passepartout narrativo. Mentre il film funziona meglio quando punta sulla scissione tra la Norma Jeane privata e la Marilyn immagine pubblica, andando al cuore della questione sempre attualissima dei simulacri, dei feticci della società spettacolo, del divismo come moderna mitopoiesi (vedi alla voce Roland Barthes). Molti gli entusiasti per come Dominik gira. Eppure iperbolizza e satura le immagini (che a me pare approccio pornografico, una forma di lenocinio) con lambiccatissime trovate tipo il feto che parla, il vomito di lei inquadrato dal di dentro del wc e la sequenza che ha fatto fremere molti e che a me è sembrata solo pessimo cinema sensazionalistico: la ripresa dall’interno della vagina di un dilatatore all’opera (che poi non si capisce se si tratti di un aborto, il terzo di Norma Jeane, praticato contro la sua volontà e con lei in stato di incocscienza; anzi il film sembra suggerire che sia stata la mafia a condurre l’oerazione per togliere dall’imbarazzo il signore della Casa Bianca, ma frse ho male inteso). Fino alla sequenza che consegnerà alla storia, ma non dei capolavori, questo film: il pompino di Norma-Marilyn a un presidente Kennedy porcone e odioso che la tratta come una prostituta (quando la security la porta in camera, alterata da alcol e psicofarmaci, lei a dire: ma cos’è, il room service? sono io il room service?). Pompino vero con primo piano di bocca al lavoro, solo che l’arnese presidenziale non si vede perché coperto dalla mano di lei. Temo che solo questo resterà di Blonde.

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