Venezia 2022. IL SIGNORE DELLE FORMICHE, un film di Gianni Amelio. Non era plagio

Il signore delle formiche di Gianni Amelio. Con Luigi Lo Cascio, Leonardo Maltese, Elio Germano, Sara Serraiocco, Anna Caterina Antonacci. Concorso, Rita Bosello, Giovanni Visentin. Concorso. Voto 7
Ricostruzione del caso Braibanti che nella seconda metà degli anni Sessanta pose pubblicamente la qustione omosessuale come politica. Con un professore approdato dalla provincia piacentinaa Roma accusato, indagato, mandato a processo per un reato contemplato dal codice e però mai fino a allora contestato a nessuno in tribunale (così almeno asserisce il film), quello di plagio, ovvero di aver influenzato e sottomesso al suo volere e potere un suo giovane allievo. Giovane ma non più minorenne. In realtà la denuncia della famiglia era scattata dopo che allievo e professore se ne erano andati (fuggiti?) insieme a Roma per vivere quella che era anche una relazione omosessuale oltre che un rapporto docente-discente. L’accusa di plagio stava per, era la maschera di, quella per omosessualità. La madre dello studente e il fratello, già allievo prediletto di Braibanti e poi da lui (forse) ripudiato, si scatenarono e scatenarono l’Italia dei valori tradizioanali contro il presunto corruttore di anime e di corpi: Braibanti, studioso delle formiche, filosofo per formazione e vocazion, docente in una scuola nel piacentino detta La torre (cui colllaborava anche il musicista Sylvano Bussotti) nella quale, insegnando arti varie, in realtà ambiva a insegnare la vita. Che scandalo in provincia dove della sua omofilia si sapeva (e lo sapevano i ragazzotti marchettari), ma anche a Roma dove i due si trasferiscono per poter stare insieme nella pensionaccia di una megera (una grandiosa Gina Rovere). Denuncia e arresto di Braibanti. Il ragazzo mandato a redimersi in un rehab tipo manicomio, con sedazioni criminali e terapie tipo eletttroshock dal quale non si riprenderà più. Lui fuori di galera ma di fatto internato, il suo amico, amante e mentore in galera, quella vera. Seguirà il processo (di primo e secondo grado), che sarà uno spaccato dell’Italia di allora, divisa tra l’anien régime e le nuove sensibilità liberazioniste e contestatrie (il processo si conclude nel fatal ’68). L’affare Braibanti diventa un caso per la denuncia di alcuni intellettuali tra cui Umberto Eco, Alberto Moravia, Marco e Piergiorgio Bellocchio (ma stranamente del loro “manifesto”, che un certo clamore lo fece, non si parla nel film). E se la questione omosessuale non entra ancora nell’agenda della sinistra, fa almeno breccia in quella parte di Italia, anche se non così larga, sensibile ai diritti.
Il signore delle formiche restituisce, ricostruisce quel clima di guerra culturale e ideologica attraverso la figura di un giornalista dell’Unità interpretato da Elio Germano che si prende a cuore la faccenda e denuncia l’abominio del processo per plagio, ma non otterrà il supporto né del suo giornale né degli iscritti al Pci. Ostilità be sintetizzata nella scena in cui un giovano avvocato calabrese iscritto al partito pasaando di fronte al manipolo di ragazzi che protestano davanti al Palazzaccio grida: non dovete lottare per un invertito, ma per la guerra in Vietnam. Film di denuncia (anche se non solo), con la ben tracciata e riconoscibile linea rossa a separare bene e male, buoni e cattivi, torto e ragione. In un tale granitico edicio dove non c’è posto per la penombra, le zone grigie, il dubbio, dove ci si può solo schierare di qua o di là, Gianni Amelio cerca di individuare qualche pertugio per far passare un pensiero complesso non riducibile allo schema militante che sta alla base. del Signore delle formiche. Ecco allora un Aldo Braibanti tratteggiato senza troppa simpatia come un intellettuale di provinciache non ce l’ha fatta a raggiungere la gloria cui ambiva e dunque aspro, incattivito. Ecco la scena gay romana di allora sgangheratissima, molto alla Madame Royale, ma a modo suo assai vitale (la festa di compleanno dell’amico pittore gay è tra i pezzi pregiati del film). Insomma, un film non così monolitico per fortuna. Ci sono momenti insopportabili che rischiano di mandare a picco lèintera operazione. I dialoghi tra Braibanti e l’allievo sono inascoltabili, quello cui assistiamo in apertura di film è addirittura un trombonissimo scambio di versi a indicare che siamo, più che nel territorio del desiderio, del sesso, della carnalità, in quello del Sublime. Anche dopo, da amanti e da fuggitivi da Piacenza a Roma, i due continuano a parlarsi con una pososità e un’ampollosità ridicole o con smancerie da romanzo rosa. E però un film che, se molto sbaglia, centra anche parecchi bersagli. Ci sono pezzi meravigliosi, tutti quelli con la madre di Braibanti, una figura straziante, di una digità d’altri tempi, interpretata da un’attrice straordinaria che risponde al nome di Rita Bosello (e che qualcuno da qualche parte la premi per favore). Eccellente anche la cantante lirica Anna Caterina Antonacci che esordisce nel cinema come odiosa madre del traviato da ricondurre sulla retta via dell’eterosessualità. Non ci riuscirà. Ma la sua figura e quella del figlio maggiore tramutatosi da allievo di Braibanti in suo isterico accusatore sono tra le cose riuscite del film. Ottima la parte courtroom movie. Ottima tutta la descrizione della gay life ai tempi del proibizionismo e preliberazionista. Una bellissima Piacenza tra Bertolucci e Bellocchio, chiusura con melodramma questa tutta bertolucciana. Gianni Amelio con gli anni è diventato più diretto, meno allusivo, più frontale nelel sue denunce, nelle sue indignazioni e passioni, più arrabbiato. Ma conserva tutta la sua sensibilità di cineasta umanista e la sua capacità di trovare le facce e i corpi giusti (e fa niente se qui i giovani attori si rivelano immaturi: è una questione che non riguarda lui e il suo film, ma tutto il cinema italiano di oggi).

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