Berlinale 2023. Recensione: LAGGIÙ QUALCUNO MI AMA di Mario Martone. Rivedere Troisi

Laggiù qualcuno mi ama, un docu di Mario Martone. Con  Francesco Piccolo, Anna Pavignano, Valeria Pezza, Goffredo Fofi, Paolo Sorrentino. Berlinale Special. Voto tra il 6 e il 7
Un film su Massimo Troisi a Berlino? Bella scommessa, visto che di lui al Nord (Italia) si diceva come già oltre il Garigliano fosse impossibile capirlo, al punto da invocare i sottotitoli. Figuriamoci in terra straniera. Sicché la prima ragione a spingermi fino alla bellissima Haus der Festspiele, vicino al Ku’Damm, storica sala della Berlinale molto amata dalla borghesia dell’Ovest della città, è stata quella di verificare l’esportabilità del personaggio, oggi del mito, Troisi, il suo impatto in un contesto tanto dissimile dalla sua origine. Verifica che non s’è potuta effettuare giacché la Haus era stracolma di italiani in Germania che Troisi lo conoscevano benissimo, tanto da anticipare spesso le battute quando sullo schermo scorrevano passaggi famosi dei suoi film. Berlinesi ce n’erano, ma intimiditi e messi in minoranza da tanto rumoreggiante entusiasmo italico che avrà ricordato loro la festa per la vittoria della nostra nazionale ai mondiali (di calcio) proprio qui a Berlino nel 2006 (evento curiosamente rievocato anche nel bellissimo, algido, film della tedesca Angela Schanelec, Music, presentato in concorso ieri, martedì 21).
Compare Martone sul palco, introdotto dal direttore artistico del festival Carlo Chatrian, un altro italiano. Mancano le bandierine tricolori da agitare, ma il clima in platea è quello della celebraziona nazionale. Italian pride. Non senza un qualche retrogusto patetico che a me, boomer di lunga memoria, ha ricordato certe malinconiche tournée all’estero di Nilla Pizzi e Giorgio Consolini e Gino Latilla e Carla Boni quando, benché da noi non se li filasse più nessuno, continuavano a fare il tutto esaurito nelle piazze canoniche dell’emigrazione italiana nel mondo, Australia, Germania, Canada, Belgio, Stati Uniti, Argentina. Già, ma il film?
Va detto subito che si situa nettamente al di sopra dei soliti docu italici su glorie defunte del nostro cinema privi di una pur minima traccia e struttura e che si limitano ad accumulare talking heads, le famigerate interviste a faccioni e mezzibusti vari alternandole a qualche frammento di vecchie pellicole. Docu tutti uguali, tutti smaccatamente agiografici, senza profondità, piatti come santini. Al processo di beatificazione non si sottrae nemmeno Laggiù qualcuno mi ama. Solo che Martone è Martone, un autore che, piaccia o meno, una visione critica del cinema ce l’ha e riesce ad andare oltre la genuflessione. Poco viene concesso al lato patetico della storia personale di Toisi, al suo, come si diceva allora, privato, solo qualche pudico accenno qua e là alla malattia (ad esempio alla raccolta fondi che si fece a San Giorgio a Cremano per mandarlo bambino, già sofferente al cuore, in America perché si sottoponessee a un intervento cruciale). Accenni anche alla sua famiglia d’origine, ma solo in quanto esemplare di una condizione sovraindividuale, sociale. Martone denuncia ben presto il suo intento, riscattare Massimo Troisi dalla gabbia in cui è sempre stato confinato del comico e del cinema popolare per conferirgli lo status di autore a tutt igli effetti. Troisi che, al di là dell’apparente facilità dei suoi film, avrebbe celato, stando a questa rilettura, un’ambizione e una visione assai personali, riversate (e realizzate) soprattutto nei suoi ultimi lavori, più stratificati rispetto agli inizi. Un revisionismo critico secondo cui l’ultimo suo titolo da regista, Pensavo fosse amore… invece era un calesse, sarebbe un’opera complessa e “labirintica” da rivalutare, Le vie del Signore sono finite un’acuta riflessione sul fascismo come carattere nazionale. Non basta. La sua immediatezza viene apparentata alla presa diretta sul reale della Nouvelle Vague, in particolare nella versione Truffaut. Troisi come il nostro Antoine Doinel. Le testimonianze e i contributi critici che passano sulo schermo, da Goffredo Fofi a Paolo Sorrentino a Francesco Piccolo, aggiungono di volta in volta materiale a supporto della “eccezionalità Troisi” rispetto al cinema comico della sua generazione e delle precedenti. In particolare si sottolinea la distanza sua dai cliché sulla e della napoletanità (col paradossale risultato che oggi Trosi invece della napoletanità è diventato un’icona tra le più potenti). Come altrettanto si insiste sul consapevole sovvertimento da parte sua delle relazioni patriarcali tra uomo e donna, con un uomo (lui) perplesso e fragile a fronte di donne forti, che sanno quello che vogliono e che fanno. Entra in scena a questo punto quella che di Laggiù qulcuno mi ama è la presenza più importante, Anna Pavignano, compagna di vita per qualche anno di MT e poi sua costante collaboratrice in fase di sceneggiatura, fino a Pensavo fosse amore… e Il postino. Pavignano, torinese, già vicina al femminismo storico degli anni Settanta, di quella temperie, di quei cambiamenti cruciali parecchio ha portato nel lavoro del compagno e sarebbe ora di riconoscerne a pieno l’importanza (questo film è un primo, decisivo passo).
Nobile intento, quello di riposizionare opere e percorso artistico di Troisi. Ma si finisce col sovraccaricare la sua figura di responsabilità e intenzioni e consapevolezze che forse non gli appartenevano. Si resta perplessi di fronte ai montaggi alternati Truffaut-Troisi, perplessi pure di fronte a momenti comici leggendari ma che, riproposti oggi, mostrano un evidente logorio. Come la famosa Annunciazione del periodo Smorfia che, rivista qui, strappa tutt’al più qualche sorriso. A stravincere è ancora lui, con quella grazia infinita, quella sua lingua-non lingua che sconfina nell’afasia, quel suo muoversi nello spazio con circospezione, con quella gentilezza del corpo. E ci si commuove quando si rievoca il suo ultimo giorno di lavoro per Il postino. L’indomani, dopo aver adempiuto fino in fondo a ogni obbligo contrattuale, non solo le scene sul set ma anche la registrazione della voce fuori campo, sarebbe morto.

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