Berlinale 2023. Recensione: ROTER HIMMEL (Cielo rosso) di Christian Petzold. Partita a quattro

Roter Himmel (Afire – Cielo rosso), un film di Christian Petzold. Con Paula Beer, Thomas Schubert, Langston Uibel, Enno Trebs, Matthias Brandt. Concorso. Voto 8 e mezzo

Che il cinema tedesco stia attraversando un gran momento lo dimostra la quantità di nomination varie piovuta in questi ultimi mesi su Niente di nuovo su fronte occidentale. Questa Berlinale è la conferma. Dei quattro film made in Germany visti in concorso (non è il caso di scandalizzarsi: fanno altrettanto sia Cannes che Venezia, anzi Cannes se teniamo conto delle molte coproduzioni francesi va ben oltre la quota quattro-cinque), uno è assai interessante (il krimi Fino al termine della notte) e ben due sono eccellenti, i migliori dell’intera sezione competitiva: Music di Angela Schanelec e questo Roter Himmel, Cielo rosso, di un sorprendente Christian Petzold che stavolta si mette in gioco su un terreno da lui poco frequentato, quello della commedia, e della commedia romantica. Si parte come in un Rohmer dei più lievi e conversativi, con due amici che su una scassatissima macchina (che difatti a un certo punto li lascerà a piedi) si dirigono vero la casa sul Baltico della madre di uno dei due. Il primo, Leon, è un ragazzone impacciato di mestiere scrittore, ma ovviamente in crisi creativa, che in quella vacanza spera di ritrovare l’ispirazione perduta. Il secondo, Felix, è il suo esatto opposto (e forse per questo i due, pur baruffando in continuazione, si incastrano bene), brillante, irridente, dedito al superficiale e all’allegria dei piaceri, anche lui però di artistiche ambizioni: è fotografo e deve preparare un book per non ricordo più quale accademia o residenza. Sanno che troveranno nella casa una terza ospite, una ragazza, Nadja, figlia della colf della famigla di Felix. Per un paio di giorni ne vedono le tracce in camera, in cucina, ma non riescono a incontrarla: Nadja sembra evanescente, un miraggio, un’ombra. L’imbranato Leon la intravede da lontano, e tanto gli basta per caderne innamorato (difatti è Paula Beer, impossibile resisterle: se l’avete vista in Frantz di Ozon e Undine di Petzold capirete), Felix invece non sembra vittima, teso al futile com’è, delle pene d’amore. Quando fnalmente si ritrovano tuti e tre scatta l’alchimia, nonostante l’elusività di Nadja, nonostante che la convivenza con quella figura femminile così dirompente sia tutt’altro che semplice. Leon soffrirà ancora di più scoprendo che lei ha una storia con il bagnino superfisicato della spiaggia. E quando anche lui, Devid (con la e, sottolinea, per via delle tedeschizzazioni anni ’50-60 dei nomi americani e inglesi: con Mike che diventatava Maik ecc.), si installa in casa la ronde a quattro si scatena. Amori che si dissolvono, amori nuovi che nascono, amori eternamente delusi e frustrati. E per un po’ sembra di piombare non solo in Rohmer ma pure in Lubitsch o nel Cukor di Scandalo a Filadelfia, tra battute aguzze e disincanti e sentimenti ben dissimulati o clamorosamente dichiarati. Con qualche eco del Sogno shakesperiano, perché in quella casa nel bosco, in quel bosco oscuro e illuminato in lontananza dai bagliori degli incendi, si innescano cambiamenti a catena, scattano desideri e passioni insospettate. Bastano pochi giorni, e nessuno sarà più come prima. La statura di questo film la si capisce quando Petzold non si accontenta di stare nel genere comedy ma lo ridiscute ibridandolo e trasmutandolo in altri generi e registri. Non si può dire oltre. Se non che Roter Himmel rispetto al suo inizio e alla sua parte centrale si rovescia poi in qualcos’altro, che ha  che fare con le vertigini e gli abissi del romanticismo in versione tedesca (a un certo punto si cita e si legge Heine) e con il senso del tragico, anche quello così profondamente tedesco. Petzold mostra la tempra del vero autore costruendo un’opera pluristratificata, dove niente è come sembra, dove la storia, all’inizio lineare, man mano si ramifica generando altre traiettorie. Il miracolo è la naturalezza con cui Roter Himmel continuamente trasmuta sotto ai nostri occhi senza il minimo stridore. Attenzione ai presagi che Petzold dissemina fino dalle prime inquadrature: la paura di Leon lasciato solo nel bosco da Felix, il cielo rosso di fuochi all’orizzonte, i resti di un animale bruciato, un’infiltrazione di acqua in casa (la natura come minaccia?), un malore a un ospite (l’editore di Leon). Basta così. Nel caso arrivasse in Italia, non perdetevelo.

Questa voce è stata pubblicata in al cinema, cinema, Container, Dai festival, festival, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a Berlinale 2023. Recensione: ROTER HIMMEL (Cielo rosso) di Christian Petzold. Partita a quattro

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.