Venezia 2022: ALL THE BEAUTY AND THE BLOOSHED, un film di Laura Poitras. Leone d’oro meritato? No

Nan Goldin

All the Beauty and the Bloodshed (Tutta la bellezza e il bagno di sangue), un documentario di Laura Poitras. Con Nan Goldin. Concorso. Vincitore del Leone d’oro al Venezia Film Festival 2022. Voto 6

Laura Poitras e Leone

Se qualcuno vi assicura che sì, lui/lei aveva previsto che il Leone d’oro sarebbe andato a All The Beauty and The Bloodshed, non credetegli/le, mente senza pudore. La verità che al Lido nessuno lo aveva pronosticato. A parte, e le va reso onore, Fiaba Di Martino la quale, interpellata da Film Tv nel consueto poll tra redattori e collaboratori su “chi vincerà?”, aveva indicato proprio il film di Laura Poitras. Unica nella galassia, anzi nell’universo (nel metaverso non saprei). Probabilmente nemmeno gli stessi selezionatori e programmatori del festival credevano alle potenzialità di The Beauty and The Bloodshed, tanto da collocarne il press screening in Sala Darsena a un’ora penalizzante come le 22, quando buona parte degli accreditati stampa se ne sta a cena o già in hotel a smaltire i quattro-cinque film consumati nel corso della giornata (a partire di solito dalle 8.30). Non bastasse molti, me compreso, a dire: ma è il classico titolo da fuori concorso, il classico buon documentario che nessuno prenderà mai in considerazione per il palmarès. Invece Leone d’oro, assegnato da una giuria presieduta da Julianne Moore di cui facevano parte pure un Nobel della letteratura, Kazuo Ishiguro, e un regista oggi tra i più venerati dai giovani festivalieri, lo spagnolo Rodrigo Sorogoyen. Dopo l’assegnazione è stata subito polemica. Un documentario non può vincere, questa l’accusa più ricorrente ai signori della corte responsabili del verdetto. Pur non avendo amato il film di Laura Potras (ricordiamolo: già vincitrice di un Oscar per il miglior docu con CITIZENFOUR, su Edward Snowden), dissento. Sono decenni che la frontiera tra cinema del reale e di finzione si è nebulizzata, con parecchie confusioni tra i due formati fino all’indistinguibilità. Oltretutto già Michael Moore aveva vinto a Cannes 2004 con Fahrenheit 9/11, seguito nel 2013 da Gianfranco Rosi (discusso) trionfatore a Venezia con Sacro GRA. Il Leone di quest’anno sta largo, larghissimo a Tutta la bellezza e il massacro, così si potrebbe tradurre All the Beauty and The Bloodshed, per ben altre ragioni dal suo essere “cinema del reale”. Perché non è gran cosa. Perché non se lo merita. Perché c’erano altri film, come Gli orsi non esistono dell’iraniano Jafar Panahi, che lo meritavano al posto suo. E però, essendo (anche) una “forte e coraggiosa denuncia” di certi misfatti di Big Pharma, chi mai oserà obiettare? Come sempre di fronte a opere nobili e ben intenzionate lo spettatore, di festival e no, si ritrova a subire il ricatto: o stai con me o sei un essere disdicevole anzi ignobile. Ma una delle questioni centrali sta proprio in questo, che il fim della Poitras è ossessivamente contenutista, veicolando il pensiero che basti stare dalla parte giusta, o tale secondo la sensibilità mainstream, per guadagnarsi il certificato di appartenenza all’ottimo cinema. Quella di All the Beauty and the Bloodshed è pura tirannia del tema, ha scritto Marco Romagna, e sottoscrivo. Dittatura del contenuto, prevalenza di ciò che si mostra e racconta sul come lo si fa. E allora andiamo a scoprire quali sono i contents, come dicono instagrammer e altre figure dell’universo social-digitale, di questo film. Che ripercorre in due ore e qualche minuto vita, opere, passioni, derive esistenziali e pure militanza di Nan Goldin. Figura plurima che si fatica a riassumere nella sua attività, pur fondamentale, di fotografa. Una vita stracolma di fatti, persone e cose, puntualmente ricostruita qui da lei stessa con ausilio di massicci materiali visivi, fotografie soprattutto ma non solo sue, video, home video, testimonianze vicine e lontane nel tempo: a costituire un film di una tale densità che lo spettatore non ha un attimo di tregua, dovendosi concentrare su centinaia di immagini in rapida sequenza e infinite facce e altrettanti infiniti passaggi tra le varie stagioni della protagonista-mattatrice. Spossante, soprattutto alle 10 di sera. Non si poteva tagliare qualcosa?, detto alla regista Laura Potras e alla stessa Nan Goldin che, in quanto co-produttrice , deve aver avuto voce in capitolo, forse troppa (è uno dei limiti evidentissimi del film, questo strabordare della sua protagonista, e la giuria ne avrebbe dovuto tenere conto). Goldin e la sua infanzia e adolescenza ovviamente infelici con due genitori inadatti al mestiere. Con l’adorata sorella maggiore Barbara che, dopo ricoveri in strutture psichiatriche, finirà suicida buttandosi come Anna Karenina sotto un treno. Nan Goldin comincia da lì la sua personale rivolta, contro la famiglia, l’habitat in cui è cresciuta, il mondo tutto. Fino all’approdo alla bohème newyorkese tra anni Settanta e primi Ottanta e oltre, con tutte le trasgressioni e i maledettismi che si possono immaginare. Relazioni aperte e a geometria variabile con uomini che amano le donne, uomini che amano gli uomini, donne che amano gli uomini, uomini che amano le donne (peraltro sempre con abbondante e anticipatoria fluidità). La marginalità sociale come laboratorio esistenziale e oltrepassamento della norma e dei confini