Cannes 2023. THE ZONE OF INTEREST di Jonathan Glazer (recensione)

The Zone of Interest (La zona di interesse) di Jonathan Glazer. Con Sandra Hüller, Christian Friedel. Concorso. Voto 7 e mezzo
Update:
con il titolo La zona di interesse saà nei cinema italiani dal 18 gennaio 2024 distribuito da I Wonder.
Si temeva lo scandalo indignatissimo, di quelli che infiammano ogni tanto i festival. Per l’essere, The Zone of Interest, un film sull’Olocausto ma visto dalla parte dei carnefici, dei diligenti e inflessibili esecutori del Male. Cronaca assai minimal dei giorni del comandante di Auschwitz-Birkenau, Rudolf Höss, SS tendenza più organizzativo-burocratica che strettamente militare, e della sua famiglia: la moglie Hedwig, arianamente bionda e impeccabile, venuta dal popolo e adesso riconosciuta signora d’alto rango e i figli altrettanto biondi e occhioazzurrati (e qui un dubbio: non è che il pur talentuoso Jonathan Glazer esageri con gli stereotipi?). Lui, Rudolf, sempre assai indaffarato a ispezionare, interrogare sottoposti, tenere i rapporti con i gerarchi più alti in grado del Terzo Reich, ricevere team di tecnici che gli sottopongono nuovi progetti per migliorare la produttività delle camere a gas. Anche perché sta per diventare esecutivo (siamo nel 1944) il trasporto di centinaia di migliaia ebrei ungheresi, prima dalle città e villaggi minori poi da Budapest, verso i campi di sterminio, e Auschwitz-Birkenau deve essere al massimo della sua efficienza.
Ecco, ci si aspettavano le polemiche che avevano accompagnato alla sua uscita il libro omonimo di Martin Amis cui si è ispirato Jonathan Glazer (ricordate? Suo quell’Under the Skin fischiatissimo una decina di anni a Venezia e oggi venerato come un classico, magari dagli stessi fischiatori pentiti). Vale a dire: è lecito raccontare la Shoah dalla parte del, dei, boia, e la loro autopercepita normalità? Non si rischia di giustificare, minimizzare, relativizzare il Male? Non è un insulto alle vittime adottare il punto di vista degli assassini? Questioni assai intricate che hanno impedito a Martin Amis di pubblicare il suo romanzo in alcuni paesi (Amis è scomparso pochi giorni fa, all’indomani della prima mondiale del film qui a Cannes).
Ma Jonathan Glazer evita abilmente lo scandalo, tenendosi alla larga da ogni sospetto di exploitation, di sfruttamento indebito della materia. Innanzitutto raggelando la messinscena in quadri in cui i personaggi, perlopiù in campo medio e lungo, sono sottoposti a a un processo di desoggettivizzazione, di assimilazione al paesaggio, di reificazione che blocca ogni rischio di contaminazione emotivo-empatica per lo spettatore. Visivamente magnifico, di accecante perfezione formale, se mai La zona di interesse sfiora pericolosamentel’estetizzazione dell’abietto e una sua sinistra, lugubre, funerea, ma non per questo meno seducente, bellezza. Sempre che sia ammissibile il ricorso a una simile categoria etica-estetica per una storia infame che si situa appena “al di qua” del muro, anzi del filo spinato e elettrificato, che circonda Auschwitz-Birkenau. Il campo degli orrori e della sopraffazione è là, a pochi metri, ma è rigorosamente tenuto fuori campo, solo la ciminiera è visibile sullo sfondo. Glazer ricorre all’evocazione, all’allusione, a un cumulo di segni attraverso i quali ciò che non è mostrato apertamente entra nella nostra zona percettiva. In questo, The Zone of Interest ricorda (anche) certi film su una realtà separata, su una bolla in cui tutto e tutti appaiono perfetti, obbligati alla perfezione, ma che noi sappiamo o oscuramente percepiamo sospesi sull’abisso. La fabbrica delle mogli, The Truman Show, il recente – visto lo scorso anno a Venezia – Don’t Worry Darling: teatri artificiali in cui si recita una normalità impossibile e bugiarda. La moglie di Höss sembra davvero una delle donne robotiche della Fabbrica delle mogli. Inamidata, rigida, algida nel suo adeguarsi senza riserve all’immagine dell’ariana moglie e madre feticizzata dal Terzo Reich. Ma dal suo giardino con piscina si intravede il camino del campo, si sentono le urla dei prigionieri, i latrati dei cani e degli aguzzini. Solo attenuati da quella barriera che separa il mondo di Hedwig dall’inferno. Sopra, il cielo plumbeo, con qelle nubi pesanti uscite dalle ciminiere. Hedwig ama quella casa che considera profondamente sua, ideale per viverci e allevare i figli, e quando al marito impongono un trasferimento-promozione a Oranienburg si rifiuta di seguirlo, vuole restare in quel suo personale paradiso, e riuscià a vincere. Il trasferimento rientra, Rudolf resterà il capo di Auschwitz, l’Eden di Hedwig è salvo.
Ma l’orrore filtra. Le amiche raccontano di pellicce e vestiti sottratti alle prigioniere ebree, di un diamante trovato in un dentifricio dove era stato nascosto una deportata. I soliti ebrei furbastri, commenta la tizia. Mai un fremito di pietà, mai un dubbio. Dal campo arriva anche l’amante-oggetto sessuale di Höss. Cinema della crudeltà e dell’impassibilità alla Haneke, difatti il protagonista viene dal Nastro bianco, e però Jonathan Glazer non è (ancora) all’altezza del maestro, non ne replica sempre la somma abilità nell’importare nel quotodiano la minaccia, il senso inesorabile della fine, l’odore dell’orrore. Grande metteur en scène, Glazer, nel suo encomiabile sforzo di evitare la rappresentazione dell’irrapresentabile, rischia di far evaporare il senso del Male, di depotenziarlo. E alcune scelte sono difficili da capire, come l’inserimento di una parte semianimata in grigio e nero con una ragazza – un vicina? una proiezione dei fantasmi inconsci di casa Höss? una loro ospite? una sonnambula come qualcuno ha scritto? – che di notte si aggira ai bordi del campo e forse raccoglie messaggi, indizi lanciati da chi sta all’inferno. Per spiegare la catatonia psichica e morale della famiglia Höss si è ricorsi, quasi in automatico e più da parte dei critici e spettatori che degli autori del film, a quella “banalità del male” concettualizzata e messa a punto da Hannah Arendt nel suo testo sul processo Eichmann a Gerusalemme. Servendosene però – ho l’impressione – come di un passepartout di pronto uso, banalizzandola se così si può dire anziche utilizzarla, come in Arendt, quale scandaglio dei sottosuoli dell’umano e provocazione intellettuale. Della Zona di interesse si dovrà riparlare al di fuori della bolga del festival. Intanto gran prova di Sandra Hüller lanciata qualche anno fa proprio a Cannes da Toni Erdmann e quest’anno in concorso, oltre che con The Zone of Interest, anche con Anatomia di una caduta di Justine Triet. A oggi la più indiziata per il premio alla migliore attrice.

 

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