Venezia 2022. KHERS NIST/ NO BEARS (Gli orsi non esistono), un film di Jafar Panahi. Il migliore del concorso, si meritava il Leone

Khers Nist/ No Bears (Gli orsi non esistono ) di Jafar Panahi. Con Jafar Panahi, Naser Hashemi, Vahid Mobaseri. Concorso. Voto 8 e mezzo. Vincitore del Premio speciale della giuria (ma meritava di più, meritava il Leone).
Ho incominciato a scrivere questa recensione quando ancora non si sapeva dei premi, l’ho conclusa dopo l’assegnazione del palmarès con il Leone ingiustamente andato – sorprendendo tutti, pubblico, stampa, addetti ai lavori – al docu americano All The Beauty and The Bloodshed di Laura Poitras.
Non c’è confronto, il film migliore di un concorso senza picchi vertiginosi e capolavori di queli che mettono tutti d’accordo. Si merita il Leone. E stavolta non ci sarebbero discussioni, senza i dubbi e le perplessità che hanno accompagnato tanto pesso i premi a Jafar Panahi, come l’Orso d’oro di qualche anno fa alla Berlinale al suo Taxi Teheran (quando secondo giustizia sarebbe dovuto andare a The Club, il migliore Pablo Larrain di sempre). Perché la domanda sconveniente che ci si fa, anche se poi nessuno esplicitamente ne parla o scrive, è: Panahi lo si premia in quanto dissidente politico e intellettuale perseguitato dal regime degli ayatollah e imam o per la qualità dei suoi film? (Vale la pena ricordare, anche se è cosa risaputa, che Panahi ha subito una condanna iche gli proibisce di lavorare e uscire dall’Iran; continua però a girare clandestinamente, nei modi che questo suo nuovo No Bears ci mostra e spiega). Stavolta però dubbi non ce ne sono: Non esistono gli orsi è bellissimo, al di là della storia personale del suo autore. Che peraltro, come già nel precedente Tre volti (proiettato a Cannes 2018 e premiato per la migliore sceneggiatura) e negli altri film da lui realizzati negli anni Dieci, della propria condizione di cineasta impedito a stare sul set fa la materia prima del suo cinema. E se in qualche caso – in Taxi Teheran, in Closed Curtain – qualche sospetto di narcisimo e autoreferenzialità lo suscitava anche nel più bendisposto degli spettatori, stavolta no, se narcisismo ancora c’è, se l’esibizione del proprio status di perseguitato continua a stare in primo piano, quello che ne risulta è un’opera che travalica ogni storia privata per farsi universale. No Bears è, oltre la sua apparente semplicità e naturalzza, un incrocio pluritematico, è denuncia, pur se sommessa e mai gridata, della condizione di non-libertà in Iran, del dramma dei dissidenti portati alla distruzione psicologica e spinti alla fuga e all’esilio, ma anche una riflessione sottile sula macchina cinema, sui suoi confini e i suoi vincoli, sul suo potere ora salvifico ora omicida, sull’ambiguità dell’immagine e della messinscena.
Jafar Panahi è in un villaggio nel Nord estremo dell’Iran, un villaggio vicinissimo al confine (con la Turchia? con l’Azerbaigian?) in cui si parla azero, non farsi, una piccola enclave di lingua e cultura del ceppo turco. A chi gli chiede come mai abbia deciso un soggiorno proprio da quelle parti fornisce risposte evasive, sono qui per smaltire lo stress di Teheran, per ricaricarmi. In realtà, ma non può dichiararlo, da lì tramite controlla e dirige tramite una webcam piazzata sul set del suo nuovo film. Set che sta al di là del confine, in una città affacciata su una grande distesa d’acqua che potrebbe essere il Mar Caspio, le riprese sono affidate a un assistente cui lui da remoto dà istruzioni precisissime. La storia raccontata sembra essere quella di una coppia di intellettuali dissidenti che hanno appena attraversato il confine e adesso, con passaporti falsi, vorebbero raggiungere l’Europa. Ma capiremo ben presto i due protagonisti altro non fanno che recitare la propria vera condizione di vita, ci troviamo insomma come capiuta intanto cinema cintemporaneo nel campo del docufiction, del documentario narrativizzato (come  apprenderemo in sottofinale, in una scena rivelatrice). Panahi viene raggiunto al villaggio dal suo assistente anzi aiuto-regista che lo imploradi passare clandestinamente il confine grazie ai contrabbandieri che controllano la zona e di andare sul set, perché le cose là non ingranano e sono insortiproblemi ce solo la sua presenza potrebbe risolvere. Ma lui esita. Mentre un altro guaio si profila, stavolta nel villaggio: una ragazza lo scongiura di non divulgare la foto che Panahi le ha scattato insieme con il suo ragazzo. È promessa fin dalla nascita a un cugino e se la scoprono con un altro “scorrerà il sangue”, dice a un allarmato Panahi. Che non rispinde. Non ci mostrerà mai qella foto, non ci dirà mai nemmeno se esista o no. In una riedizione azero-iraniana del lontano e seminale Blow-up.
Quello che all’inizio sembrava un villaggio idilliaco, come fuori dal tempo e dalle convulsioni della modernità, si rivela via via un luogo pericoloso, un nido di serpi, percorso da conlitti e tensioni neanche tanto nascoste, un microcosmo itroflesso in cui il forestiero Panahi, l’ospite Panahi, diventa ben presto l’estraneo da rigettare, secondo schemi antichi di autoconservazione. Con i guardiani della rivoluzione anche in quello sperduto angolo di Iran a vigilare sull’ortodossia dei comporramenti. Con le ferree leggi claniche a interferire nelle scelte individuali, a imbrigliare lo stesso Panahi. E spie dovunque, pronte a riferire allo “sceriffo” del villaggio. Gli orsi non esistonodemolisce ogni illusione primitivistica e neo rousseauiana, nessuno può dirsi del tutto innocente, tutti sono a un passo dalla colpa e dall’abiezione, quella del villaggio azero non è un’armonia perduta, ma un’armonia mai esistita e solo vagheggiata. E però restano incantevole certi squarci e certe figure cui non si può non voler bene, come l’uomo che ospita Panahi, di un squisitezza e di un garbo di antica specie, e sua madre. La scena in cui prepara il pranzo per il regista ospite anzi inquilino è ome segnata dalla grazia, di una bellezza e delicatezza che commuovono e da sola vale il film. Alla fine i regista dovrà arrendersi alla crudeltà del mondo e all.
No Bears può sembrare antico e polveroso nella sua forma rispetto ai nuovi confini del linguaggio cinematografico, a tratti sembra un film autoreplicante e déjà-vu, in cui Panahi ripropone temi a lui cari già trattati altrove (la questione alla Blow-up dell’ambiguità dell’immagine c’era già tutta anche in Tre volti). Solo che stavolta la costruzione è, semplicemente, perfetta, di mirabile economia narrativa, sena mai una scena spuerflua o fine a sé stessa. L’opera di un maestro, una lezione di cinema. Si meritava il Leone, non è andata così.

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