dell’arte, con quella visione diciamo punk per cui la miseria, il degrado, l’estetica oltraggiosa, la pulsione autodistruttiva diventano la materia viva di una trasfigurazione artistica (e però sempre con un qualche sospetto di glamourizzazione). Goldin fotografa sé stessa e soprattutto gli altri della sua avventura bohémien, innescando quella serie di ritratti di diseredati e mai conciliati che chiamerà The Ballad of Sexual Dependency (ispirandosi a Brecht). Ritenuto il suo capolavoro, si compone di 700 fotografie di uomini e donne e genderless tra disperazione e incoercibile vitalismo. Un I will survive nonostante tutto e tutti. Esposto dappertutto, anche alla Triennale di Milano nel 2017 (pur avendolo visto ne conservo un ricordo stranamente sbiadito). Niente di ciò che ci si aspetta manca in questa Vita di Bohème post- e iper-moderna, la droga, soprattutto l’eroina, l’Aids che si porta via gli amici e gli affetti di Nan. La miseria, la lotta per la sopravvivenza. E Nan che davanti alla mdp di Laura Poitras per la prima volta confessa di essersi prostituita in un bordello dalle parti di Times Square. Una vita da perfetta maudite, dunque, oggi, perfettamente cinematografabile e mitologizzabile. Difatti si seguirebbe il racconto con partecipazione, se non fosse per la fatica di star dietro a quel diluvio di immagini e parole sparati a un ritmo elevatissimo e con subtitles bianco-su-bianco spesso illeggibili.
Ma Nan Goldin da qualche anno a questa parta ha aggiunto una nuova identità al suo già composito profilo, quello di combattente contro la casa farmaceutica (e la famiglia che ne detiene la proprietà) responsabile di aver immesso sul mercato un farmaco, l’Ossicodone, che con altri oppiodi ha poi devastato l’America, soprattutto le sue plaghe meno privilegiate del Midwest bianco/white trash. Dicono inchieste giornalistiche e statistiche che sono state centinaia di migliaia le vittime, una strage. La strage degli oppioidi (ne parla anche una serie trasmessa da Disney+ con Michale Keaton, Dopesick). L’impegno di Goldin nella causa non è casuale: “Mentre ero a Berlino, malata, mi bastarono due pillole di Ossicodone per sviluppare la dipendenza”, rivela in All the Beauty and the Bloodshed. Quindi, in sequenza: rapida caduta in un girone infernale, non il primo della sua vita, la faticosa risalita, la decisione di passare con il gruppo P.A.I.N. a concretissime azioni contro la famiglia Sackler proprietaria della Purdue Pharma, colpevole di aver innescato l’epidemia con il suo OxyContin. Sembra, quello da arte a impegno, un passaggio brusco. Ma c’è un nesso tra l’ultima Goldin di lotta e la precedente Goldin artista-fotografa. I Sackler sono stati tra i maggiori filantropi negli ultimi decenni di istituzioni di primaria importanza nel mondo dell’arte, dal Metropolitan Museum di New York (dove un’ala è a loro, o almeno lo era, intitolata) alla londinese National Gallery. Istituzioni che hanno sempre dato spazio alle opere di Nan Goldin e che poi se la sono ritrovata come tosta controparte e agitatrice di una campagna mirata soprattutto a un obiettivo, far sparire il nome dei Sackler dai padiglioni a loro dedicati. Cancellarne anche la memoria di mecenati delle arti (sarà cancel culture anche questa?). Battaglia ormai vinta quasi su tutta la linea. Il film di Laura Poitras ci mostra alcune delle azioni-manifestazioni di P.A.I.N. guidate da Goldin, a partire da quella ormai storica al Met di New York. Così ben concertata e concettualizzata da sembrare, più che una protesta, un’assai ben riuscita performance artistica collettiva. Svelando una delle ambiguità di questo film (o una sua eterogenesi dei fini): la mise en scène di una militanza politica che, al di là della volontà di chi la promuove e la esercita, finisce paradossalmente col consolidare l’obiettivo contro cui si scaglia. Che da denuncia si trasforma in happening, in “evento”. Che da attacco all’istituzione museale diventa un suo prolungamento, un’opera tra le altre da esibire nel gran circo dell’arte-spettacolo. Il che nulla toglie, ovviamente, alle buone intenzioni di Nan Goldin, al suo combattere e  ai risultati da lei raggiunti. Che poi è  quanto deve aver aver convinto la giuria (si dice che Julianne Moore sia uscita piangendo dalla proiezione) ad assegnarle il Leone. Riconoscimento assolutamente sproporzionato. Laura Poitras – per quanto assai abile a mettere in ordine e rendere intellegibile anche al meno informato degli spettatori un materiale enorme e magmatico – non ce la fa, o forse non può, emanciparsi dalla più classica forma del documentario didattico, didascalico, dimostrativo. Rinunciando a qualsiasi azzardo e ricerca in proprio sull’immagine, si mette (si deve mettere?) al di servizio di quelle fornite dalla sua protagonista, ed è uno dei limiti di questo pur utile film. Un altro è che All The Beauty and The Bloodshed non riesce mai a riscattarsi dall’intento agiografico e celebrativo, il vero demone che insidia gran parte dei biopic, che siano in forma di documentario o di finzione o ibrida. E che qui si traduce in un un processo di canonizzazione della sua protagonista, forse un tempo peccatrice (forse), oggi sicuramente santa e martire. Un’icona esposta alla devozione globale di cui la proiezione a Venezia è stata solo la prova generale. Era proprio il caso di dargli il Leone?

 

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