Berlinale 2023: SUR L’ADAMANT di Nicolas Philibert. Recensione del flm vincitore

Sur l’Adamant, un documentario di Nicolas Philibert. Concorso.
L’Adamant è un bâteau ancorato nelle acque della Senna, a Parigi. Un luogo di accoglienza per pazienti psichiatrici. Nicolas ci è andato con la sua mdp per documentare la sofferenza e la cura, per raccontare la follia e farla parlare. Un film umanista con inaspettati momenti di vera bellezza e incanto. Orso d’oro della Berlinale 73. Voto 7

Venezia ha fatto scuola. Anche qui alla Berlinale come già lo scorso settembre al Lido si è premiato un documentario, e anche qui pochi se lo aspettavano. Poi non mancherà chi giura di avere intuito, capito, detto, predetto, pronosticato, profetizzato. Non credetegli, non è vero. In questi giorni non s’è mai sentito nessuno includere il docu di Nicolas Philibert tra i favoriti. Forse perché si continua a considerare inconsciamente (mi ci metto anch’io) documentari e documentaristi un dominio a sé stante che poco ha a che fare con il vero cinema da festival: qualunque cosa quel vero voglia dire. Ma Philibert questo premio se lo è guadagnato con la sua lunga militanza di cineasta (davvero) indipendente e dal segno assai personale. Un signore di 72 anni da tempo riconosciuto tra coloro che hanno riscritto forme, grammatica e sintassi del cinema del reale, un piccolo maestro spesso ospitato dai festival (a Berlino lo si vide nel 2013 a Panorama Dokumente con un film su un’emittente pubblica francese, La maison de la radio). Un autore amato, cosa rara, sia dai critici sia dal pubblico che decretò nei primi anni Duemila un clamoroso successo a quello che resta il suo film più famoso, Essere e avere: cronaca minuziosa di una scuola monoclasse e del suo valoroso maestro in un villaggio semiabbandonato dell’Auvergne. Il mondo applaudì, si commosse, premiò, e quel film sarebbe diventato un archetipo, la matrice in grado di generare molti altri lavori sullo scolarizzazione complicata, di fondare un vero e proprio genere. Ne ricordo uno a Locarno, credo di produzione svizzera, su bambini del Marocco, dell’India e di altri paesi e il loro quotidiano piccolo eroismo nel raggiungere ogni mattina la scuola superando distanze e ostacoli di vario tipo. Ma anche Mr Bachmann e la sua classe, documentario presentato alla Berlinale 2021 e da lì decollato verso il successo internazionale, molto deve all’Essere e avere di Philibert. Comunque, dopo il verdetto berlinese di ieri sera tutti contenti e zero dissensi (mi allineo anch’io al comune sentire, anche se avrei preferito che l’Orso fosse andato a un cinema più audace e innovativo come Music della Schanelec o Roter Himmel di Petzold).
Ma come si fa a resistere a un film come Sur l’Adamant che con delicatezza si avvicina e documenta la follia oggi?, la follia che persiste accanto a noi anche se ormai ha perso il suo nome per chiamarsi disagio psichico. L’Adamant è un battello ancorato sulla Senna nel centro di Parigi, luogo di accoglienza, recupero e cura per sofferenti mentali. Terapeuti che un tempo si sarebbero detti di scuola basagliana che non comminano solo farmaci ottundenti ma che ricorrono a pratiche multiple, l’autocoscienza di gruppo, la pittura, la musica, la danza intesa come intervento sul corpo e il gesto. Ai boomer sembrerà di tornare agli anni Settanta e ai loro ideologismi, eppure vedendo il documentario di Philibert si direbbe che questa nuova “antipsichiatria” dalla parte del malato funzioni egregiamente. Anche se credo che la terapia più efficace sia la visione umanistica che pervade l’Adamant e il suo progetto, qualcosa – l’umanesimo – di cui nel nostro Occidente si stanno perdendo le tracce. Ogni paziente è visto dai terapeuta (e ripreso dal cineasta Philibert) nella sua irriducibile singolarità. Ecco le facce e i corpi dei malati, con le loro storie a volte straordinarie, pazienti che ci sorprendono con altri sguardi, altri punti di vista sul reale. Il regista li avvicina con pudore e una mai affettata complicità (che differenza dalla macchina a mano prepotente che annulla ogni distanza e si incolla alla pelle dei personaggi di altri film di questa Berlinale). E ci sono momenti, nonostante il soffrire di tanti che veniamo a conoscere, di vero incanto e bellezza. Credo che a nessuno sia dispiaciuto Sur l’Adamant e che i giurati non abbiano faticato a mettersi d’accordo per assegnargli l’Orso. Forse è questa capacità di Philibert a ottenere il consenso di tutti, questa sua levigatezza, questo eliminare ogni attrito tra schermo e platea a essere, non dico il limite del film, ma il punto su cui possono convergere alcuni dubbi e perplessità.

 

 

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